Solo per amore

Il vescovo di Orano (Algeria), il domenicano Pierre
Claverie, dopo il massacro dei sette monaci trappisti di Nôtre Dame
de l’Atlas
, avvenuto quaranta giorni prima di essere a sua
volta assassinato il 1° agosto 1996, rispondendo indirettamente a quanti gli
domandavano perché lui e molti altri cristiani avessero deciso di rimanere
nella tormentata terra di Algeria, in un’omelia tenuta il 23 giugno 1996 a
Prouilhe (Francia), dove si era recato per un viaggio, così diceva: «Dopo
l’inizio del dramma algerino mi è stato chiesto più di una volta: “Ma cosa ci
fate voi laggiù, in Algeria? Perché rimanete in quel paese? Ma scuotete
finalmente la polvere dai vostri calzari, e tornatevene a casa”. A casa […] ma
dov’è davvero la nostra casa? […] Noi siamo in Algeria per amore di questo
Messia crocifisso, solo e unicamente per amore suo! Non abbiamo alcun interesse
da salvare, alcuna influenza da difendere, non siamo stati spinti da alcuna
perversione masochista, non abbiamo alcun potere, ma siamo laggiù come al
capezzale di un amico, di un fratello ammalato, stringendogli la mano e
asciugandogli il sudore dalla sua fronte! Solo per amore di Gesù poiché è lui
che sta soffrendo a motivo di questa violenza che non risparmia nessuno,
crocifisso nuovamente nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, la
Madre, e l’apostolo Giovanni, anche noi ci troviamo ai piedi della croce su cui
Gesù muore abbandonato dai suoi e scheito dalla folla. Non è forse il dovere
di ogni cristiano esser presente nei luoghi dove qualcuno viene respinto e
abbandonato? […] Dove può trovarsi la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo,
se non in prima linea? Io credo che muore del non essere vicina alla Croce del
suo Signore. Per quanto possa sembrare paradossale, e san Paolo lo ha
dimostrato con chiarezza, la forza, la vitalità, la speranza cristiana, la
fecondità della Chiesa vengono appunto di là, da nessun altro luogo e in nessun
altro modo. La Chiesa si inganna e inganna il mondo quando si allinea con le
altre potenze, come un’organizzazione umanitaria o come un movimento evangelico
amante della spettacolarità. In quel modo essa potrà brillare, ma non certo
bruciare del fuoco dell’amore di Dio, “forte come la morte”, come dice il
Cantico dei Cantici, perché qui si tratta davvero di amore, di amore
innanzitutto, e solo di amore, una passione di cui Gesù ci ha trasmesso il
gusto e ha tracciato il cammino. “Non c’è amore più grande di questo: dare la
vita per chi si ama!”». (Jean-Jacques Pérennès, Vescovo tra i musulmani.
Pierre Claverie, martire in Algeria
, Città Nuova, 2004).

Ho trovato questa citazione nella
lettera che il nostro superiore generale, padre Stefano Camerlengo, ha mandato
alla fine di giugno per aggioare i confratelli sulla vita dell’Istituto. Mi è
parsa troppo bella per non condividerla con voi. Sono parole che a quasi
vent’anni di distanza non hanno perso il loro valore, anzi, considerando
l’impressionante numero di martiri di questi primi anni del terzo millennio,
sono più vere che mai. A dispetto dei mille luoghi comuni che si ostinano a
etichettare la Chiesa con i suoi errori veri o presunti: crociate,
inquisizione, preti pedofili, conquista, caccia alle streghe, omofobia,
scandali finanziari, la Chiesa continua a testimoniare l’amore di Dio per gli
uomini con la forza della mitezza di migliaia e migliaia di persone che
continuano a resistere all’odio e alla violenza. Uomini e donne che rimangono
al proprio posto sfuggendo l’esposizione mediatica, che testimoniano la potenza
dell’amore nel nascondimento, nella vita di ogni giorno e nei piccoli atti di
perdono e compassione, e opponendo solidarietà all’indifferenza, vicinanza al
distacco, condivisione allo sfruttamento, relazione personale alla
massificazione indifferenziata.

Tempo fa – era il dicembre 2012 -, proprio in questa pagina, ricordavo
un «fante della missione», che non aveva certo la stoffa dell’eroe, ma era
ripartito a 72 anni verso il centro dell’Africa. Un missionario semplice che
oltre ai 33mila rosari confezionati con le sue mani, ha seminato preghiera,
amore e serenità per 42 anni in Zaire, nel frattempo diventato Congo. Fino
all’ultimo, quando debilitato da un’improvvisa malattia è stato rimpatriato
d’urgenza e, dopo una sola settimana, è andato a godere la beatitudine dei
santi, per sempre. Padre Tarcisio Crestani (7/12/1940-30/05/2015), 775°
missionario della Consolata a terminare la corsa e ricevere il premio, è
vissuto e ha concluso la sua lunga camminata nel nascondimento e lontano dalla
terra che ha tanto amato. Ma la sua umile testimonianza, preziosissima agli
occhi di Dio, ha lasciato un segno perché si è lasciato bruciare, senza
pretese, dal fuoco dell’amore di Dio, fino alla fine, rinunciando anche al
desiderio di morire là, in mezzo alla gente per cui si era speso, in quel di
Isiro, tra i bambini del Gajien. Ultima offerta di totale povertà, segno di una
vita spesa, pur con limiti e contraddizioni, «tutta per Gesù».

Gigi Anataloni

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