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I Perdenti 4: Metz Yeghérn, il Grande Male

 

Il 24 aprile
si è commemorato il centenario del genocidio del popolo armeno, un crimine
efferato che la Turchia non ha ancora riconosciuto come una delle pagine più
nere della sua storia, in cui furono steminate e deportate milioni di persone.
Per capire l’origine del Grande Male o Metz Yeghé, come è definito il
genocidio in lingua armena, bisogna risalire al 1877. Dopo una guerra tra la
Russia zarista (sostenuta dall’Impero Austroungarico) e l’Impero Ottomano
(sostenuto dall’Inghilterra), Romania, Montenegro e Serbia divennero
indipendenti, nacque la grande Bulgaria tributaria dell’impero e il territorio
dell’Armenia venne diviso tra le due potenze contendenti. Nel trattato di pace
che ne seguì (pace di Santo Stefano, 3 marzo 1878) venne inserita una clausola
che affidava alla Russia la tutela della minoranza armena, in gran parte
cristiana ortodossa, presente nell’Impero Ottomano. Questa clausola non fu mai
del tutto accettata dalla Sublime Porta (così veniva chiamata la Corte del
Sultano a Kostantiniyye, l’antica Costantinopoli, dal 1923 rinominata
Istanbul) né dagli Ufficiali del Movimento dei Giovani Turchi che di lì a pochi
anni avrebbero preso il potere. Volendo realizzare una nazione etnicamente
omogenea, ogni enclave era vista come possibile testa di ponte delle potenze
straniere ostili che già avevano umiliato l’impero. L’Armenia era vista per
questo come una minaccia permanente. Nacque tra la popolazione turca, e venne
alimentato ad arte dai suoi governanti, un sentimento di ostilità nei confronti
degli armeni che si concretizzò in massacri di innocenti, costringendo i
sopravvissuti a penose migrazioni. Nel nostro colloquio con donna Zorair, icona
immaginaria, vittima di quella persecuzione, cerchiamo di essere fedeli alla
verità storica per ridare dignità a un popolo profondamente umiliato nel corso
della storia.


Zorair,
perché tanto odio da parte dei Turchi nei confronti della tua gente?

Non riusciamo a capire neanche noi. Per
secoli avevamo vissuto all’interno dell’Impero Ottomano in pace, seppur gravati
da tasse extra (la jizya, tassa di protezione) in quanto cristiani.
Tutto sommato eravamo rispettati e ben voluti, anzi ti dirò di più, il nostro millet
(con questo termine la Sublime Porta definiva le varie comunità etnico
religiose che componevano il variegato mondo che faceva riferimento a
Costantinopoli, ndr) era uno di quelli più tenuti in considerazione.

Ma
all’origine di tutto, se non sbaglio, ci fu una guerra tra la Russia zarista e
l’Impero Ottomano.

Sì. Nel 1877 ci fu una vera guerra tra queste
due potenze e l’Impero Ottomano, già considerato il grande malato da tutte le
cancellerie europee, fu sconfitto, umiliato e privato di molti dei suoi
territori. Nel trattato di pace che seguì venne inserita una clausola in cui si
diceva che la Russia zarista diventava «garante e protettrice» delle comunità
cristiane che vivevano all’interno di quel che rimaneva del pur sempre vasto
impero.

In
questo modo, però, ogni comunità cristiana era vista alla stregua di una
possibile testa di ponte delle cosiddette potenze cristiane.

Credo proprio di sì. I Giovani Turchi, il
gruppo di ufficiali che faceva capo a Kemal Ataturk, vedendo profilarsi
all’orizzonte la disgregazione dell’Impero Ottomano e preconizzando una Turchia
basata su un unico popolo, una lingua e una fede, pur dichiarandosi laici,
cominciarono a vedere i cristiani come corpi estranei, potenzialmente
pericolosi, da sorvegliare ed eventualmente da eliminare.

Allora
è per questo che quella che per anni è stata considerata la laicissima Turchia
non ha nessuna comunità cristiana consistente se non piccolissime minoranze?

Certo. Per quanto riguarda la base etnica
della sua popolazione, dopo aver eliminato gli Armeni nel 1915, ha lasciato che
i pochi superstiti si rifugiassero nell’Armenia, stato allora indipendente ma
poi fagocitato nel 1922 nell’Unione Sovietica. Allo stesso tempo ha confinato i
Curdi in zone periferiche definendoli «turchi delle montagne». La tragedia del
nostro popolo è che può definirsi «perdente» per antonomasia, proprio perché,
dopo essere stati incarcerati, deportati, uccisi, siamo stati ignorati dal
resto del mondo per troppo tempo, forse perché le potenze europee non erano
esenti da responsabilità nel causare l’odio turco nei nostri confronti.

Quello
che l’Impero Ottomano non aveva fatto per secoli, l’ideologia Kemalista l’ha
realizzato in pochi anni.

È proprio così. Questa soluzione finale noi
la chiamiamo Metz Yeghe o Grande Male ed è all’origine della diaspora
armena. Ricordo che il mio popolo, oltre che essere stato il primo nella storia
a definirsi «Regno cristiano», è sempre stato illuminato da una cultura
vivacissima che ha trovato nella poesia e nella letteratura uno straordinario veicolo
di coesione nazionale.

Quando
cominciarono i primi soprusi nei vostri confronti?

Nel 1909, dopo che si era affermato il
movimento dei Giovani Turchi. Questi, per paura che la popolazione armena si
alleasse con la Russia zarista, spinsero il governo a emanare delle leggi che
ne restringessero sempre più il campo d’azione, e nella regione della Cilicia
vennero eliminate almeno trentamila persone.

Perché
celebrate la data del genocidio armeno il 24 aprile?

Perché nella notte di quel giorno, nel 1915, vennero
eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli e si ufficializzò
l’eliminazione fisica degli armeni dell’Impero Ottomano. In pochi giorni furono
uccisi più di mille intellettuali armeni, scrittori, poeti, giornalisti,
perfino delegati al Parlamento; quindi furono compiuti arresti di massa e si
iniziarono le deportazioni verso l’interno dell’Anatolia con massacri lungo la
strada.

Le
deportazioni inflissero sofferenze e patimenti inenarrabili alla popolazione
armena…

Queste deportazioni furono definite «marce
della morte» e coinvolsero circa un milione e mezzo di persone. Centinaia di
migliaia, in maggioranza donne e bambini, morirono lungo il percorso di fame,
sfinimento e malattie.

La
responsabilità di questi eventi è da imputare solo all’Impero Ottomano?

L’organizzazione e la cura delle deportazioni
furono compiute in massima parte dai militari che facevano riferimento ai
Giovani Turchi, questi a loro volta erano addestrati da ufficiali dell’esercito
tedesco, in virtù di un accordo tra l’Impero Germanico e l’Impero Ottomano.
Miglia di persone inoltre furono massacrate nei loro villaggi o negli
spostamenti che ne seguirono dalle milizie curde e dall’esercito turco.

Negli
anni in cui si compì la tragedia della deportazione e dell’eccidio degli armeni
le Cancellerie Europee non reagirono?

Tutte le legazioni diplomatiche europee non
mancarono di riferire ai rispettivi governi ciò che succedeva nella nostra
terra, ma essi restarono indifferenti all’immane tragedia che si stava
consumando. Queste notizie non influirono minimamente su nessuna delle
Cancellerie europee.

Si
può dire quindi che la brutalità nei vostri confronti messa in atto dai Giovani
Turchi, che arrivò a compiere il primo genocidio del secolo ventesimo, non
provocò nessuna reazione, né politica né militare né diplomatica?

Purtroppo il genocidio perpetrato contro gli
armeni fece scuola. Narrano i biografi di Hitler che, pianificando lo sterminio
degli ebrei, egli si sia lasciato scappare una frase illuminante: «Del genocidio
degli Armeni chi ne parla più ormai?». Erano passati poco più di vent’anni e si
programmava un altro sterminio, l’Olocausto del popolo ebraico.

Il governo turco continua ancora oggi a
rifiutare di riconoscere il genocidio a danno degli Armeni, preferendo la
versione che sia stata una guerra civile aggravata dalla carestia, un fatto
interno all’Impero Ottomano. L’Unione Europea però ha posto il riconoscimento
del genocidio armeno come una delle clausole per l’ammissione della Turchia
all’Ue. La Francia punisce con il carcere la negazione del genocidio armeno. Al
contrario la magistratura turca infligge la stessa punizione a coloro che
nominano in pubblico l’esistenza del genocidio armeno, ritenendolo un atto anti
patriottico. Va segnalato che ultimamente la Turchia sembra aver dato prova di
buona volontà riaprendo alcune chiese armene nel Sud del paese, ma non va
sottaciuto però che la gran parte dell’opinione pubblica si oppone tenacemente
a queste misure.


Fare memoria oggi di quei tragici
avvenimenti, ricordare i drammi del passato, non dimenticare i morti innocenti,
è un monito illuminante per tutti noi che non vogliamo più che simili crimini
si compiano nella storia.

Don Mario Bandera,
Missio Novara

Tags: Armeni, genocidio, Grande Male, perdenti

Mario Bandera