DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Berretta rossa per il popolo

Chibly Langlois,
incontro con il primo cardinale della storia di Haiti

Nato da una famiglia
umile di contadini del Sud, la sua è una vocazione adulta. Da subito impegnato
con i ragazzi più poveri. Si distingue dopo il terremoto. Da oltre un anno
tenta una mediazione per risolvere la crisi di Haiti.

Monsignor Chibly Langlois è il primo cardinale della storia di Haiti.
Vescovo di Fort Liberté nel Nord Est dal 2004 e poi di Les Cayes, Sud, dal
2011, è anche presidente della Conferenza episcopale haitiana (Ceh) dal
dicembre dello stesso anno. Papa Francesco lo nomina cardinale il 12 gennaio
2014, quarto anniversario del terremoto ad Haiti. È durante il concistoro del
22 febbraio dello stesso anno che mons. Langlois riceve le insegne
cardinalizie.

«Accolgo questa nomina come una grazia per Haiti»
dichiara in una prima intervista all’agenzia Alterpresse il
giorno della nomina.

Tra i cardinali più giovani (56 anni), mons. Langlois è
figlio di contadini del comune La Vallée de Jacmel, zona rurale e impervia nel
Sud Est di Haiti.

Uomo estremamente dinamico, si è subito distinto dopo il
terremoto del 2010 per la ricostruzione morale e materiale del paese.

Ha assunto, inoltre, un importante ruolo di mediazione
politica nella grave crisi tra il presidente della Repubblica, i partiti e
altre parti sociali, tra fine 2013 e il 2014, promuovendo l’iniziativa di
riconciliazione nazionale «Insieme per il bene di Haiti».

È attualmente membro del Pontificio consiglio Giustizia
e Pace e della Pontificia commissione per l’America Latina.

Molto disponibile, nonostante la sua agenda
sovraccarica, ha accettato di incontrare MC in esclusiva lo scorso 31 gennaio
ad Haiti.

Papa
Francesco ha richiamato l’attenzione su Haiti convocando un incontro
internazionale in Vaticano il 10 gennaio scorso. Quali risultati ha portato?

«Abbiamo
accolto con gioia l’organizzazione (da parte del Pontificio Consiglio Cor
unum
e della Pontificia commissione per l’America Latina, ndr) di
questo incontro. Ci attendevamo molto da esso. A cinque anni dal terremoto
volevano sapere come è andata la ricostruzione, e che speranze abbiamo ad
Haiti. Io sono soddisfatto di questo incontro, perché ha avuto il risultato di
incoraggiare le “chiese sorelle” e gli organismi che hanno l’abitudine di
aiutare Haiti. C’è stata una risposta molto positiva e massiccia da parte degli
invitati a questo incontro.

La strada è stata tracciata dal Papa stesso che ha
insistito sul fatto che l’essere umano è al centro dell’azione ecclesiale.
L’evangelizzazione concee gli uomini e le donne, comprendendo l’ambiente e
tutto quello che aiuta a sviluppare le dimensioni dell’essere umano, e ne aiuta
la realizzazione.

Il secondo punto verteva sulla comunione che ci deve
essere tra chiese sorelle e la chiesa locale e pure tra le diverse istituzioni
facenti parte della chiesa haitiana. Il papa ha sottolineato che dobbiamo agire
uniti, perché siamo tutti membra di un corpo, e per questo è importante la
cornordinazione delle azioni ecclesiali e l’unità tra i diversi attori sul
terreno.

Nel terzo punto il papa ha sottolineato l’importanza
della chiesa locale, perché è attraverso essa e le sue istituzioni che la
missione si fa molto più tangibile. Ecco perché occorre rinforzarla. E penso
che questo sia particolarmente importante ad Haiti perché abbiamo una chiesa
che si cerca ancora, nel senso che sta cercando di rendere solide le proprie
basi per meglio rispondere alle esigenze di evangelizzazione nel paese.

Questi tre punti orientano le azioni da realizzare sul
terreno, e le relazioni con le chiese sorelle e le diverse istituzioni. Per me è
già un buon risultato sapere che abbiamo queste indicazioni. Dobbiamo dunque
lavorare per avere dei risultati palpabili, concreti. Noi della Conferenza
episcopale e le diverse istituzioni dobbiamo lavorare per materializzare quello
che il papa ha detto il 10 gennaio, così gli organismi e i diversi
partecipanti, devono lavorare in concerto con noi».


La
chiesa cattolica ha giocato un ruolo importante in questi cinque anni dopo il
terremoto. Può tracciare un bilancio?


«A livello di ricostruzione la priorità è stata data
all’accompagnamento delle vittime. Ci sono stati feriti, morti, famiglie molto
colpite. Ci sono state conseguenze non solo dal punto di vista fisico ma anche
psicologico, e sul piano della fede. La chiesa ha accompagnato donne, uomini,
bambini e giovani a riprendersi. Accompagnamento psicologico, ma anche
materiale: alloggio, cibo, salute, educazione. In tutte le diocesi. Perché
molte persone hanno lasciato Port-au-Prince per andare nelle altre diocesi.
Allora ci accordavamo su come accogliere questi profughi. Quindi la priorità è
stata data alla ricostruzione della persona umana. Anche dal punto di vista
della fede.

C’è stato chi ha diffuso l’idea che il terremoto sia
stato voluto da Dio per castigare Haiti. Noi abbiamo detto che è stata una
catastrofe naturale. Dio ci ama e ci aiuta e certo non ha voluto colpire gli
haitiani. Abbiamo accompagnato dunque le persone affinché potessero riprendere
coraggio.

In secondo luogo abbiamo dovuto anche lavorare per la
ricostruzione materiale. Abbiamo messo in piedi delle istituzioni con le chiese
sorelle degli Usa, Germania, Francia, Repubblica Dominicana. Abbiamo potuto
fare la nostra parte. Si va avanti lentamente, occorre costruire con tecniche
anti sismiche e anti cicloniche, in modo diverso rispetto a prima. Anche per
questo è stato necessario molto tempo.

Ma occorre anche che i fondi siano gestiti in modo
trasparente. Per questo motivo abbiamo creato un’équipe che aiutasse nella
gestione. Ricostruire bene e gestire bene è necessario per restare in perfetta
comunione con i nostri partner, che da parte loro devono rendere conto di
quello che fanno per Haiti.

Ultimamente abbiamo usato dei fondi per la ricostruzione
di chiese, e questo costa caro oggi. A Port-au-Prince la priorità è stata data
a chiese, canoniche, scuole, conventi distrutti. Così anche a Jacmel e a
Nippes. Le chiese di Grand Goave, Miragoane, una chiesa a Pétion-Ville. E
l’importante chiesa del Sacro Cuore a Pacot, in capitale. Abbiamo anche
ricostruito alcune scuole a Port-au-Prince con l’aiuto di Cor unum. Sono
dei passi che sono stati fatti, ma ad Haiti noi vorremmo che si andasse avanti
molto più rapidamente. C’erano molte diocesi che aspettavano aiuti anche prima
del terremoto, ma con l’evento si è fermato il processo in corso per rispondere
all’emergenza. C’è una certa impazienza, ma occorrono fondi, tecnica, buona
gestione.

L’équipe della Ceh ha inventariato i bisogni: sulla
lista di 200 progetti, circa 130 non sono ancora stati attivati».

Il
paese attraversa oggi una grave crisi politica, e c’è anche un contesto sociale
esplosivo. La chiesa cattolica sta giocando un ruolo molto importante. Può
spiegarcelo?

«Abbiamo assunto un ruolo di mediazione e anche di
accompagnamento. La chiesa ha sempre accompagnato il popolo haitiano nei
momenti difficili. Per questo, l’anno scorso abbiamo offerto il nostro servizio
per aiutare gli attori politici a dialogare. Abbiamo organizzato degli incontri
di lavoro. Siamo riusciti a raggiungere un accordo tra le parti che però,
purtroppo, non ha portato ai risultati desiderati. Ma ha aiutato la gente ad
andare avanti nel dialogo e nel cercare altre soluzioni. Siamo arrivati a oggi.
È vero che c’è una situazione piuttosto esplosiva, ma finalmente non si possono
evitare le elezioni, occorre organizzarle (vedi box).

Ancora oggi la chiesa non è lontana da questa realtà ma
continua ad accompagnare nella misura delle sue possibilità. Siamo sempre
pronti ad aiutare gli attori a dialogare. La situazione è piuttosto delicata,
dobbiamo trovare il modo di favorire la realizzazione delle elezioni e avere
delle persone elette dalla popolazione che possano gestire il paese secondo dei
criteri democratici».

Ma
qualcuno potrebbe dire che la chiesa non deve immischiarsi nelle questioni
politiche. Cosa risponderebbe?

«Bisogna evitare la confusione in quelli che chiamiamo “affari
politici”. C’è l’impegno in attività politiche, che riguarda persone attive nei
partiti e poi nella gestione di beni e del potere. Noi non interveniamo a quel
livello. Noi siamo impegnati ad aiutare gli attori a incontrarsi e a dialogare,
per trovare il cammino che possa portare a gestire meglio il paese e a offrire
alla popolazione la possibilità di una società più giusta, la pace e la serenità
per occuparsi delle loro attività. Noi non siamo dunque impegnati in modo
attivo nella politica. E quindi ci ritireremo e continueremo il nostro lavoro
di evangelizzazione, con atti di carità e con tutte le nostre istituzioni, le
parrocchie, le commissioni episcopali e parrocchiali, per accompagnare fedeli e
popolazione».

E
papa Francesco vi ha incoraggiati in questo ruolo di mediazione?

«Non abbiamo bisogno di una parola diretta del papa su
questa realtà per incoraggiarci. Di fatto il papa ci incoraggia tramite la
Commissione pontificia Giustizia e Pace, di cui io faccio parte. Questo
significa che il papa accoglie favorevolmente l’accompagnamento che diamo qui,
perché è suo desiderio che la chiesa susciti la giustizia sociale, ovvero
favorisca un ambiente in cui le persone possano sentirsi fratelli, nella realtà,
senza vivere gli uni contro gli altri, come se fossimo in guerra. Siamo
chiamati sviluppare una una cultura di giustizia e una cultura dell’amore e
della carità. E qui la chiesa ha il suo ruolo da giocare».

La
mediazione sta continuando o siamo in una fase di puro accompagnamento?

«In maniera esplicita, come abbiamo fatto prima (durante
il 2014, ndr), la mediazione non continua, ma con l’équipe che è
stata messa in piedi continuiamo a riflettere per vedere quando e come
intervenire in modo tale da migliorare la situazione. Facciamo degli incontri
per riflettere sulla realtà e portare il nostro apporto nella risoluzione della
crisi».

Guardando
la situazione di oggi, con un governo non legittimato, un Parlamento non
funzionante e un nuovo Consiglio elettorale (vedi box), secondo lei cosa
succederà? Che speranze ci sono?

«Siamo a un bivio per cui il governo non può non
organizzare le elezioni, perché altrimenti conosceremo una situazione ancora
peggiore. Per far questo ognuno deve portare il suo contributo per la
costruzione di un contesto che possa aiutare allo svolgimento dello scrutinio.
Se questo avvenisse è sicuro che si andrebbe verso una normalizzazione della
situazione. È questo che speriamo e dovrebbe essere il desiderio di tutti.
Volere che il paese ritrovi una situazione di pace. Per questo pensiamo che la
maggioranza degli haitiani vuole le elezioni, per cambiare i dirigenti a
livello del governo e avere della gente capace di gestire il paese secondo
criteri democratici attraverso istituzioni democratiche».

La
comunità internazionale ha sempre giocato un ruolo molto forte in Haiti. Come
vede la sua influenza nel contesto di oggi?


«Non possiamo funzionare in modo isolato. Ai giorni
nostri il pianeta è interconnesso. Vuol dire che abbiamo bisogno dell’apporto
della comunità internazionale per arrivare all’organizzazione di buone elezioni
nel paese, avere osservatori inteazionali, un aiuto finanziario, consigli per
risolvere la crisi. Non possiamo tagliare le relazioni con la comunità
internazionale. Quindi è buona cosa che ci accompagni, ma ben inteso, non
significa fare al nostro posto, quanto piuttosto darci l’illuminazione affinché
noi siamo in grado di organizzare delle buone elezioni e scegliere i politici
idonei per ben gestire il paese».

E
cosa pensa delle organizzazioni inteazionali sbarcate in gran quantità dopo
il terremoto?


«Il papa ha appena detto che occorre rinforzare la
chiesa locale: qui c’è la Caritas Haiti e in ogni diocesi c’è una Caritas
diocesana. Occorre dunque rinforzare queste Caritas. Succede invece che vengono
dati soldi ad organizzazioni terze venute dall’estero. È importante che la Cei
e Caritas Inteationalis sostengano direttamente la nostra Caritas.

Se il papa parla in questo modo è per evitare che si
moltiplichino in eccesso gli interventi sul terreno, a nome della chiesa. La
chiesa locale deve assumere la sua responsabilità nei confronti della gente, ma
per questo ha bisogno dell’appoggio della comunità internazionale e delle
istituzioni sorelle.

Sarebbe importante non frammentare i diversi interventi. È
quello che è successo dopo il terremoto: diverse Caritas sono arrivate ad Haiti
e si sono installate. Molte hanno aiutato la Caritas Haiti, ma allo stesso tempo
hanno fatto i loro progetti. A volte c’è stata duplicazione, a volte molti
soldi sono stati spesi in amministrazione o nell’acquisto di veicoli e affitto
di case. E questo ha fatto sì che la popolazione alla quale questi soldi erano
destinati abbia ricevuto solo una piccola parte di essi. Ci lamentiamo molto di
questa situazione in Haiti.

Se un’altra istituzione viene a lavorare ad Haiti deve
farlo in cooperazione, in comunione con la struttura locale, per dare anche una
visibilità alla chiesa locale. Non escludiamo il partenariato».

 

A
livello sociale vediamo un grande scontento rispetto all’esecutivo attuale,
perché forse la gente sperava in qualcosa che non è arrivato. E la crisi è
peggiorata. Cosa bisognerebbe fare e che programma ha la chiesa a livello
sociale?

«A livello sociale la situazione è molto tesa. Occorre
dire che la gente sta vivendo un momento disastroso, nel senso che molte
famiglie vivono in povertà, manca lo stretto necessario. Per questo è una
situazione davvero esplosiva. Sarebbe importante che noi chiesa riuscissimo ad
accompagnare le nostre comunità per arrivare a una normalizzazione della
situazione sociale. Ma la chiesa ha potuto dare l’accompagnamento nei limiti
delle sue capacità. Noi chiesa haitiana viviamo la crisi del nostro paese. Per
questo sarà ancora necessario il supporto delle chiese sorelle per aiutare la
gente. Ma chiese e istituzioni sorelle devono intervenire per fare in modo che
la chiesa haitiana faccia il lavoro di accompagnamento e di evangelizzazione
della popolazione. Gli haitiani conoscono la loro chiesa e sanno che ha
attualmente ha grossi problemi economici».

Marco Bello




Anno 2015: elezioni
necessarie per uscire dalla crisi infinita

I fantastici 9 per
salvare il paese

Il
paese sta attraversando una grave crisi politico – sociale. L’esecutivo del
presidente Michel Martelly non è stato in grado di organizzare alcun tipo di
elezione, alcune delle quali, le amministrative, sono in ritardo di 4 anni.
Scaduti i sindaci e i consigli comunali, il presidente ha proceduto per nomine
dirette dal ministero dell’Inteo. L’ultima impasse, dell’ottobre 2014, è
anche dovuta ad alcuni senatori che bloccano la modifica della legge
elettorale.

Si è arrivati quindi, al 12 gennaio scorso, alla
scadenza del mandato della camera dei deputati e di due terzi dei senatori (ad
Haiti il Senato si rinnova un terzo ogni due anni, mentre la camera ogni 4 anni
e il presidente della Repubblica resta in carica 5 anni). Il Parlamento è
dunque tecnicamente «non funzionante» con solo 10 senatori attivi.

La
crisi, che si trascina dal 2013, ha visto un tentativo di mediazione importante
da parte della Conferenza episcopale haitiana. Solo a fine 2014, il presidente
Martelly, allarmato soprattutto dalla pressione delle manifestazioni di strada,
aveva iniziato a cedere su alcuni punti con l’opposizione. A dicembre il primo
ministro Laurent Lamothe, fedelissimo di Martelly, aveva dato le dimissioni,
per essere sostituito dall’oppositore Evans Paul, politico di lungo corso,
cresciuto nei movimenti sociali. Ci si aspettava un grosso cambiamento di
governo con l’ingresso massiccio dell’opposizione. In realtà, Evans Paul ha
cambiato solo una parte dei ministri, e qualcuno parla di «governo fotocopia».

Il primo ministro non ha fatto però in tempo a
presentare la sua politica al Parlamento e avere la fiducia, perché questo è
scaduto, e il suo è diventato un «governo de facto».

Importante l’accordo, in extremis, dell’11 gennaio tra
il presidente Martelly e alcuni partiti d’opposizione. I partiti più radicali
non negoziano, piuttosto fomentano le folle e organizzano manifestazioni che
chiedono le dimissioni del presidente. Si tratta di Fanmi Lavalas, il partito
di Jean-Bertrand Aristide, della coalizione Mopod, e di Pitit Dessaline.

«L’accordo dell’11 gennaio ha fatto sì che il paese non
sia esploso, perché sarebbe stato possibile. Il presidente ha accettato di
rifare completamente il Consiglio elettorale provvisorio (Cep)», ci dice
Ricardo Augustin, vice preside all’Università Notre-Dame d’Haiti e già membro
nell’équipe di mediazione politica condotta dalla Ceh nel 2014.

Il punto è cruciale: il Cep è l’organo che gestisce le
elezioni. Da quando è stato eletto, Martelly ha voluto imporre la maggioranza
dei propri uomini sui nove membri che lo compongono. È la prima volta che cede
e accetta che il Cep sia fatto secondo i dettami dell’articolo 289 della
Costituzione: ovvero ogni membro sarà espressione di un settore della società
civile, e non di partiti politici o dei tre poteri. È il quinto Cep dell’era
Martelly, ed è l’unico segno di speranza nella crisi.

 

Il
23 gennaio il nuovo Cep è entrato in funzione con l’obiettivo di organizzare,
entro l’anno, elezioni amministrative, politiche e presidenziali. Ricardo
Augustin ne fa parte in qualità di rappresentante scelto dalla Conferenza
episcopale haitiana
(Ceh). «Si può dire che è l’unica istituzione che
attualmente ha una certa legittimità» ricorda Augustin in un perfetto italiano.
«Fino adesso non sento sfiducia nei confronti del Cep, anche grazie al profilo
delle persone che lo compongono. I diversi settori dicono: vediamo i primi
passi. Io, dopo la nomina, sono stato subito chiamato da un politico
dell’opposizione radicale, mi ha fatto i complimenti».

Il nuovo Cep si è subito messo al lavoro. Occorre
verificare i tempi tecnici e i mezzi economici e definire un calendario
elettorale. Le opzioni sono due: dividere le legislative dalle presidenziali,
iniziando le elezioni a luglio per poi passare a ottobre, oppure indire
elezioni generali. «Abbiamo delle scadenze che ci vincolano. La lista
elettorale deve essere chiusa 90 giorni prima della data delle elezioni. Ma
oggi almeno un terzo degli elettori ha la tessera scaduta. Questa è un’altra
preoccupazione su cui decidere» ricorda Augustin.

Il 10 febbraio il Cep propone un calendario elettorale
con la prima opzione, ma viene duramente criticato dai partiti politici.

«Adesso non c’è aggressività nei confronti del
consiglio. Suppongo perché questo Cep è composto da tecnici e quindi non ci
sono interessi politici immediati. La sfida per noi è riuscire a mantenere una
coesione nel gruppo, fare sì che le decisioni al nostro interno siano sempre
democratiche, con votazione per ogni decisione: siamo 9 e quindi si decide
almeno in 5».

Le
manifestazioni dei gruppi più radicali, che hanno spesso risvolti violenti,
possono avere una grande influenza su questo processo così delicato: «Per noi
l’obiettivo è anche creare un clima che permetta la realizzazione delle
elezioni. Se continuano queste manifestazioni la situazione diventa critica. La
questione è politica. Con questo comportamento possono arrivare a bloccare
tutto e impedire le consultazioni. Ma se non si fanno, è peggio per tutti».

Marco Bello

 

Marco Bello