Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Cari Missionari

Bahá’í
Reverendo Padre,

ho letto con piacere sulla vostra rivista di novembre
l’articolo sulla Fede Bahá’í. Vorrei congratularmi con lei e con l’autore del
documento Vittorio Stabile per l’accuratezza dell’articolo, anche nei minimi
particolari. Attendo il prossimo numero sulle persecuzioni dei Bahá’í.

Come saprà, proprio a Torino nel lontano 1880 (esattamente
il 5 e 12 dicembre), il noto naturalista e letterato piemontese Prof. Michele
Lessona tenne due conferenze sulla Fede Bahá’í. Il testo della sua relazione di
66 pagine fu pubblicato dall’editore Ermanno Loescher. Era la prima volta che
gli italiani venivano a conoscenza della Fede Bahá’í.

Ora a distanza di 134 anni, la vostra rivista aiuterà molti
altri a comprendere che la base di tutte le religioni è amore e che tutti i
profeti di Dio proclamano la medesima fede. Cordialmente,

Feri Mazlum
Locao, Svizzera, 16/11/2014

Le mani sul Mozambico

Per nessun paese il Prodotto Inteo Lordo (Pil) è un buon
indicatore del livello di benessere e il Mozambico non fa eccezione. I calcoli
alla base della determinazione del Pil hanno un valore scientifico prossimo
allo zero e nulla hanno a che vedere con le regole dell’aritmetica.

Se i Mozambicani vogliono davvero progredire, lascino da
parte la determinazione del Pil e pensino a conservare i loro tesori
naturali che si chiamano acqua, suolo agricolo, foreste, oceano…

Assieme a Malawi e Tanzania trovino il modo per tutelare
efficacemente il Lago Niassa (o Malawi) che, con i suoi 31mila chilometri
quadrati di superficie e 8400 chilometri cubi di volume, è una delle maggiori
riserve d’acqua dolce del pianeta e, con le sue oltre 500 specie endemiche di
pesci, è uno dei templi mondiali della biodiversità. Pensino a mettere in
sicurezza la Foresta del Monte Mabu che la scienza ufficiale ha scoperto,
grazie ai satelliti, solo alla fine del 2008, ma che rischia di essere
distrutta ancor prima che gli studiosi riescano a compiere delle ricerche degne
di questo nome. Pensino a valorizzare convenientemente il Parco Nazionale di
Bazzaruto e gli ecosistemi marini, il cui valore è infinitamente superiore a
quello di tutti i giacimenti di gas e petrolio presenti in Africa e nel resto
del mondo.

Quanto all’Italia e all’Eni, dopo la lettura dell’articolo
di Chiara Giovetti (MC n.10 p.29), prendo atto ancora una volta della
disinvoltura con cui il nostro paese continua a investire decine di miliardi di
euro per sfruttare le fonti di energia non rinnovabile a fronte delle cifre
irrisorie destinate a quelle rinnovabili.

Credo che ciò accada anche perché una gran parte degli
Italiani non è consapevole degli abusi e delle devastazioni che le compagnie
energetiche perpetrano nei paesi del Sud del mondo dietro il paravento dello
sviluppo, del progresso, del rilancio economico e occupazionale, della
crescita del Pil.

Gli autori anglosassoni, quelli dotati di un minimo di
sensibilità ecologica, lo chiamano «encroachment» (entrare nella proprietà
altrui senza diritti o senza permessi), in italiano una traduzione abbastanza
fedele di questo termine potrebbe essere «usurpazione».

Cari Missionari Italiani che siete in Mozambico e paesi
limitrofi per servire Dio e il prossimo, state attenti a non farVi
infinocchiare da quei nostri connazionali che arrivano in Africa soltanto per
servire la dea Europa e il dio Denaro…Cordiali saluti,

Mario Pace
Email, 30/10/2014

L’orrore di Beslan
Gentilissima Redazione,

vi leggo con attenzione da tanti anni e vi rinnovo la mia
stima, spesso la rivista è uno strumento che uso a casa o a scuola per far
avvicinare figli ed allievi a tante realtà mondiali che conosciamo poco o,
spesso, male.

Però ho fatto un balzo sulla sedia leggendo a pag. 58 del
n.11 (novembre 2014), nel trafiletto sulle guerre cecene: «2004, un gruppo di
ribelli caucasici tra cui separatisti ceceni “occupano” la scuola di Beslan». Occupano?
Ma la sapete la differenza tra occupare una scuola (termine che tra l’altro dà
l’idea di un’allegra sarabanda studentesca) e tenere in ostaggio una scuola (e
soprattutto le persone che sono lì)? Perché di questo si è trattato, non certo
di sostituirsi al normale svolgimento delle lezioni! Ho dovuto spiegare a mia
figlia tredicenne, che stava leggendo l’articolo e nulla ancora sapeva di
quell’evento atroce, che non si era affatto trattata di un’occupazione, ma di
una carneficina pianificata, e ahimè poi avvenuta; lei stessa si è detta
sconcertata dall’uso del termine, che era del tutto fuorviante.

Grazie per l’ascolto. Beslan è stato un tale orrore, che non
chiamare quel piano micidiale con il suo vero nome mi sembra un’ulteriore
offesa alle vittime.

Charlotte, mamma
Email, 11/11/2014

Gentile signora Charlotte,
concordo con Lei che «prendere in ostaggio» è un termine più appropriato e non
porta con sé le ambiguità del termine «occupare», ambiguità che non era nelle
mie intenzioni creare e che è stata causata anche dal numero ferreo di battute
in cui siamo costretti in questi box. La tragedia accaduta nella scuola di
Beslan è stato un crimine contro l’umanità.

Roberta Bertoldi
(Osservatorio Balcani e Caucaso)

Una voce in meno

Caro Padre,
ho letto l’editoriale «Una voce in meno» e mi unisco al dispiacere per la
chiusura della rivista «Popoli». Sono stata un’abbonata fino a qualche anno fa
e poi ho dovuto sospendere l’abbonamento per motivi economici e non per il
valore del contenuto. Che cosa dire? L’impegno per collaborare, tenere attivo,
vivere lo Spirito di Cristo non può venir meno perché verrebbe meno anche
l’uomo, ma il tempo presente è un tempo che impone delle riflessioni e dei
cambiamenti, che non sono motivati solo dalle ridotte risorse economiche. Sono
coinvolte l’dea di uomo e della sua pienezza, della cosa pubblica e della sua
funzione, dell’educazione e dei suoi obiettivi, della società e della sua amministrazione,
del lavoro e delle sue garanzie, della religione e delle sue forme, in ultima
analisi è in gioco l’idea della «ragione» e del suo significato. Auguro a
«Missioni Consolata» di continuare a contribuire a tali riflessioni e ad
approfondire il compito della «missione» che non può non esserci ma che deve
svincolarsi, a mio parere, da alcuni tradizionali connotati che potrebbero
indurre degli equivoci rispetto alla sua nobile funzione. Ringrazio e saluto
con tanta cordialità!

Milva Capoia
Collegno, 07/11/2014

Caro Direttore,

nel tuo editoriale di novembre racconti di esserti commosso
dopo avere appreso la notizia della chiusura di «Popoli». Sappi che io mi sono
commosso a mia volta nel leggere il tuo articolo, così ricco di solidarietà e
di stima. E anche da altri colleghi di «Missioni Consolata» mi sono arrivate
testimonianze di affetto. Ringrazio tutti voi, augurandovi ovviamente migliore
fortuna…

Quanto ai contenuti del tuo editoriale, hai certamente
centrato una questione cruciale: la crisi dell’editoria missionaria non è in
fondo specchio della crisi della stessa missione, almeno in Italia? Devo
aggiungere, però, che il caso di «Popoli» è in parte diverso e sui generis: da
tempo la rivista aveva scelto di togliersi l’etichetta di rivista missionaria
in senso stretto, provando a raccontare – naturalmente con un’ispirazione
cristiana di fondo ben riconoscibile – le questioni inteazionali con lo stile
e il linguaggio dei media laici. Questo per provare a far uscire l’informazione
su certi temi dal ghetto in cui, non sempre per scelta loro, spesso finiscono
le riviste missionarie.

In questo senso, le migliaia di giovani nuovi abbonati
conquistati in questi anni e le decine e decine di lettere arrivate in
redazione alla notizia della chiusura, ci confortano e dicono che la strada
forse non era sbagliata. Il problema è che per far sì che questo tipo di
operazione stia in piedi, e dunque stia a tutti gli effetti «sul mercato», come
dicono gli economisti, occorre che l’editore possa e voglia investire anche
nella promozione e nel marketing, cosa che nel caso di «Popoli» non è stata
fatta.

Infine una precisazione: «Popoli» non chiude perché
«strozzata dai debiti», come hai scritto. Il deficit della rivista certamente
non era piccolo, ma veniva regolarmente ripianato con altre entrate su cui può
contare l’editore della rivista, ovvero la Fondazione Culturale San Fedele di
Milano, di proprietà dei Gesuiti: in questi anni la Fondazione non si è
indebitata per un solo euro per sostenere «Popoli». Semplicemente è stato
deciso di usare diversamente tali risorse, privilegiando altre priorità.

So bene che hai scritto queste cose solo motivato da affetto
e ti ringrazio nuovamente, ma mi sembra doveroso fare arrivare questa
precisazione ai lettori per rispetto verso il lavoro mio e dei miei colleghi e
verso l’editore di «Popoli».Un abbraccio

Stefano Femminis
Direttore di «Popoli»
Email, 24/11/2014

Grazie della precisazione, che certo non addolcisce quanto è avvenuto.

Quanto all’etichetta di rivista missionaria, sai bene che dal dopo
Concilio abbiamo tutti noi fatto un grande cammino per scrollarci di dosso gli
stereotipi che ostinatamente rimangono legati a una antiquata concezione di
missione. Quanti missionari hanno pagato con la vita e a volte col sangue per
una missione nuova fatta di giustizia e pace, dialogo e rispetto, accoglienza e
incontro, e cura e difesa del creato. Una nuova visione di Chiesa popolo di
Dio, tutta missionaria perché testimone e serva dell’amore di Dio per gli
uomini, una Chiesa non clericale, una comunità di comunità, lievito e fermento
di vita e di bene nella famiglia umana. Sulle pagine delle nostre riviste, nei
nostri siti, abbiamo speso fiumi di parole per questo. Ma gli stereotipi sono
duri a morire, soprattutto quando superarli richiederebbe un profondo cambio di
mentalità, e non solo nella Chiesa. I retaggi di colonialismo, razzismo,
patealismo e superiorità culturale sono duri a morire in tutti.

Noi viviamo in una società in cui si pensa di risolvere i problemi
cambiando le parole senza modificare i contenuti e il modo di pensare. Mi sento
di dire che noi missionari, circa la Missione, non abbiamo fatto un semplice
lavoro di cosmesi o metamorfosi linguistica, ma l’abbiamo davvero liberata
dalle incrostazioni e dall’usura del tempo facendola diventare una parola
«potente», capace di rivoluzionare il mondo sullo stile di Gesù.

Forse dovremmo cambiare le testate delle nostre pubblicazioni, salvando
la sostanza. Anch’io mi sento ferito quando qualcuno, senza conoscerci, rifiuta
la nostra rivista perché, vedendo la parola «missioni», pensa a soldi e
beneficenza patealista che crea dipendenza.

Risponde il Direttore