DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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El Salvador 3: Dai massacri alla domanda di giustizia «I nostri morti sono esistiti»

1974: il massacro de la Cayetana

Per fare «terra bruciata» attorno alla guerriglia,
l’esercito salvadoregno sterminò interi villaggi. È stato il caso anche de La
Cayetana, piccola comunità rurale che nel 1974 vide il primo massacro di campesinos.
I corpi delle vittime giacciono ancora nella fossa comune in cui furono gettati
dai soldati della Guardia Nacional. A
distanza di 40 anni, i figli, le madri, le mogli, le sorelle dei massacrati
chiedono ancora di potee riesumare i resti per dare loro una sepoltura
dignitosa e per smentire chi persiste nel negare le atrocità del passato.

Il
pick-up corre sulla strada assolata, costeggiata dai banchetti dei
venditori di cocchi e canne da zucchero. La vegetazione è rigogliosa e il cielo
azzurro, profondo. Seduti sul sedile posteriore, sfogliamo i nostri quadei
carichi di appunti. Vorremmo che i nostri occhi potessero conservare tutte le
immagini e i colori, le nostre menti memorizzare ogni volto, le nostre mani
annotare ogni pensiero. Siamo di ritorno da Tecoluca, paesotto circondato da
innumerevoli villaggi, tra i più massacrati durante la guerra civile. Abbiamo
accompagnato Elí e Claudia, del Centro para la promoción de los derechos
humanos Madeleine Lagadec
(Cpdh), a incontrare le vittime della Cayetana,
piccola comunità che, nel 1974, fu teatro del primo massacro di campesinos
compiuto dalla Guardia Nacional, corpo di sicurezza a carattere militare,
anteprima dell’inferno che stava per scatenarsi. Il Cpdh le sta aiutando nel
loro lungo percorso per ottenere l’esumazione dei resti dei loro cari, che
ancora giacciono in una fossa comune non lontana dal villaggio.

Corpi, assassini e dolore

Uno dei primi problemi da risolvere per i congiunti dei
massacrati, oltre a tutti i permessi da ottenere presso le autorità, è
paradossalmente quello di dimostrare che i loro cari sono esistiti. Quasi mai
infatti ci sono atti di nascita o certificati di battesimo. Si tratta di un
procedimento macchinoso e difficile, che re vittimizza i familiari.

Nei giorni che hanno preceduto il nostro viaggio ci
siamo interrogati sul senso di una tale fatica che, a distanza di 40 anni,
potrebbe portare a non trovare nulla o solamente qualche frammento osseo. Ma
ora, ascoltando le storie delle vittime e dei loro cari, vorremmo andare a
scavare assieme a loro.

Vediamo nella concretezza di un luogo, di alcuni
sguardi, di oggetti precisi, quello che i libri dicono a proposito dei crimini
contro l’umanità: annichiliscono, annullano, sfigurano le vittime ai loro
stessi occhi, le privano di un volto e le riducono per sempre al silenzio.

Tutti sanno che quei corpi giacciono lì, eppure per 40
anni è stato negato. Non si potevano nemmeno nominare. E se quei corpi non
esistono, non esistono gli assassini, e non esiste nemmeno la sofferenza dei
familiari, ai quali qualunque diritto è precluso.

Se tutto andrà bene, ci vorrà almeno un anno, forse due,
per ottenere le autorizzazioni necessarie e procedere all’esumazione. Quel
giorno, la psicologa del Cpdh sarà a fianco a Silvia che, bambina, vide
seppellire lì i corpi martoriati del padre e del fratello, consolerà Marta, che
spera di ritrovare i resti del marito, morto tra le sue braccia dopo l’attacco
dei militari. Tutta la comunità si stringerà intorno a loro, adoerà con fiori
e canti la veglia funebre, affiderà i martiri al Dio della vita. Poi
costruiranno un piccolo memoriale, sul quale incideranno i loro nomi, affinché
nessuno possa nuovamente negare. E quel giorno non saranno solo i morti ad
avere finalmente pace.

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Centro per i diritti umani Madeleine Lagadec


Contro violenza e impunità

Il Centro para la promoción de los derechos
humanos Madeleine Lagadec
nacque nell’aprile 1992, ossia all’indomani della
firma degli Accordi di pace. Le fondatrici lo dedicarono alla memoria di una
giovane infermiera francese, stuprata, torturata e uccisa dall’esercito
salvadoregno nell’89, nell’ospedale mobile in cui prestava servizio. Anche
all’origine di questa organizzazione vi fu la domanda di giustizia delle
vittime. Il Centro Madeleine Lagadec si dedicò, infatti, a raccogliere le
testimonianze dei sopravvissuti in zone rurali particolarmente colpite,
giungendo a documentare più di duecento omicidi individuali e trentacinque
massacri e a mettere i risultati del suo lavoro a disposizione della
Commissione per la verità dell’Onu. La disillusione – suscitata dal perdurare
della situazione di violenza, impunità e illegalità – spinse il Centro Lagadec
a proseguire il suo impegno. In venti anni di attività, ha formato più di mille
promotori e promotrici comunitari dei diritti umani, ha esumato e restituito
alle famiglie i resti di 650 vittime (alcune delle quali erano annoverate tra i
desaparecidos), ha organizzato 32 comitati per i diritti umani, e
numerosi comitati di familiari delle vittime, ha reso possibile la costruzione
di monumenti, la celebrazione di commemorazioni, e ha offerto un aiuto legale e
psicosociale alle famiglie delle vittime.

A.Z.

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El Salvador; guerra; violenze; desaparecidos;
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Annalisa Zamburlini