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L’immigrazione e il dramma dei «boat people» «Torna da dove sei venuto»

Paese di emigrati, l’Australia ha adottato una politica
durissima nei confronti degli stranieri che arrivano con imbarcazioni di
fortuna. Lo scorso anno sono sbarcate 17.000 persone (contro le 24.000
dell’Italia). La maggior parte recluse in centri situati in sperdute isole del
Pacifico. Dal 2014 sarà ancora più dura e i soli migranti accettati sul
territorio australiano saranno quelli dotati di specifiche competenze (skills).

La consultazione elettorale del 7 settembre è stata certamente una delle più combattute e importanti dell’Australia degli ultimi decenni. A conferma dei sondaggi ante voto, gli elettori hanno dato la vittoria alla Coalizione liberal-nazionale e al suo leader Tony Abbott, neopremier australiano.

Molti e complessi i temi sul tappeto della campagna elettorale: frenata dell’economia, occupazione, distribuzione della ricchezza, interventi sociali... Tuttavia uno in particolare l’ha segnata e ha raccolto l’interesse dei 14 milioni di elettori: la politica immigratoria.

Un tema su cui il confronto tra i conservatori della Coalizione Liberal-nazionale e i Laburisti (al potere dal 2007, con la curiosa alternanza intea al premierato tra il navigato politico Kevin Rudd e la sua rivale intea Giulia Gillard) è stato particolarmente acceso, ma che alla fine si sintetizza - con poche distinzioni e sottolineature -nel respingimento coatto verso centri di raccolta e di valutazione in paesi limitrofi, comunque al di fuori delle acque territoriali australiane di quanti continuano ad arrivare via mare in precari e rischiosi «battelli della speranza».

Alla fine, una scelta con pochi oppositori all’interno, in particolare in un paese preoccupato della recente frenata di export e attività minerarie, del caro-dollaro (australiano) e di nuove povertà. Una scelta, tuttavia che per molti ha indebolito la credibilità internazionale del paese. Va ricordato che l’Australia, dall’Assemblea generale di fine settembre, detiene la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Nessuna accoglienza per i nuovi «boat people» 

La campagna elettorale aveva avuto un inizio insieme emblematico e drammatico. Il 19 luglio, in quello che una parte della società civile ha definito «giorno della vergogna», il premier australiano avviato alla sconfitta, Kevin Rudd, annunciava la fine di ogni possibilità di asilo per quelli che, recuperando una terminologia legata al conflitto vietnamita e che sembrava relegata al passato, i media hanno chiamato «boat people». Migliaia di mediorientali e asiatici meridionali che si affacciano sulle acque al confine australiano alla ricerca, più che di benessere, di sicurezza in un paese terzo. «Da ora in poi qualunque richiedente asilo che arrivi in Australia via mare non avrà alcuna possibilità di essere ospitato in Australia come profugo», aveva spiegato Rudd durante la conferenza stampa congiunta con il collega della Papua Nuova Guinea, Peter O’Neill. Dal 2014 le imbarcazioni non autorizzate saranno dirottate sulla Papua Nuova Guinea per valutare le domande di asilo.

«Gli australiani sono stanchi di vedere gente morire nelle acque territoriali settentrionali... il nostro paese ne ha abbastanza di trafficanti di esseri umani che sfruttano quanti cercano asilo e stanno a guardare mentre annegano in alto mare», sintetizzava il premier spiegando le ragioni della scelta.

L’obiettivo della nuova linea è di disincentivare i pericolosi viaggi della speranza che molti asiatici intraprendono - solitamente dall’Indonesia - a bordo di barconi, e che spesso si concludono con naufragi e annegamenti. In particolare, Canberra vuole scoraggiare i «migranti economici» che non fuggono da persecuzioni ma cercano migliori condizioni di vita in Australia.

«La nostra aspettativa è che quando questo accordo regionale sarà applicato e il messaggio sarà ascoltato forte e chiaro, il numero di imbarcazioni diminuisca per rendere possibile procedere normalmente con le domande di asilo come prevede l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati», aveva aggiunto Rudd.

Quindi non vi saranno più rifugi - come annunciato solo pochi mesi fa dallo stesso governo laburista, prima di confrontarsi con le posizioni più radicali dei rivali politici poi risultati vincitori nelle elezioni politiche - sul territorio australiano (nemmeno in aree estee e defilate) per i boat people che qui arrivano dopo viaggi lunghi e pericolosi, spesso pagando con la vita il tentativo. Sarà ulteriormente inasprita la procedura di screening per chi cercherà la qualifica di profugo; infine, se sarà approvato lo status di rifugiato, la destinazione finale non sarà l’Australia, con le sue opportunità e i difficili equilibri etnici, ma la Papua-Nuova Guinea, uno dei paesi più poveri dell’area Asia-Pacifico.

Uno shock per una parte del paese e per la comunità internazionale, ovviamente un rischio ancora maggiore, in prospettiva, per chi tenterà il passaggio.

Il mercato dei profughi

La nuova politica immigratoria non ha portato a Rudd la vittoria sperata e il suo terzo mandato da premier. Una linea ancora più severa ha agevolato l’affermazione del rivale Tony Abbott, al punto da andare verso un’attribuzione di ampi poteri sull’immigrazione marittima e sul controllo del traffico di esseri umani alle autorità militari, ma anche verso una revisione restrittiva dei tempi e delle possibilità di permanenza per i profughi già nel paese con visti temporanei.

Oggi, come sottolineato da un ex primo ministro liberale, Malcom Frazer, «la protezione dei diritti umani sotto i Laburisti non è migliore di quella sotto i Liberali. Come parte di una politica accelerata alla ricerca di un deterrente per fermare il flusso di irregolari verso l’Australia, si è arrivati a minacciare i boat-people con una residenza in Papua-Nuova Guinea. Un modo per scaricare la responsabilità su un paese del terzo mondo». «Il governo – ricorda Frazer - ha sempre avuto la possibilità di fermare le imbarcazioni in arrivo dall’Indonesia, se avesse scelto di prendersi carico dei profughi che arrivano in quel paese e li avesse portati direttamente in Australia».

Davanti alle ripetute assicurazione che il trattamento nella nuova e indesiderata sede - per molti teoricamente provvisoria prima della ripartenza per paesi di accoglienza finale - sarà adeguata agli standard inteazionali, David Manne, acceso sostenitore australiano dei diritti dei migranti, ricorda la pessima reputazione della Papua-Nuova Guinea rispetto ai diritti umani.

Manne è stato determinante nel fermare un’altra controversa iniziativa del precedente governo: la «soluzione malese» che avrebbe consentito di mandare nel paese asiatico 800 profughi non ancora scrutinati in cambio di 4.000 già certificati come rifugiati.

17.000 migranti in Australia  (24.000 in Italia)

A fine agosto, il paese ha salutato con indifferenza l’avvio del procedimento giudiziario contro tre cittadini afghani, un iraniano e un pachistano indagati per 12 mesi come membri di una organizzazione criminale che avrebbe reso possibile l’arrivo di 132 boat-people a Christmas Island. Un loro giudizio dovrebbe, secondo le autorità, «influenzare quanti sono coinvolti nei gruppi criminali e l’arresto renderà possibile altri arresti».

La legge australiana (Migration Act) indica che coloro che entrano o lavorano in Australia senza autorizzazione o privi di regolare visto, sono considerati immigrati illegali e per questo sottoposti a detenzione e a deportazione, salvo casi particolari. Sono circa 50 mila le persone che si trovano nel paese senza un visto appropriato o con visto scaduto, soprattutto cittadini britannici.

Negli ultimi anni, i troppi naufragi al largo o sulle coste di Christmas Island, avamposto di territorio australiano proiettato verso l’Indonesia, hanno evidenziato ancora una volta la situazione di migliaia di persone che affidano a imbarcazioni foite da trafficanti senza scrupoli le loro speranze di fuggire da aree di conflitto o dall’emarginazione per raggiungere l’Australia. Secondo i dati ufficiali foiti dal dipartimento dell’Immigrazione australiano, sono state 278 le imbarcazioni intercettate lo scorso anno con un totale di oltre 17.000 passeggeri (secondo il ministero, sono stati 24.000 i migranti arrivati in Italia negli ultimi 12 mesi, ndr). Un numero cresciuto notevolmente rispetto all’anno precedente ma che sarà ampiamente superato quest’anno, dato che nei primi sei mesi del 2013 oltre 14 mila migranti hanno raggiunto l’Australia in carrette del mare e circa 240 sono annegati in una serie di naufragi. Abitualmente, ma in modo non esclusivo, sono afghani, iracheni e srilankesi di etnia tamil a tentare il viaggio lungo e pericoloso verso le coste australiane, transitando abitualmente dalle acque indiane, thailandesi e malesi prima di approdare in Indonesia per poi essere imbarcati da una tratta organizzata e con pochi scrupoli verso la meta finale. In alternativa, un percorso più lungo porta centinaia di disperati a percorrere l’immenso arcipelago indonesiano da Giava a Bali, Flores, Timor occidentale, Lombok o Papua occidentale prima dell’imbarco. Aree dove distanza dal potere centrale e corruzione consentono ai «passatori» di correre pochi rischi. Altri, ancora finiscono per arrivare a Timor Est, e qui attendere il momento propizio per l’imbarco verso le non lontane coste settentrionali australiane.

Sulle isole del Pacifico

Almeno la metà degli arrivi degli ultimi anni riguarda cittadini afghani, che l’Australia tende a non accogliere per il presunto miglioramento delle condizioni nel loro paese e per gli accordi bilaterali, ma che Kabul non vuole indietro nel caso in cui non viene loro riconosciuto lo stato di rifugiato. 

Una situazione complessiva che rende difficile la partenza, impossibile il rientro. Per questo a centinaia restano, a volte anche per anni, bloccati nei villaggi sulle coste malesi e indonesiane se una qualsiasi ragione impedisce loro di imbarcarsi verso la meta finale. Enorme il rischio anche per quanti si imbarcano per un viaggio che troppo spesso finisce in un naufragio. Una situazione che l’accentuata clandestinità imposta dalle nuove norme rischia di peggiorare dal prossimo gennaio.

Al centro della politica ufficiale dal 2012, è stata inizialmente la trasformazione di alcune aree geografiche (le isole Christmas, Manus, Melville; gli arcipelaghi dello Cocos, Ashmore e Cartier e lo stato isolano di Nauru) in zone di raccolta offshore, dove accogliere gli immigrati, sovente in situazioni drammatiche. In questo contesto rientra l’avvio della chiusura di Christmas Island, ma anche la riapertura del centro di selezione extra-territoriale di Nauru, che organizzazioni inteazionali hanno definito «un inferno»e il tentativo (bocciato dall’Alta Corte) di negare visti a persone riconosciute come rifugiati se ritenuto utile alla sicurezza nazionale. Gli sviluppi politici successivi e la devastazione del centro di Nauru (il 19 luglio 2013) hanno lasciato aperte - in prospettiva - soltanto le porte unidirezionali di Manus Island.

Stefano Vecchia

 
       La Chiesa cattolica: La dignità sopra ogni cosa                

Inevitabilmente, la politica migratoria e, in particolare, i recenti sviluppi con le prospettive di inteamento dei boat-people e il sostanziale blocco dell'accoglienza, chiama in causa la Chiesa cattolica australiana.

A parte le considerazioni ideali, è un dato di fatto che l'Australia, circondata dall'oceano, è tra le nazioni più difficili da raggiungere. Secondo, ogni azione deterrente verso chi cerca asilo non ferma le guerre e gli altri tragici fattori che spingono molti a fuggire dalla loro terra. Terzo, la maggior parte delle persone in condizione di profugo preferirebbero restare nell'area di provenienza. Per queste ragioni - conferma la Chiesa locale - il numero dei richiedenti asilo in Australia sarà sempre irrisorio se confrontato con altri paesi.

Come esplicita un recente documento diffuso dall'Ufficio per i migranti e i rifugiati della Conferenza episcopale cattolica australiana, «la Chiesa universale non incoraggia esseri umani a cercare rifugio altrove via mare, ma riconosce la loro condizione. I richiedenti asilo sono solo un problema nel nostro paese quando i boat-people si affacciano sul nostro mare. Altrove nel mondo queste attività sono assai più consistenti ma ricevono relativamente poca attenzione. Se le barche cessassero di arrivare in Australia, esse andrebbero altrove. Non avremo salvato i loro passeggeri dal viaggio ma avremo solo cambiato la loro destinazione. Quale sorte preferiremmo per loro? Morire di fame, essere stuprati, mutilati e uccisi o finire annegati? Noi siamo tutti sulla stessa barca, tutti vogliamo vedere la fine delle sofferenze degli altri e abbiamo concrete possibilità, in Australia, di operare positivamente. Contrariamente all'opinione di alcuni politici, noi non decidiamo chi arriva in Australia. Quello che decidiamo è chi viene trattato con dignità quando arriva in Australia. Noi siamo la soluzione, non il problema!».

Ste.Ve.
 
      La nuova immigrazione in Australia: Porte aperte (ma soltanto ai professionisti)                

Sempre più, la politica australiana verso i richiedenti asilo si orienta a essere un processo che garantisce i privilegi del paese ed esclude coloro che vengono considerati di disturbo. Questo nonostante nella storia l'Australia abbia beneficiato proprio dei migranti che vi hanno trovato rifugio.

Il volto immigratorio del paese sta cambiando drasticamente ed è sempre meno europeo. In particolare per quanto riguarda l'immigrazione professionale, ormai quasi esclusivamente appannaggio degli asiatici.

Nel 2011-12, India con 29.018 arrivi e Cina con 25.509, hanno superato quello che tradizionalmente è stato la principale fonte di immigrati, il Regno Unito, i cui emigrati in Australia sono stati 25.274. Complessivamente, per i gruppi immigrati, si conferma il primato dei neozelandesi, 45.000, che però non rientrano nel programma di immigrazione programmata.

Dati che segnalano anche un'altra caratteristica essenziale del volto nuovo dell'immigrazione agli Antipodi: in maggioranza gli arrivi sono gestiti dal programma di immigrazione permanente per lavoratori qualificati. Entro questa categoria, infatti, nel biennio è rientrato il 68% degli arrivi. Di fatto, l'Australia ha definitivamente cambiato la sua fisionomia da paese di immigrati-pionieri a uno di immigrati-professionisti.

A smentire che i limiti ai richiedenti asilo siano di carattere pratico (mancanza di risorse o territorio o rischio di contrasto con altri gruppi immigrati) è il dato che, sempre per il 2011-2012, il paese ha accolto un numero record di immigrati regolari: 184.998, tra i più vasti di sempre, che hanno superato di poco i 200.000 con i nuovi rifugiati riconosciuti tali. Questi numeri in crescita suscitano preoccupazione e ciò può parzialmente spiegare - andando essi in parte ad alimentare l’area dell'illegalità alla scadenza dei visti regolari  - il «giro di vite» verso i boat-people.

Ste.Ve.
 

Per maggiori informazioni: http://www.immi.gov.au/skilled/general-skilled-migration/whats-new.htm

 

        I campi di detenzione nelle isole di Christmas, Manus, Nauru: Quando anche Lampedusa sembra il paradiso                                      

Poco più di 3.500 boat-people sono detenuti nel territorio australiano di Christmas Island nell’Oceano Indiano e altri 720 in campi costruiti dall'Australia nell'Isola di Manus in Papua Nuova Guinea e nel minuscolo stato isolano di Nauru. Altri 6.250 sono in detenzione in Australia con visti temporanei in attesa di una ricollocazione.

Christmas Island è il lembo di territorio australiano più vicino al continente asiatico a poche ore di traversata dalla costa di Java meridionale. Per sette anni, i 1.400 abitanti dell'isola hanno dovuto subire una convivenza loro imposta e un'attenzione mediatica non richiesta, con conseguenze pesanti, con un alto numero di casi di depressone, servizi già precari condivisi in parte con un numero di reclusi arrivato a superare fino a quattro volte gli 800 previsti, pressati tra solidarietà e insofferenza, a  loro volta discriminati in un ruolo di secondini che non si sono scelti. Difficili, come immaginabile, anche le condizioni degli «ospiti» del campo che funge da centro di prima accoglienza, selezione e detenzione per un'immensa area oceanica (una situazione condivisa per pochi mesi con Nauru).

Diversa ma non certo migliore a situazione di Manus Island, lontana al largo della costa settentrionale della Papua-Nuova Guinea. Il suo isolamento, clima e scarsità di risorse ne spiegano il sotto-popolamento (40 mila abitanti) nonostante le dimensioni (2100 chilometri quadrati). Qui gli australiani celebrarono dal 1950 al 1951 i processi contro i criminali di guerra giapponesi arrestati in Australasia, gli ultimi ad accertare la colpevolezza di gerarchi e funzionari dell'armata imperiale nel conflitto del Pacifico. Qui hanno investito molti milioni di dollari per aprire una struttura relativamente attiva dal 2001 al 2004 come centro offshore di selezione per i rifugiati ma che dallo scorso anno è tornato al centro della politica di contenimento dell'immigrazione irregolare del governo australiano.

Stefano Vecchia
 
Stefano Vecchia