Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Le due piazze di Caracas

1. Un paese diviso
Colloquio col professor Giulio Santosusso

2. Anarchia, populismo e
bugie

Colloquio con padre
Pablo Urquiaga Feández

Indice:
1. Un paese diviso
2. Anarchia, populismo e bugie


1. Un paese diviso

Colloquio con il professor Giulio Santosusso

Il crollo del prezzo
del petrolio ha messo in ginocchio l’economia venezuelana. A questo evento
esogeno si aggiunge un clima interno di feroce contrapposizione politica,
acuita dalla decisione di Obama di dichiarare il paese una «minaccia» alla
sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In questo scenario il Venezuela si appresta
alle elezioni parlamentari previste per il 6 dicembre. Analizziamo la
situazione attraverso due interviste. Entrambe fuori dal coro

Nato a Roma, una laurea summa cum laude in matematica,
Giulio Santosusso lascia l’Italia per il Venezuela nel lontano 1968. Dopo
essere stato professore presso l’Universidad de Oriente di Cumaná e l’Universidad
Simón Bolivar di Caracas, nel
1985 fonda la Editorial Galac, una casa editrice che si propone l’obiettivo di «appoggiare
la società nel cambio di paradigma verso l’economia della conoscenza». Egli
stesso è autore di due libri di successo: «Reinventar a Venezuela» (1992) e «Socialismo
en un paradigma liberal» (1999). A dispetto dell’età e del fisico minuto,
Giulio Santosuosso è una forza della natura.

Professore, a sentire
i principali media italiani e inteazionali il Venezuela è una dittatura senza
se e senza ma.

«È impressionante come i giornali abbiano perso la
capacità d’informare. E fanno realmente ridere

quando usano la parola “dittatura”. In Venezuela, negli
ultimi 15 anni si sono celebrate 19 elezioni e con un sistema elettorale che,
nel settembre 2012, Jimmy Carter, ex presidente degli Usa, ha dichiarato essere
il migliore del pianeta.

Mi chiedo: sono coscienti del fatto che stanno mentendo?

Siamo la prima dittatura nella storia del pianeta che
vuole che la gente sia istruita, colta. Non si può non ridere pensando che
esistono persone che chiamano dittatore un presidente come Chávez che affermava
“il libro libera” e che, nel suo programma televisivo (Aló Presidente),
suggeriva i libri da leggere (tra cui, una volta, anche uno mio). Un altro
dato, molto importante, secondo me. A inizio dicembre ci saranno le elezioni
per il parlamento. I candidati del Psuv (Partito socialista unito del
Venezuela, il gruppo principale della coalizione “Gran Polo Patriótico”, ndr) sono stati scelti lo
scorso 28 giugno dalla base attraverso le primarie alle quali hanno partecipato
quasi 3,2 milioni di persone. Dovevano scegliere tra 1.152 cittadini, dei quali
il 60% donne, e il 49% minori di 30 anni. Anche i partiti dell’opposizione hanno
fatto (il 17 maggio) le primarie, però con alcune “piccole” differenze: chi si
candidava doveva pagare 150.000 bolivares (equivalenti, al cambio
ufficiale, a 23.800 dollari); si sono presentati 110 candidati (dei quali
solamente il 10% donne) e in meno della metà delle circoscrizioni elettorali
(33 su 78). Per finire, hanno votato meno di 550 mila persone».

I media sostengono
però che il presidente Maduro e il suo governo imprigionano i propri avversari
politici…

«Le persone che stanno in prigione, chiamate dai mezzi di
disinformazione “prigionieri politici”, sono Leopoldo López, Daniel Ceballo e
Antonio Ledezma. Per colpa della loro chiamata alla protesta (guarimba), tra febbraio e
marzo 2014 ci sono stati 43 morti e più di 800 feriti. Ma c’è di più. La quasi
totalità dei morti erano sostenitori del governo o poliziotti!».

In un articolo del Corriere della Sera (6 giugno) Leopoldo
López viene descritto come un eroe senza paura e senza macchia.

«Ricordo che egli ha fondato il partito Primero Justicia (dal
quale è poi uscito) con fondi della compagnia statale Pdvsa di cui la madre era
una dirigente. Ma soprattutto, quando era sindaco di Chacao, ha partecipato
attivamente al golpe dell’aprile 2002. È uno dei primi responsabili delle
violenze del 2014. Gli aggettivi per questo “eroe senza paura e macchia” è
meglio che me li tenga in testa…».

Insisto su questo
tema. Su un altro quotidiano (La Stampa, 3 marzo), Antonio Ledezma è descritto
come un martire e Maduro come un affamatore.

«Prima di fare un’intervista, un giornalista dovrebbe
informarsi adeguatamente sulla persona alla quale rivolgerà le proprie domande».

Molti degli
oppositori di oggi appoggiarono a vario titolo il golpe del 2002.

«Che dire? In un eccesso di bontà, a fine dicembre 2007
il presidente Chávez amnistiò tutti. Lo ripeto sempre nelle mie conversazioni:
lui era un ingenuo».

La situazione
economica del Venezuela viene descritta come al limite del default. E ancora:
inflazione molto alta, carenza di beni di prima necessità, dollarizzazione
dell’economia. Come stanno le cose?

«I mezzi di disinformazione parlano della scarsezza, però
non riferiscono quasi mai notizie di segno opposto come il ritrovamento nei
magazzini di migliaia di tonnellate di un prodotto che scarseggia, volutamente
sottratto alla distribuzione. L’inflazione è senza dubbio molto alta, però la
grande domanda è: in che misura è indotta dalla speculazione? Una delle ipotesi
che si fanno è che molte imprese fissano i prezzi del prodotto usando il
dollaro parallelo come unità di misura (da cui la “dollarizzazione”
dell’economia), mentre li importarono con un dollaro a 6,3 bolivares (Bs).
Riguardo alla valuta americana, è poi importante leggere i numeri: più del 70%
dei movimenti in divisa si fanno con il cambio ufficiale a 6,3. Più del 20% si
fanno con il dollaro Sicad (per esempio: gli acquisti via internet e i dollari
per il turismo all’estero), che sta a 12 Bs. Infine, una quantità che non
arriva al 5% si fanno con il dollaro Simadi, che gira intorno ai 200 Bs. Però
chi vuole gridare alla pessima situazione economica del Venezuela usa il DollarToDay, una
pagina web in mano a gente dell’opposizione, che dice che il dollaro sta a più
di 400 Bs. A me piacerebbe molto sapere se veramente esiste gente che compra un
dollaro a 400 Bs. Neanche un narcotrafficante lo farebbe!».

Il Venezuela è uno
dei primi produttori mondiali di petrolio. Eppure non siete riusciti a gestire
adeguatamente questa ricchezza.

«Non sono affatto d’accordo! Io credo che la ricchezza
derivante dal petrolio sia stata gestita molto bene. I risultati lo dimostrano.
Per esempio, lo scorso aprile è stata consegnata la casa n. 700.000 della Gran Misión Vivienda.
L’obiettivo è che, entro il 2019, nessun venezuelano viva più in una baracca.
Una enorme quantità di barrios, specialmente quelli su colline pericolose, che con una
forte pioggia possono crollare, oggi non esistono più e tutti i loro abitanti
vivono in appartamenti donati dalla missione governativa (e completi di cucina,
scaldabagno, mobili, etc.). Quindici anni fa la povertà riguardava quasi il 50%
della popolazione, oggi il 27%. E poi uno dei numeri più importanti in
assoluto, è – io credo – l’investimento delle entrate petrolifere nel sistema
educativo. Nel 2005 l’Unesco dichiarò il Venezuela paese libero dall’analfabetismo.
Oggigiorno la percentuale di studenti universitari è la seconda a livello
latinoamericano e una delle prime a livello mondiale. In questi quindici anni
(dal 1999 al 2014), si sono spesi nell’area sociale – educazione, salute, casa,
etc. – ben 782 mila milioni di dollari, una cifra corrispondente al 62% delle
entrate statali. Guardando ai numeri, io dico che Venezuela è il primo paese
nella storia che sta trasformando in realtà la dichiarazione universale dei
diritti umani».

Il Venezuela importa
tutto o quasi tutto. È una grave debolezza, non crede?

«Non è vero che importiamo tutto o quasi tutto, ma è vero
che importiamo molto. Il problema è che finora abbiamo vissuto sulla cosiddetta
renta petrolera. Per fortuna, ogni medaglia ha due facce, e la faccia
(secondo me) positiva della discesa del prezzo del petrolio è che si comincia a
discutere sul tema. Ad esempio, si sta promovuendo molto l’agricoltura».

Tutti i principali
rapporti inteazionali attribuiscono al Venezuela altissimi tassi di criminalità.

«Il grande problema del Venezuela è di stare tra la
Colombia, il maggiore produttore di droga del pianeta, e gli Usa, il maggior
consumatore. La droga entra dalla frontiera colombiana, all’Ovest del paese, ed
esce dallo stato di Sucre, all’Est del paese, da dove va, si dice, a Trinidad e
da qui agli Usa e al resto del mondo. La grande maggioranza degli atti
delinquenziali è legato alla droga. Per esempio, la grande maggioranza degli
omicidi sono “aggiustamenti di conti” fra bande rivali, per il dominio del
territorio. Io vivo a Caracas da 45 anni, vado camminando da tutte le parti e
non sono mai stato testimone di un atto delinquenziale e una sola volta mi
hanno derubato del portafogli sulla metropolitana. Però, quando lo racconto,
molto spesso mi rispondono che sono una persona super fortunata! Quanto ai
sequestri, altro crimine molto diffuso, essi sono generalmente realizzati da
paramilitari colombiani. Altro dato importante: le inchieste dicono che la
percezione di insicurezza è maggiore della insicurezza reale».

Secondo il presidente
Obama il Venezuela è una minaccia per gli Stati Uniti…

«Quindici anni fa, gli Usa dominavano il mondo intero.
Oggi la maggior parte dei paesi va per un altro cammino, soprattutto grazie a
Chávez. La consacrazione definitiva del nuovo corso è avvenuta nella “Cumbre de las Américas” (il
vertice dei paesi americani, ndr), tenutasi a Panamá lo scorso aprile, durante la quale
tutti i convenuti si sono espressi contro il decreto esecutivo di Obama, al
punto che il presidente se n’è andato per non sentir parlare contro di lui. Una
vera e propria fuga, la dimostrazione palese di una disfatta».

Il Venezuela ha
sempre aiutato economicamente Cuba. Adesso Cuba ha fatto pace con gli Stati
Uniti, il nemico di sempre. Cosa cambierà per voi?

«Questa è una lettura sbagliata della situazione. Credo
sia molto importante spiegare meglio la relazione tra Venezuela e Cuba. Se è
vero che noi l’abbiamo sempre aiutata economicamente, è altrettanto vero che
Cuba ha sempre ricambiato con le missioni sociali. Pensiamo ai medici cubani.
Prima di Chávez la gran parte dei venezuelani non aveva mai fatto una visita
medica. Oggi tutti le fanno, a poca distanza della propria casa e gratis. Se si
provasse a calcolare il valore monetario di tutte le consulte mediche,
operazioni, protesi, etc., è possibile che quella cifra risulterebbe maggiore
dello sconto fatto a Cuba sul prezzo del petrolio venezuelano».

I rapporti con la
vicina Colombia sono piuttosto tesi. Come mai?

«La Colombia è un paese realmente misterioso. Tutti
quanti sanno che Alvaro Uribe Vélez è uno dei suoi principali narcotrafficanti,
collocato al n. 82 nella lista stilata dalla Dia, l’agenzia d’intelligence
statunitense, però lo hanno eletto presidente, e adesso senatore. È il creatore
dei paramilitari, e quindi il responsabile morale di centinaia di migliaia di
morti. L’attuale presidente, Juan Manuel Santos, ha occupato incarichi
importanti durante la presidenza Uribe, e questa è una confessione di disonestà.
Oggi ci sono in Venezuela circa sei milioni di colombiani che sono scappati dal
proprio paese per la povertà, la guerra civile, la violenza. Troppi di loro
svolgono però attività disoneste, ad esempio comprano prodotti in Venezuela e
li vanno a rivendere alla frontiera colombiana. Al presidente Maduro, che il 4
di giugno aveva detto che i colombiani “vengono qui portando necessità e povertà,
e cercando educazione, lavoro, salute e casa”, il presidente Santos ha risposto
dicendo che “Colombia genera
prosperidad y no exporta pobreza”».
Un’affermazione francamente ridicola».

Secondo Freedom House
in Venezuela i mezzi di comunicazione non sono liberi.

«Quando Orson Welles, nella sua famosa pellicola “Il
cittadino Kane”, parla della stampa come del “quarto potere”, non immaginava
che qualche decennio dopo sarebbe diventata il primo!

Le dichiarazioni sulla mancanza di libertà di espressione
in Venezuela sono realmente comiche e il fatto che tanti media occidentali le
ripetano in maniera automatica e acritica è un pessimo segnale. Come non
rendersi conto della contraddizione esistente nell’affermare che “in questo
paese non abbiamo libertà d’espressione” davanti a decine di giornalisti che
poi fanno domande sul tema? Non è forse questo un sintomo evidente di
“analfabetismo funzionale”?

Nel 2000 in America apparve un libro, The Twilight of American Culture (Il crepuscolo della cultura americana), di Morris
Berman, in cui, alla pagina 42, afferma che “il numero di adulti realmente
istruiti negli Stati Uniti è il 3% della popolazione”. Cioè il 97% è analfabeta
funzionale. Io ripeto sempre che a quel libro occorrerebbe cambiare il titolo
in The Twilight of
Occidental Culture, perché quello che l’autore
dice sugli Usa si applica a tutto l’Occidente.

Quando vado a fare il turista a Roma, passo sempre a
salutare un amico, proprietario di una libreria dove cinquanta anni fa compravo
molti libri. Lui mi dice: “Giulio, io sopravvivo vendendo guide ai turisti…
Nessuno più compra un libro…”. Qui in Venezuela è esattamente l’opposto: tutti
gli anni aumenta il numero di libri che si vendono».

Paolo Moiola

2. Anarchia, populismo e
bugie

Colloquio con padre
Pablo Urquiaga Feández





Lo avevamo
intervistato subito dopo la morte del presidente Chávez. Due anni dopo, Pablo
Urquiaga, parroco in un quartiere di Caracas, è più critico e disilluso. Contro
il populismo del governo e le manovre (sporche) dell’opposizione. Ma non ha
perso la speranza.

Padre Pablo Urquiaga Feández è
parroco della chiesa La Resurrección del Señor nel quartiere di
Caricuao, a Caracas. Lo abbiamo ricontattato a due anni dalla nostra prima
intervista (giugno 2013).

Padre Urquiaga, a sentire i principali media italiani e inteazionali,
il Venezuela è – senza alcun dubbio – una dittatura.

«Dittatura? Certamente no. Anzi, è vero il contrario. Parlamento e
governo fanno leggi che nessuno rispetta e ognuno fa ciò che gli pare. Nel
Venezuela del 2015 c’è anarchia. Mi pare che dittatura e anarchia siano
incompatibili, no? Il problema è che l’impunità genera corruzione e delinquenza
senza freni».

Che dire delle persone in carcere?

«Certamente ci sono “politici incarcerati” che però non è lo stesso di
“prigionieri politici” (il gioco di parole è evidente in spagnolo: “politicos
presos” e “presos politicos”, ndr). Io credo che in nessuna parte del
mondo dovrebbero esistere “prigionieri politici”, siano essi del governo o
dell’opposizione, a meno che non abbiano commesso delitti da essere provati
davanti alle competenti autorità».

La situazione economica del paese viene descritta come al limite del
default. E poi: inflazione molto alta, scarsità di beni di prima necessità,
dollarizzazione dell’economia. Come stanno le cose?  

«A partire dallo scorso anno la situazione economica si è deteriorata
in maniera considerevole. L’inflazione alle stelle e la scarsità di alcuni
prodotti di prima necessità hanno più di una causa: una è la mancanza di
produzione di alcun prodotti, un’altra è il contrabbando di alcuni prodotti
verso l’estero e infine c’è la “guerra economica” allo scopo di danneggiare il
processo rivoluzionario. Da una parte, il populismo cerca di compiacere il
popolo per guadagnare voti, non pretende lavoro e responsabilità nella
produzione e regala le cose senza esigere sforzo e sacrificio. Dall’altra,
l’opposizione s’approfitta dell’inefficacia e inefficienza di questo governo
per peggiorare la situazione. Anche se gli imprenditori hanno qualche valida
ragione; non si può produrre con tanta instabilità economica. Non si può
soffocare chi produce e senza produzione non si può distribuire come sarebbe
dovere dello stato e del governo».

Il Venezuela è uno dei primi produttori mondiali di petrolio. Tuttavia,
forse non ha saputo gestire adeguatamente questa ricchezza. La causa risiede
nella corruzione?

«La questione del petrolio non dipende soltanto dalla “corruzione
amministrativa”, ma anche dalla mancanza di efficacia nella gestione delle
finanze pubbliche. È certo che la maggior parte delle entrate petrolifere è
stata utilizzata per migliorare le condizioni di vita dei più poveri
(investimenti sociali). Allo stesso
tempo è certo che molte di queste entrate hanno arricchito dei falsi
rivoluzionari. Dovremmo “seminare” il petrolio. Voglio dire: sviluppare
un’industria petrolchimica come, grazie a Dio, si è finalmente iniziato a fare,
anche se troppo tardi».

Le statistiche dicono che il Venezuela e in particolare la sua capitale
hanno i più alti tassi di criminalità al mondo. Per le strade di Caracas lei si
sente insicuro?

«L’insicurezza è uno dei nostri mali più terribili anche se sappiamo
che essa è conseguenza dell’impunità e della mancanza di etica che corrompe
ogni cosa. Il populismo cerca di essere blando con coloro che commettono
crimini, soprattutto se appartengono ai settori popolari. Qui non si tratta di
fare vendetta, si tratta di applicare una “giustizia correttiva”. Per questo
abbiamo necessità di istituti correttivi e non di carceri (che alla fine si
trasformano in vere scuole del crimine). C’è molta insicurezza. Tanto che noi
abbiamo dovuto sospendere gli orari nottui delle nostre attività ecclesiali.
Quanto alla mia persona, mi sento tranquillo perché credo che Dio mi protegga».

Stando all’«ordine esecutivo» firmato dal presidente Obama lo scorso 9
marzo, il Venezuela costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale degli
Stati Uniti.

«Senza dubbio oggi noi siamo più rispettati come repubblica sovrana e
indipendente. Con la maggioranza dei paesi le nostre relazioni si sono
rafforzate. Pensiamo alla Russia, alla Cina, all’Europa (Italia inclusa) e
soprattutto ai paesi latinoamericani con cui ci sono progetti in comune (Alba,
Mercosur, Petrocaribe, ecc.). Nonostante negli ultimi anni si siano deteriorate
le relazioni con Washington, il Nord America è importante per il nostro
commercio esterno e noi amiamo i suoi abitanti. Il Venezuela non rappresenta
una minaccia per nessuno e per nessun popolo. Però lo è per qualsiasi Impero
(sia di dove sia) che voglia dividerci o voglia convertirci nel proprio
“cortile di casa”».

Secondo il rapporto 2015 di Freedom House, il Venezuela è un paese «non
libero» (not free) per quanto attiene i mezzi di comunicazione. Nella
classifica mondiale si piazza al 176.mo posto. Lei come giudica la situazione
dei media venezuelani?

«Freedom House, Paolo? Chiunque viaggi in Venezuela e accenda
una radio o una televisione o compri un giornale si rende conto che nel nostro
paese c’è piena libertà di espressione. Anzi, io direi che c’è una sorta di
“libertinaggio d’espressione”, che non è la stessa cosa. Credo che non dovrebbe
essere consentito utilizzare un mezzo di comunicazione per dire qualsiasi cosa
passi per la testa. La libertà d’opinione non dovrebbe prescindere dalla
comunicazione vera dei fatti senza cioè alterarli od ometterli per meschini
interessi di parte. In Venezuela la maggioranza delle emittenti radio e
televisive sono in mano a imprese private che rispondono agli interessi
dell’opposizione. Quello che dico vale anche per i media in mano allo stato».

Pare che la gerarchia della Chiesa cattolica venezuelana sia sempre
schierata con l’opposizione contro il presidente e il governo. È così, padre?

«Alcuni dell’“alta” gerarchia (ma anche della “bassa”) si oppongono a
tutto ciò che fa il governo fino all’estremo di non essere capaci di
riconoscere quanto di buono è stato fatto per i più poveri. Alcuni di noi
stanno lavorando (senza per questo essere affiliati a qualche parte politica)
affinché si correggano le distorsioni e la situazione migliori, soprattutto per
coloro che hanno più bisogno. L’“opzione preferenziale per i poveri” non può
continuare a essere uno slogan, ma deve trasformarsi in fatti concreti».

Papa Francesco è stato molto importante per il nuovo corso di Cuba. Lei
crede che potrà anche aiutare a promuovere la pacificazione in Venezuela?

«Se ci fosse buona volontà da entrambe le parti, il papa potrebbe senz’altro
favorire una riconciliazione che sarebbe una vittoria per tutti. Non
dimentichiamo che il pontefice ha nominato un nunzio (mons. Aldo Giordano, ndr)
che ha dato prova di essere una persona di spessore con il suo comportamento
umile e semplice, vicino al nostro popolo e lontano dai privilegi. Papa
Francesco ha aiutato a chiarire che stare a fianco dei poveri non è comunismo,
ma puro cristianesimo».

Paolo Moiola

Paolo Moiola