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El Salvador 2: Dai massacri alla domanda di giustiziaNé verità, né giustizia


Le Madri dei Desaparecidos.
Dalla penosa, e spesso infruttuosa, ricerca dei loro
figli in caserme, ospedali e cimiteri, alla ricerca della verità e di una
giustizia che, dopo più di venti anni di pace, tardano ad arrivare. Anche il
primo governo dell’Fmln (il Fronte Farabundo Martí per liberazione nazionale,
partito nato dalla guerriglia), subentrato nel 2009 a un ventennio di governi
del partito di destra Arena, ha deluso le speranze delle anziane madri.

Veniamo accolti da una ventina di donne, con la pelle scura segnata dal tempo e dal dolore, lo sguardo profondo e fiero. Chi vive alle nostre latitudini forse non si è mai chiesto come trascorrano la festa della mamma le madri dei desaparecidos latinoamericani.

Un figlio desaparecido non si dimentica

«Me llamo Cunegonda e sono madre di sette figli: tre sono stati uccisi, uno è desaparecido, uno morto di malattia da bambino, e due figlie sono vive. Il mio figlio scomparso si chiamava Manuel, aveva 21 anni. Era segretario dell’Upt (Unione degli abitanti dei tuguri) e scomparve il 3 giugno 1980, mentre andava a una riunione presso l’Università. Voleva lottare per noi poveri, perché ci trattassero come persone degne di rispetto. Era leader, riuniva gli altri nella nostra casetta, discutevano di quello che noi poveri potevamo fare per farci ascoltare». Cunegonda prende fiato e prosegue. Un fiume di dolore in piena, con voce acuta e dolce. «Mio figlio mi manca. Da quella mattina dell’80 non l’ho più visto. Ogni volta che comparivano cadaveri, io andavo a vederli. L’ho cercato per caserme, ospedali, ovunque, ma non mi sono mai imbattuta nella sua sorte. Un figlio desaparecido non si dimentica un solo istante».

L’assordante rumore del traffico della capitale e la stretta parlata contadina di Cunegonda ci rendono difficile capire. Lei abbassa gli occhi e si sistema i vecchi occhiali: «Se volete, vi racconto un pezzetto della mia storia. Mi vennero a prelevare a casa il 9 marzo del ’77, rimasi in prigione fino al 26 agosto. Durante tutto quel tempo la mia bambina più grande e mio marito si presero cura dei piccoli. In carcere si soffre molto, è terribile stare lì…».

«Perché la arrestarono?», domandiamo.

«Venne la polizia, cercava i miei figli maggiori. Loro non erano in casa, erano a un funerale. Così portarono via me. Al commissariato mi picchiarono ripetutamente. Ancora oggi soffro di fortissimi dolori alla testa e alla schiena per quei colpi. Mi rilasciarono grazie a mons. Romero, che chiese la mia liberazione durante le omelie della domenica, e alla tenacia dei suoi giovani collaboratori. In seguito a questi fatti, non potemmo più vivere nella nostra casa. Dopo la sparizione di Manuel, i miei altri due figli maschi e Isabel, di 16 anni, se fueron a la montaña (si unirono alla guerriglia). Tutti e tre morirono combattendo. Nemmeno loro ho potuto seppellire, però per lo meno non li hanno catturati a casa…».

Alla ricerca di verità e giustizia

Sono trascorsi più di vent’anni dagli accordi di pace. L’attività di Comadres, Codefam e Comafac si è trasformata: l’affannosa ricerca degli scomparsi nelle prigioni e nei cimiteri clandestini ha lasciato il posto a un’altrettanto ardua ricerca di verità e giustizia.

Nessun processo è stato celebrato, nessun archivio è stato aperto. La politica ha imposto il perdono y olvido (oblio). E così le madri sopravvissute, sempre più cariche di anni e di dolore, hanno abbracciato la loro nuova missione. «Ogni anno presentiamo una richiesta all’Assemblea legislativa», ci racconta una madre. «Non ci hanno mai fatto entrare nel palazzo, restiamo fuori nel cortile. Una volta è uscito un impiegato, ha preso il documento che avevamo preparato e l’ha stracciato di fronte a noi. Il governo di Funes (in carica dal 2009 al 2014 dopo quasi due decenni di governi del partito di destra Arena, e sostituito da poche settimane dal governo Cerén della sua stessa parte politica, l’Fmln, ndr) ha fatto qualcosa, ma è troppo poco».

A un certo punto le madri si siedono in cerchio. La stanza è affollata e noi prendiamo posto in un angolo: anche se le nostre ospiti sono accoglienti, ci sentiamo un po’ intrusi.

Al termine della riunione si alzano una a una, lentamente. Ciascuna pronuncia il nome di una compagna scomparsa e le parole «¡creo en tus luchas y seguimos de pié!» (credo nelle tue lotte e proseguiamo in piedi!), poi prende una rosa e la dona a un’altra madre, abbracciandola e sussurrandole un pensiero. Infine, una madre dona una rosa anche a noi.


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Comadres e gli altri


Tra commissariati, ospedali e obitori

Comadres (Comitato delle madri e dei familiari dei
prigionieri, degli scomparsi e degli uccisi Mons. Romero), Codefam (Comitato
dei familiari delle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani Marianella
García Villas) e Comafac (Comitato delle madri e dei familiari cristiani dei
detenuti, scomparsi e assassinati Padre Octavio Ortiz – Sorella Silvia Arriola)
sorsero negli anni della violenza di stato e della guerra civile. Il più
antico, Comadres, ebbe origine dalle madri degli studenti prelevati a forza
dall’esercito mentre manifestavano pacificamente per le strade della capitale.

Era il 1975 e, nonostante la feroce repressione, la
guerra sembrava ancora una catastrofe evitabile. Queste donne s’incontrarono
nelle estenuanti ricerche presso i commissariati, gli ospedali e gli obitori e,
superando il clima di generale diffidenza e sospetto, iniziarono a riconoscersi
e ad appoggiarsi l’una all’altra. L’idea del comitato venne al neoeletto
arcivescovo Romero che, dopo aver invitato le madri dei giovani desaparecidos
a trascorrere con lui la vigilia del Natale 1977, suggerì loro di unire gli
sforzi e le voci, affinché fossero più forti. Nemmeno la violenza e la morte
avrebbero più fermato queste modee Antigone. Vestite di nero, un fazzoletto
bianco sul capo, denunciavano al Salvador e al mondo lo strazio del loro paese,
cercavano gli scomparsi, visitavano i prigionieri e percorrevano le strade
all’alba, con il triste compito di fotografare di nascosto i cadaveri che ogni
notte venivano abbandonati, per evitare ad altre madri il penoso, pericoloso e
inutile pellegrinaggio per ospedali e prigioni.

Il numero delle madri cresceva man mano che il paese
sprofondava nella violenza. Comadres e i due comitati che sorsero
successivamente, insieme alle altre organizzazioni sociali, organizzarono
manifestazioni, scioperi della fame, occupazioni di chiese e ambasciate. La
risposta del regime fu sproporzionata: le madri e i loro familiari furono
vittime di sequestri, uccisioni, stupri e torture. Le sedi dei comitati subirono
attentati dinamitardi e saccheggi. Il maggiore D’Aubuisson dichiarò
pubblicamente di voler sgozzare las madres una a una.

A.Z.

Tags:
El Salvador; guerra; violenze; desaparecidos;
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Annalisa Zamburlini