Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Pedro Claver

Missionario gesuita spagnolo
originario della Catalogna, è il santo che maggiormente ha impressionato per il
suo apostolato in mezzo agli schiavi africani deportati nelle Americhe. È una
delle figure più straordinarie della prima evangelizzazione del Nuovo Mondo. Si
calcola che nella sua vita abbia battezzato più di 300 mila africani che,
strappati dalla loro terra, erano stati brutalmente riversati sulle rive del
continente scoperto da Cristoforo Colombo.

Pedro, sei una persona
eccezionale, un santo unico nel tuo genere, uomini come te sono rari e preziosi
per la testimonianza che danno ai cristiani di ogni tempo. Parlaci un po’ di
te.

Sono
nato a Verdú, una cittadina vicina a Lérida nella regione catalana del Regno di
Spagna, il 25 giugno 1581, da una famiglia di modeste condizioni. I miei
genitori volevano che conseguissi un titolo di studio per poter emergere nel
contesto della società del tempo.

Che scuole hai fatto?

Mi
iscrissi alle scuole che i gesuiti avevano aperto in diverse città della
Spagna, studiai materie umanistiche a Maiorca e mi laureai all’Università di
Barcellona, approfondendo filosofia e psicologia. Poi fui conquistato dal
carisma del nuovo ordine fondato da Ignazio di Loyola e, sull’esempio di
Francesco Saverio che era andato in India e in Giappone, decisi di farmi
missionario anch’io e di partire per i Nuovi Mondi che iniziavano allora a
essere conosciuti dagli europei.

Hai un ricordo particolare di quel
periodo?

Mentre
studiavo a Maiorca il frate portinaio del convento, fra’ Alfonso Rodriguez, un
mercante di Segovia rimasto solo per la morte di tutti i suoi famigliari, mi
indicò quale doveva essere la mia missione specifica, ovvero partire per le
Americhe. Egli incise profondamente non solo nella mia vita: con il suo modo di
fare umile e servizievole, divenne un maestro di spiritualità per tanti giovani
aspiranti gesuiti. La sua stanza era un’altra aula scolastica dove imparavamo
la spiritualità del servizio verso i più poveri e più bisognosi.

Una bella lezione di vita… e poi
come andò?

Completati
gli studi ed emessi i voti religiosi, fui mandato in America: nel 1610 sbarcai
a Cartagena, nell’attuale Colombia, in piena crescita tumultuosa e caotica.
Quella fu la terra che mi accolse e dove svolsi il mio apostolato per 44 lunghi
anni.

Cosa ti colpì di più della nuova
realtà?

Una
cosa terrificante, come un tremendo pugno nello stomaco, fu constatare di
persona come erano ridotti gli uomini dalla pelle nera, catturati in Africa e
venduti come schiavi nelle nuove colonie. Colpito da questo fatto, capii che
dovevo impegnarmi a vivere solo per queste persone, un proposito condensato nel
motto: «Aethiopum semper servus», totalmente a servizio degli «etiopi»,
come venivano chiamati a quei tempi quelli che provenivano dall’Africa.

Saresti in grado di definire
quanti schiavi arrivavano in un anno a Cartagena?

Alcuni
storici calcolano che nei secoli segnati dalla tratta degli schiavi siano stati
deportati circa 15 milioni di esseri umani. Si può dire che ai miei tempi a
Cartagena arrivavano ogni anno migliaia di schiavi africani ed erano quasi
tutti giovani, perché i razziatori non catturavano invalidi o vecchi, ma i
sani, i robusti dell’uno e dell’altro sesso.

Il
«lavoro infame» di razziare e catturare le persone nell’interno del continente
era fatto dagli arabi, di religione islamica, mentre comandanti ed equipaggi
delle flotte che trasportavano quei poveretti lungo la tratta atlantica erano
cristianissimi e cattolicissimi… Quando si tratta di far soldi le coscienze
sporche dell’una e dell’altra religione non vanno per il sottile!

In che cosa consisteva la tua
azione in favore di questi poveretti?

Quando
veniva segnalato l’arrivo di un carico di schiavi andavo loro incontro con una
mia barca in mare aperto e portavo loro cibo, soccorso e conforto e mi
guadagnavo così la loro fiducia, una cosa che mi risultava preziosa una volta
sbarcati e ammassati a Cartagena, dove potevo continuare a incontrarli e a
offrire quel poco di consolazione che potevo dar loro.

E come facevi per la lingua?

Radunai
delle persone che parlavano dialetti diversi, facendo così un gruppo di
interpreti di varie etnie che con il tempo diventarono anche dei validi
catechisti. Alla domenica soprattutto passavo gran parte della giornata con
loro, specialmente con i nuovi arrivati, andando incontro alle loro necessità e
cercando di difenderli, come potevo, dai loro oppressori.

Nel prenderti cura di queste
persone, che cosa ti stava più a cuore?

In
un ambiente pieno di sofferenza e disperazione, io davo loro speranza,
presentando loro la figura di Gesù di Nazareth. A gente che non aveva più
nulla, che aveva perso tutto, specialmente il rispetto degli altri uomini,
facevo presente quanto fosse importante non perdere la propria dignità.
Acquistai quindi la loro fiducia e molta gente incominciò a confidarsi con me e
ad avvicinarsi al Vangelo di Cristo.

Io
non lo so di preciso, ma alcuni calcolano che abbia battezzato più di 300 mila
persone, una cosa impressionante per i miei tempi, soprattutto se si calcola
che a questa gente il battesimo veniva dato dopo un cammino catecumenale e non
imposto con metodi coercitivi, come facevano gli hacienderos con gli
indigeni.

Com’era vista dai conquistatori
spagnoli
e dalle famiglie creole la tua
azione a favore di questi sfortunati dalla pelle nera?

Fui
accusato di tutto e di più: di azione incauta, di profanare i sacramenti, in
quanto li davo a creature che «a malapena possedevano un’anima» (sic!). Le
nobildonne di Cartagena si rifiutavano di entrare nelle chiese dove io riunivo
questi poveretti. Queste critiche, purtroppo, influenzarono anche alcuni miei
superiori. Ma io continuavo imperterrito per la mia strada, accettando pesanti
umiliazioni e aggiungendo penitenze rigorose per la buona riuscita delle mie
opere di carità. Sentivo dentro di me che quello che facevo rispondeva al piano
di Dio, che vuole la salvezza di tutti i suoi figli.

Nella tua azione in favore degli
schiavi eri solo o qualcuno ti aiutava?

Con
me c’era il padre Alonso de Sandoval, a cui va il merito di aver tenuto conto
per iscritto da quale porto dell’Africa erano partite le navi ed enumerato le
etnie che componevano il loro carico. Egli iniziò, e io continuai, a riscattare
alcuni schiavi di diverse lingue africane che furono di grande aiuto; un’azione
che oggi chiamano mediazione culturale.

Non ti venne mai in mente di
denunciare la schiavitù come qualcosa da abolire, perché contraria alla dignità
delle persone?

Questo
è un modo di travisare la storia: non si possono applicare i concetti di lotta
di classe agli schiavi dell’antica Roma; così pure non si possono applicare
alla mia epoca idee e concetti che sono andati maturando lungo i secoli
seguenti.

Durante
quel periodo non si facevano teorizzazioni dottrinali sul problema della
schiavitù, né denunce alle autorità per i soprusi che venivano compiuti. La
preoccupazione mia, di padre Sandoval e di altri missionari, era quella di una
totale dedizione nel quotidiano servizio agli schiavi, in un certo qual modo la
nostra era una vicinanza tesa molto più a ridare speranza e dignità che a
mettere in libertà gli schiavi.

Però in quel tempo si cominciò a
prendere coscienza dell’idea che nessun uomo potesse essere padrone di altri
uomini.

Altri
missionari avviarono il cammino della difesa giuridica degli schiavi e della
denuncia pubblica contro la schiavitù, Gesuiti, Domenicani e Cappuccini, a
Cuba, in Colombia e in Venezuela, cominciarono a denunciare con parole
durissime la schiavitù. Padre Francisco Josè de Jaca e padre Epifanio de
Moirans, scrivevano che «la schiavitù africana è ingiusta… i negri non
soltanto si rendono liberi ricevendo il battesimo; lo sono già prima per
diritto naturale. Non esiste solo l’obbligo di restituire loro la libertà, bensì,
in forza della giustizia, si deve pagare loro ciò che hanno perso durante la
schiavitù, il lavoro e i danni subiti…».

Queste prese di posizione che
influenza ebbero sulla società del tempo?

Il
Consiglio delle Indie ripudiò l’atteggiamento antischiavista dei due cappuccini
affermando che: «Senza la schiavitù dei neri le Americhe sarebbero condannate
alla rovina totale». Del resto negli Stati Uniti per abolire la schiavitù ci fu
bisogno di una guerra civile e l’ultimo paese latinoamericano che la abolì fu
il Brasile nel 1871, con la così detta «Lei do Ventre Livre», in cui non
si dava la libertà agli schiavi, ma a partire da quella data i figli degli
schiavi sarebbero nati liberi; successivamente, con la «Lei Aurea» del
1888, fu restituita la piena libertà a tutti.

Come sempre i privilegi dei più
forti prevalsero sui diritti e sulla dignità di milioni di esseri umani.

Una
logica ben radicata ai miei tempi ma non del tutto scomparsa nel vostro mondo:
con forme più sottili, la schiavitù sulle persone, la tratta degli esseri
umani, e purtroppo anche dei bambini, continuano ancora in questi giorni
nell’indifferenza generale di una società che si dice più avanzata, libera e
democratica di quella del mio tempo.

San Pedro Claver Corberó muore consumato dalla febbre e dalle
malattie l’8 settembre 1654, i suoi ultimi anni li vive offrendo la sua
condizione di persona debole e fragile al Signore per il riscatto dei suoi
figli africani. Viene canonizzato nel 1888 da Leone XIII insieme ad Alfonso
Rodriguez, il fratello portinaio di Maiorca che gli preconizzò il cammino che
doveva fare. È patrono delle missioni cattoliche tra i popoli dell’Africa nera
e degli afroamericani.

Don Mario Bandera – Direttore Missio Novara

Mario Bandera