Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Chiesa, dialogo contro terrore

Laurent Lompo, il
primo vescovo nigerino della storia

Giovanissimo, ma già
sperimentato. La sua parola d’ordine è «dialogo interreligioso», non
raccontato, ma applicato. È la nuova guida della piccola comunità dei cattolici
nella diocesi di Niamey. Con approccio «missionario».

1. Intervista con mons. Laurent Lompo

Niamey. Monsignor Laurent Djalwana Lompo è il nuovo arcivescovo
dell’arcidiocesi di Niamey. È il primo vescovo del Niger di nazionalità
nigerina ed è stato intronizzato dal cardinale Philippe Ouedraogo (del Burkina
Faso) il 14 giugno scorso. Originario di Makalondi, 100 Km a Ovest della
capitale, è nato nel 1967. Dopo la scuola primaria nella città natale, il
collegio a Say e il liceo a Niamey, ha passato dieci anni di seminario in
Burkina. È stato ordinato prete nel 1997, e in seguito ha lavorato un anno alla
parrocchia St. Gabriel a Niamey. È stato poi responsabile al foyer Samuel, dove ci si occupa dei giovani che
vengono per maturare la loro vocazione.

Dopo una fase di studi in Francia è rientrato nel 2003, e monsignor Michel
Cartateguy, arcivescovo di Niamey, lo ha nominato vicario generale. Ruolo che
ha ricoperto per dieci anni. Nel 2013 papa Benedetto ha nominato mons. Lompo
vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Niamey e dall’11 ottobre 2014, è stato
chiamato a sostituire mons. Michel.

In Niger, paese a maggioranza
musulmana, i cristiani sono un’esigua minoranza: si parla di alcune decine di
migliaia di persone su 17 milioni. Le diocesi sono due, quella metropolitana di
Niamey e quella di Maradi, il cui pastore è monsignor Ambroise Ouedraogo (cfr.
MC settembre 2007).

Il 29 giugno scorso mons. Lompo era
a Roma per concelebrare la messa con papa Francesco, durante la festa dei santi
Pietro e Paolo. In quell’occasione il santo padre ha benedetto il palio per i
46 arcivescovi metropoliti nominati nell’anno. L’insegna ecclesiastica di lana
bianca «è simbolo del pastore che sente l’odore del gregge e ne porta il peso,
facendo l’unità della Chiesa», ci racconta monsignor Lompo, che incontriamo nel
suo ufficio, a ridosso della sobria cattedrale di Niamey, in pieno centro città.

«Voglio continuare la missione di
mons. Michel, che ha molto operato per questa diocesi, e ha vissuto il suo
motto “Che lui diventi più grande e che io diminuisca”, spingendo il clero
diocesano a prendere le sue responsabilità. Penso sia in questa linea che papa
Francesco mi ha nominato arcivescovo».


Che sentimento prova, in quanto nigerino, a ricoprire questo ruolo
importante per la Chiesa cattolica, in un paese in cui i cattolici sono una
minoranza?

«In un paese in cui il 98% della
gente è musulmana, per me è una gioia, un onore, sapere che la comunità
cristiana ha fatto il suo cammino, è arrivata a maturità. È anche un dovere,
quello di mettere le basi per consolidare il dialogo interreligioso in questo
paese. Gli avvenimenti del 16 e 17 gennaio scorso (manifestazioni anti
cristiane, vedi box, ndr) ci danno ancora l’occasione concreta per
affermare che il dialogo interreligioso è di una importanza capitale. E non
deve restare solo a livello della gerarchia, ovvero dei responsabili e leader
religiosi, ma deve partire dalla base e andare fino in cima. Perché gli eventi
che si sono prodotti hanno mostrato che la gioventù è molto coinvolta. Quindi
vogliamo fare in modo che il dialogo sia vero e sincero. Siamo in un paese
laico, le autorità politiche devono tenere conto del rispetto delle minoranze.
I cristiani hanno il loro posto. Preghiamo affinché questo impegno possa essere
concreto, e noi cristiani possiamo intenderci con i musulmani e continuare la
missione in Niger».

Nella pratica, quale programma avete con i capi religiosi musulmani?

«Siamo rimasti molto stupiti delle
manifestazioni di gennaio. Viste le relazioni che abbiamo, non avremmo mai
immaginato che in Niger si sarebbero potuti produrre degli eventi simili. Noi
stiamo continuando quanto faceva mons. Michel Cartateguy: il dialogo
interreligioso, a tutti i livelli. Il programma sul quale abbiamo riflettuto si
chiama “Vivere insieme”, e tiene conto della formazione della gioventù di oggi.
Una gioventù sbandata, che ha bisogno di contatto tra cristiani e musulmani.
Contiamo di mettere in opera un programma, con il supporto di partner interni
ed estei, affinché possiamo formare i giovani alla tolleranza, al rispetto
mutuo, alla conoscenza dell’altro. Perché quando conosci qualcuno lo rispetti.
Questo rispetto, pensiamo si possa avere se ciascuno è radicato nella sua fede:
i cristiani nella propria fede e così i musulmani. Insieme possiamo coltivare
la pace di cui il Niger ha bisogno oggi».

Vi cornordinate con i leader musulmani?

«Lavoriamo con tutti gli strati
sociali. Abbiamo diverse scuole cattoliche, nelle quali la maggioranza degli
studenti sono musulmani. La formazione mette l’accento sul vivere insieme, e
questo per ogni ordine e grado di scuola. Lo stesso accade nelle attività come
la Caritas, in cui lavoriamo con i musulmani. Anche a livello dei nostri
dispensari cerchiamo la collaborazione con gli altri.

Abbiamo una Commissione nazionale di
dialogo interreligioso che raggruppa musulmani e cattolici a livello di diocesi
di Maradi e di Niamey, insieme costituiscono la commissione interdiocesana, di
cui monsignor Ambroise Ouedraogo è cornordinatore. Alla mia intronizzazione c’è
stato un gran numero di musulmani presenti. Penso che la Commissione permetta
di avvicinarci ulteriormente e di togliere le paure e le incomprensioni dovute
agli eventi del 16 e 17 gennaio scorso. In quei giorni, in seguito alle
caricature del profeta Maometto uscite su Charlie Hebdo, c’è stata una reazione a livello internazionale, che
in altri paesi si è potuta contenere, ma in Niger purtroppo no. C’era un certo
numero di giovani infiltrati, e la gioventù sbandata è una porta aperta agli
attacchi, ai saccheggi e alla profanazione che abbiamo vissuto nelle nostre
diverse chiese. Ci siamo visti con le spalle al muro. Hanno bruciato tutto. Non
accusiamo la comunità musulmana, ma c’è stata una intromissione dall’esterno.
La tattica secondo noi è quella di Boko Haram. Il modo con cui hanno attaccato
le chiese era pianificato, si erano organizzati per bruciare. Stiamo lottando
contro questo nemico comune, che sia cristiano come musulmano. Boko Haram è un
nemico di tutti».

In Niger l’islam è stato sempre molto tollerante. Queste infiltrazioni
riescono a influenzare e radicalizzare i musulmani comuni?

«Oggi non possiamo non parlare di
radicalizzazione, quando vediamo il comportamento esteriore, l’abbigliamento,
le reazioni, penso che l’islam si stia radicalizzando poco a poco in un paese
in cui è stato sempre tollerante. L’influenza estea ha un peso, e noi nel
dialogo interreligioso lo diciamo. Non credevamo che sarebbe potuto succedere,
ma il fatto che ci sia questa radicalizzazione può avere un effetto negativo.
Durante gli assalti a Zinder c’erano delle persone con la bandiera di Boko
Haram, che gridavano parole d’ordine tipiche del gruppo. Queste cose hanno buon
gioco con la grande massa.

Al momento non abbiamo preoccupazione
perché non crediamo che possano capitare ancora questi fatti. Quando
incontriamo i musulmani, le associazioni, i leader politici, tutti condannano
quello che è successo. E penso che delle disposizioni siano state prese. Per
questo diciamo, rispetto a quello che è successo: occorre che lo freniamo con
il dialogo, il mutuo rispetto e il rispetto delle minoranze. Se continuiamo a
operare, cristiani e musulmani insieme, in questa direzione possiamo fermare
questo fenomeno».

Collaborate con altre chiese sorelle in altre parti del mondo?

«In Niger ci sono cattolici ed evangelici. Collaboriamo e
vogliamo impostare l’ecumenismo, affinché tra cristiani ci possiamo conoscere
ancora meglio e lavorare insieme di più.

A livello regionale facciamo parte
della Conferenza episcopale Burkina Faso – Niger e lavoriamo con le chiese
sorelle del Burkina e del Benin. All’intronizzazione c’erano cinque vescovi del
Benin.

Collaboriamo anche con l’Europa, ad
esempio con le diocesi italiane di Lodi, Belluno, Milano e Genova, delle quali
abbiamo dei missionari qui con noi. Recentemente ho fatto un viaggio
nell’ambito di questa collaborazione per rinforzare la cooperazione missionaria
e allo stesso tempo presentare i progetti di ricostruzione per le nostre
chiese.Ho avuto un’accoglienza calorosa e
sono tornato con un’immagine molto bella della chiesa italiana».

Ci sono anche dei missionari di ordini religiosi?

«Sì, ci sono i padri Bianchi, i
Redentoristi, la Società delle missioni africane oltre ai sacerdoti fidei donum, sia dell’Italia che della Francia. Inoltre
abbiamo molte altre congregazioni religiose che vengono dal Benin, Togo,
Burkina Faso, ma anche da Canada e Francia. La maggior parte delle
congregazioni lavorano nelle scuole e nei dispensari. È una fetta importante
della cooperazione missionaria».

Quali sono le sfide maggiori che sente e qual è il suo programma per i
prossimi anni?

«Portiamo avanti la visione che
recita: “Tutti sono missionari in una chiesa famiglia che testimonia l’evangelo
nella realtà del Niger”. Vivere la parola di Dio nel Niger di oggi ha come
sfide, prima di tutto, il dialogo interreligioso, la formazione dei nostri
cristiani alla cultura della tolleranza, la formazione dei cristiani ad avere
una fede solida e a radicarsi ancora di più nella Parola. Perché quando si è
forti a livello spirituale, si regge meglio davanti alle prove. Vogliamo
sviluppare la Caritas diocesana, come servizio ai più poveri del paese, che
sono molti. Mettere l’accento sulla responsabilizzazione. I missionari ci danno
uno stimolo esaltante e dobbiamo fare in modo che tutti i preti, i religiosi, i
laici, ad ogni livello, possano essere responsabili. Una chiesa che poco a poco
prenderà se stessa in carico. È il nostro programma. Noi abbiamo bisogno delle
chiese straniere, ma dobbiamo prima di tutto contare sulle nostre forze. Le
altre vengono a complemento».

In Niger molti cattolici sono di origine straniera. Avete una pastorale
per la diffusione del cattolicesimo?

«È vero, molti cattolici vengono da
altri paesi, ma molti cristiani nelle parrocchie di campagna sono autoctoni.
Prendo il caso di Dogon Doutchi, in zona haussa (prima etnia per numero,
presente anche in Nigeria, ndr) oppure la
zona sonrai: entrambe hanno molti cristiani. Un centro importante è Makalondi,
che raggruppa le parrocchie di Makalondi, Bomanga, Torodi e Kankani. Non posso
dire che si tratta del polmone dei cristiani nigerini, ma in quella zona sono
tutti nazionali. Quest’anno su 400 battesimi, oltre 150 sono stati di persone
originari di quella regione. Lì la gente ha sete di fede, le chiese sono piene
e quando sono stato in visita pastorale, mi hanno detto: “Siamo in
soprannumero, non è che potete trovare i mezzi per costruire altre chiese?”.
Conteremo sulla partecipazione locale per poter costruire luoghi di culto in
queste regioni, dove il cristianesmo avanza rapidamente in numero e qualità.

Penso anche, in questa prospettiva,
alla promozione delle vocazioni, perché il clero diocesano è una necessità.
Abbiamo una pastorale vocazionale. A livello del seminario maggiore ci sono
nove seminaristi, e altri tre stanno facendo l’anno propedeutico. Altri giovani
sono al foyer
Samuel dove si
preparano fino all’esame di maturità.

I missionari sono venuti in passato,
ma adesso vediamo la rarità di quelli che vengono dall’Europa. È il nostro
tuo di fare uno sforzo missionario affinché le comunità comprendano
l’importanza della missione oggi in Niger. Facendo la promozione delle
vocazioni preghiamo ogni giorno e ci mettiamo in opera affinché ci sia un
accompagnamento a livello delle parrocchie. Nella diocesi di Niamey ci sono
circa 45.000 cattolici. La maggioranza si trova della zona di Makalondi. E ogni
anno aumentano».

Come concilia la sua cultura e tradizione africana con la spiritualità
cattolica?

«A livello della nostra diocesi
crediamo molto nello sforzo dell’inculturazione: partire dai valori positivi
delle nostre culture e li leggiamo alla luce del Vangelo che viene a
purificarli in modo che possiamo comprenderli. Un impegno importante è la
traduzione della Bibbia nelle diverse lingue del Niger. Il giorno della mia
intronizzazione abbiamo fatto la processione delle offerte, e hanno partecipato
tutte le etnie del paese nel loro vestito tradizionale, per mostrare
l’universalità. Il Vangelo è venuto per tutte le etnie, non per una sola, tutte
hanno la possibilità di aprirsi al Vangelo. Abbiamo anche utilizzato il griot (importante figura del cantastorie in Africa
dell’Ovest, ndr). Nel paese gourmanché (altra etnia
presente in Niger e Burkina, ndr), il messaggio
trasmesso dal griot diventa un messaggio popolare,
ascoltato da tutto il mondo. Per questo anche il testo che ratifica che sono
diventato arcivescovo e stato tradotto in lingua locale e letto, in modo tale
che tutti potessero comprendere meglio. Prendiamo quello che è positivo nelle
nostre culture e vediamo come si inserisce nel Vangelo. Facciamo questo sforzo
in modo che la Parola prenda più forza nelle nostre culture, perché sappiamo
che il Vangelo entra nella cultura e la purifica, così la nostra fede diventa
solida».

Marco Bello


2. La situazione

A pochi mesi dalle
elezioni, il Niger deve fare i conti con Boko Haram

Stretto tra due
fuochi

Un paese tra i più poveri al mondo si vede costretto a
combattere una guerra. E a vegliare sulla propria sicurezza intea. Un governo
che in oltre quattro anni è riuscito a realizzare infrastrutture e promuovere
l’agricoltura. Una società che tende a islamizzarsi sempre di più a causa di
infiltrazioni e influenze estee.

Niamey. È un torrido
pomeriggio di fine giugno, le piogge stagionali sono in ritardo, e
dall’aeroporto internazionale di Niamey, Diori Hamani, vediamo uno strano
velivolo decollare e dileguarsi rapidamente. È un drone militare,
verosimilmente Usa (non ne esistono altri nella regione). È pilotato da
qualcuno dietro a dei monitor, molto lontano dal caldo e dalla sabbia del
Niger. Si alza in missione verso Est, per ricognizione o per sparare contro gli
uomini di Boko Haram, con i quali è ormai guerra aperta dal febbraio scorso.

Qualche settimana fa, sulla pista del piccolo aeroporto
di Zinder, seconda città del paese, a 900 km a Est della capitale, due caccia
bombardieri Sukhoi, di fabbricazione russa e con insegne nigerine, erano
parcheggiati in attesa di decollo. Sempre all’aeroporto di Zinder, il 24
giugno, una quindicina di militari francesi, facevano una rapida sosta, per
ripartire con il loro turboelica alla volta di Diffa, città a 460 km più ad
Est, zona di guerra.

Paese saheliano con territorio in gran parte desertico, tra i più
poveri del mondo, il Niger è ormai da alcuni anni stretto in una morsa di
guerra. A Nord imperversano i jihadisti di Aqmi (Al Qaida nel Maghreb
islamico, cfr. MC luglio 2012) e vari altri gruppi, attivi in Mali, contro i
quali è in corso una guerra che ormai dura da marzo 2012, con l’intervento
della Francia nel gennaio 2013 (operazione Barckhane) e della successiva
Missione di stabilizzazione delle Nazioni unite (Minusma).

A Sud Est, nella confinante Nigeria, opera da metà anni
‘90 la setta, gruppo integralista Boko Haram (cfr. MC luglio 2012). Questa ha
di fatto cambiato il livello del conflitto, quando nel febbraio scorso, ha
attaccato la città nigerina di Diffa e cominciato incursioni in diversi
villaggi lungo il confine. Oltre al Niger e alla Nigeria sono coinvolti nella
guerra Ciad e Camerun, tant’è che militari nigerini e ciadiani controllano
alcune città in Nigeria, nello stato del Boo (Nord Est), dopo averle
sottratte a Boko Haram. È del luglio scorso la creazione di una nuova
coalizione militare per combattere i terroristi: la Forza d’intervento
multinazionale
, della quale fa parte, oltre ai quattro paesi citati, anche
il Benin, confinante con la Nigeria a Ovest.

Il Niger, è da sempre patria di un islam tollerante, ma qualcosa
sta cambiando. Il paese ha vissuto alcuni avvenimenti mai visti il 16 e 17
gennaio scorso. In seguito all’attentato al settimanale satirico Charlie
Hebdo
a Parigi e alla reazione del mondo contro l’accaduto, a Zinder e
Niamey si sono verificate due violente manifestazioni, rapidamente degenerate,
contro la minoranza cattolica. Chiese e case parrocchiali sono state attaccate
e incendiate, così come scuole cattoliche. Le forze dell’ordine sono riuscite a
intervenire troppo tardi. Monsignor Ambroise Ouedraogo, vescovo di Maradi,
diocesi di cui fa parte anche Zinder, ci racconta: «Qualche giorno prima degli
eventi, padre Léo (missionario d’Africa, originario della Rdc, da anni nel paese,
ndr) aveva mandato una lettera al prefetto per chiedere protezione.
Erano state mandate due camionette di gendarmi. Ma quando c’è stato l’attacco
nessuno ha fermato gli assalitori. Solo la Guardia nazionale, in seguito, è
intervenuta per fermare i manifestanti quando questi hanno tentato di attaccare
l’altra scuola cattolica. A Niamey sono state bruciate sei chiese su otto, di
cui una inaugurata pochi mesi prima. I preti e le suore hanno abbandonato
Zinder per paura. Andiamo a celebrare la messa ogni due settimane da Maradi
(230 km). Ma la chiesa è stata completamente bruciata, come la scuola e i
locali parrocchiali. La celebrazione si effettua sotto una tettornia».

Secondo un professore dell’Università di Niamey, che ha chiesto di
mantenere l’anonimato: «I partiti politici di opposizione hanno usato il
pretesto di Charlie Hebdo per tentare di destabilizzare il paese e i
cristiani sono stati le vittime innocenti della manovra. Diversi esponenti di
questi partiti sono stati riconosciuti durante le violenze e poi arrestati. Gli
studenti del campus di Niamey hanno testimoniato che elementi dei partiti di
opposizione sono andati dalle associazioni studentesche per convincerle a
partecipare massivamente alle manifestazioni, ma queste si sono rifiutate».
Un’analisi, questa, condivisa anche in ambito ecclesiale. Sta di fatto che
membri di Boko Haram erano infiltrati tra i manifestanti e i metodi usati sono
stati quelli della setta nigeriana.

«È certo – ci dice ancora mons. Ouedraogo – che membri
di Boko Haram sono in mezzo a noi».

Il governo di Issoufou Mahamadou è giunto ormai al suo quinto anno
e, a inizio 2016, si terranno le elezioni. Mahamadou, del partito Pnds (Partito
nigerino per la democrazia e il socialismo), oppositore storico dei regimi
succedutisi a partire dagli anni ’90, è arrivato finalmente al potere grazie
alle elezioni del gennaio 2011, che misero fine a 13 mesi di governo di
transizione della giunta militare (cfr. MC giugno-luglio 2011). È stato come se
i nigerini avessero chiesto una svolta, affidando la guida del paese a chi non
l’aveva mai avuta.

L’anno prossimo Mahamadou potrebbe vedere confermata
questa fiducia, oppure potrebbero tornare alcuni falchi del passato, come il
potente ex primo ministro Hama Amadou. Per questo, la campagna elettorale è, di
fatto, già cominciata e il tema «sicurezza contro il terrorismo» è cruciale.

Il governo ha ingaggiato una guerra a trecentosessanta
gradi contro il terrorismo islamico, sul fronte Sud Est e su quello Nord,
intervenendo con il pugno di ferro. Dopo gli attentati a Bamako (capitale del
Mali, a marzo) e a Ndjamena (capitale del Ciad, giugno e luglio), i servizi
segreti – molto efficienti in Niger – mantengono l’allerta alta. La nostra
fonte universitaria: «Si tratta di una guerra “asimmetrica”, un esercito contro
singoli attentatori incontrollabili che si mischiano alla popolazione. Il
governo ha sensibilizzato la popolazione dicendo che se si osserva qualcuno di
sospetto si deve subito avvisare il capo quartiere. Adesso la gente è più
tranquilla, non c’è la fobia che si è avuta subito dopo gli eventi di gennaio.
Penso che il governo sia stato bravo ad assicurare la sicurezza, in un paese
povero, senza mezzi, stretto tra Libia, Mali e Nigeria».

Ma nell’Est, vicino alla frontiera con lo stato nigeriano di Boo,
gruppi di Boko Haram attaccano direttamente i villaggi. È della notte tra il 17
e 18 giugno uno dei peggiori massacri, compiuto nei villaggi Lamana, Boulamare
e Goumao, a circa 50 km da Diffa. Trentotto civili uccisi, di cui 10 bambini,
tre feriti, un centinaio di case bruciate, così come i granai e alcune auto. Un
attacco peggiore era avvenuto solo sull’isola Karamga nel lago Ciad, ad aprile,
con 74 morti tra civili e militari. Gli attacchi sulle isole hanno anche creato
oltre 30.000 sfollati interni, sempre all’estremo Est del paese.

Ci confida una personalità vicina al primo ministro: «Molti
membri di Boko Haram che agiscono sulla frontiera sono ormai nigerini, non
nigeriani. Molti nostri giovani hanno ingrossato le fila dei miliziani. Li
conosciamo e la gente del posto sa chi sono».

Intanto si osservano evidenti cambiamenti nella società nigerina.
Secondo monsignor Ouedraogo «assistiamo a una certa radicalizzazione islamica,
che avviene poco a poco. Ad esempio nel 2001 erano ancora molte le donne che
non portavano il velo. Oggi sono tutte velate». Secondo il professore
universitario «si assiste a una “islamizzazione” piuttosto che a una
radicalizzazione. La gente è più islamizzata a causa della povertà crescente.
Non è tanto dovuto al fatto che abbiano paura dei gruppi radicali. Quella è
stata palpabile dopo gli avvenimenti del 16 e 17 gennaio e l’entrata di Boko
Haram in Niger a febbraio».

E mentre il governo impone regole più stringenti sulle
prediche nelle moschee, in particolare quelle, sempre più diffuse, realizzate
da imam mediorientali, la chiesa cattolica incontra i leader islamici grazie
alla Commissione per il dialogo interreligioso, che ha lo scopo di
sensibilizzare e promuovere dialogo e tolleranza.

Marco Bello


Tag: missione, terrorismo, dialogo

Marco Bello