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Cultura di morte

Qualche tempo fa il telegiornale ha presentato l’ultima tendenza in fatto di sballo giovanile: «L’alcolizzazione degli occhi». Non so se si chiami così. Lo sballo è assicurato con un processo molto semplice: ti anneghi gli occhi con un bagno di liquore forte. Il dolore è lancinante e il risultato tremendo. Risultati aggiuntivi: congiuntiviti, problemi oculari vari, danneggiamento della cornea, e via dicendo. Nonostante l’ovvia pericolosità dell’operazione, gli adepti aumentano ogni giorno, anche grazie ai folli video su youtube e ai post sui social network.

In testa mi si sono accavallate allora tante altre immagini: donne vittime della violenza e disagio maschile; ragazzi giovanissimi già alcolizzati; donne schiavizzate costrette a vendersi lungo le strade o nei bordelli più o meno clandestini; tatuaggi a gogo, piercing estremi e mode dark; giochi sempre più rischiosi, legittimati come nuovi sport; armi in regalo a bimbi piccolissimi; bambini nel ventre di miniere o incatenati a telai invece di essere sui banchi di scuola; contadini cacciati dalle loro terre accaparrate da multinazionali o altre nazioni; lavoratori lasciati a casa; fabbriche chiuse; giovani sfruttati; giochi di borsa che dissanguano nazioni... una lunghissima lista di morte con cui tutti abbiamo a che fare ogni giorno, olocausto al dio denaro, ricchezza e potere, l’antico Mammona che non demorde mai. Un dio che ha niente da spartire con il Dio di Gesù Cristo fatto di misericordia, giustizia e pace, paladino di uguaglianza, accoglienza e rispetto per ogni uomo e tenerezza soprattutto per i più piccoli e poveri.

La lista, forzatamente parziale, ben evidenzia come questa cultura di morte abbia molte facce e si adatti alla persone più diverse. Sta cambiando le nostre leggi, trasformando le tradizioni, rivoluzionando la cultura, delegittimando la pietà, la compassione, la sofferenza, l’onesto lavoro, la cultura della solidarietà, la tolleranza e l’accoglienza dell’«altro». Rende normale quello che era considerato «non normale» dalla stragrande maggioranza delle persone e dei popoli. Proclama la libertà di pensiero, ma è intollerante con chi non la pensa alla stessa maniera, soprattutto in termini di vita, famiglia e sessualità. Appiattisce tutto e tutti e rende il «tutti fanno così» la suprema regola di vita. Si alimenta di slogan e spot, trasforma le tragedie in spettacolo e lo spettacolo in realtà. Viaggia a suon di sondaggi e si adatta al mutare delle emozioni. Si alimenta dei riti di fine settimana - mare, montagna, centri commerciali, avvenimenti sportivi - che massificano l’individuo e rendono noiose le vere celebrazioni, come la messa domenicale e il pranzo in famiglia, che invece costruiscono comunità e offrono spazi di ascolto e interiorizzazione.

Mi rendo conto che ci vorrebbe molto più delle frasi provocatorie di un editoriale per decodificare l’enorme montagna di falsità che ci circonda e vuole rendere superfluo ogni riferimento a Dio, privata l’esperienza spirituale e folcloristica la religione. Una piccolezza mi ha fatto pensare molto: la notte di Pasqua, nel buio della chiesa, il cero pasquale era ben visibile a tutti, mentre di giorno, alla luce del sole, quella fiammella era quasi invisibile. Mi sono chiesto perché mai la Chiesa abbia affidato a un simbolo così debole una valenza così forte: quella di rappresentare la dirompente vittoria della Vita sulla morte, della Luce sulle tenebre, del perdono sulla vendetta.

Ho pensato che l’annuncio del Vangelo non si impone mai col rigore delle leggi, il potere suasivo della pubblicità, la forza delle armi, la seduzione del denaro, l’ebbrezza del potere, la fragorosità del tuono. è invece una piccola luce, invisibile nell’abbagliante mare dell’esteriorità, ma chiarissima nel silenzio dell’ascolto interiore, nell’amore fatto servizio, nella fedeltà senza ricompense, nella gratuità del volontariato, nel «bene fatto bene e senza rumore». Un annuncio affidato alla fragilità di uomini che credono e, pur nella loro debolezza, rendono credibile il Vangelo nel quotidiano. Scriveva Rosario Levantino, citato da Don Ciotti su La Stampa del 9/5/2013: «Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo credibili».

E' questo il segreto della Missione: uomini e donne credenti che danno «ragione della speranza» (Luce) che è in loro pagando di persona sia ai «confini del mondo» che nell’anonimato del vissuto quotidiano, «interferendo» («il parlar chiaro che è contrario all’ipocrisia», dice Don Ciotti) nella cultura di morte con scelte di vita e gratuità.

Gigi Anataloni