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Nella rete col Vangelo

XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
I nuovi media e i social networks modificano la vita quotidiana
dei singoli e del mondo intero, spesso entusiasmando, spesso intimorendo. Come
ogni realtà «rivoluzionaria» essi presentano molti rischi e grandi opportunità.
Soprattutto su queste ultime si sofferma il messaggio del papa per la giornata
mondiale delle comunicazioni sociali 2013 partendo da una considerazione
fondamentale: «Le reti sociali sono […] alimentate da aspirazioni radicate
nel cuore dell’uomo».

Se mai ci fosse qualche dubbio sull’importanza crescente che i
cosiddetti «nuovi media» hanno nella nostra vita, basterebbero due fatti per
eliminarlo. La sera dell’elezione del nuovo papa Francesco, il cardinale
protodiacono fa precedere la benedizione urbis et orbis dalla formula
con la quale è concessa l’indulgenza plenaria dicendo: «A quanti ricevono la
sua benedizione a mezzo della radio, della televisione e delle nuove tecnologie
di comunicazione…». Il secondo fatto, tratto da quella stessa sera, è piazza
San Pietro che diventa una distesa di punti luminosi per le fotografie scattate
a milioni con macchine digitali, tablet e smartphone: una scena
impensabile otto anni fa, all’elezione di papa Benedetto XVI. Otto anni
soltanto, che sembrano secoli.

Se la tecnologia avanza a passi da gigante, da sempre la Chiesa è
attenta alle sue ricadute sulla comunicazione, perché il Vangelo va comunicato
a uomini di ogni epoca e cultura.

Benedetto XVI e internet

Lo stesso Benedetto XVI, nel messaggio intitolato «Reti sociali:
porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione», reso noto lo
scorso 24 gennaio per la 47ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, in
programma il 12 maggio, si soffermava sullo «sviluppo delle reti sociali
digitali che stanno contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza
pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e
dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». E
osservava: «Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte
nel costruire relazioni e trovare amicizia, nel cercare risposte alle loro
domande, nel divertirsi, ma anche nell’essere stimolati intellettualmente e nel
condividere competenze e conoscenze. I network diventano così, sempre di più,
parte del tessuto stesso della società in quanto uniscono le persone sulla base
di questi bisogni fondamentali. Le reti sociali sono dunque alimentate da
aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

L’ambiente digitale è ormai «parte della realtà quotidiana di
molte persone, specialmente dei più giovani. I network sociali sono il
frutto dell’interazione umana, ma essi, a loro volta, danno forme nuove alle
dinamiche della comunicazione che crea rapporti: una comprensione attenta di
questo ambiente è dunque il prerequisito per una significativa presenza
all’interno di esso. La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta
non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita
ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di
raggiungere le menti e i cuori di tutti. […] Una comunicazione efficace, come
le parabole di Gesù, richiede il coinvolgimento dell’immaginazione e della
sensibilità affettiva di coloro che vogliamo invitare a un incontro col mistero
dell’amore di Dio». Per questo, papa Ratzinger concludeva: «Quando siamo
presenti agli altri […] siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino
agli estremi confini della terra», anche e sempre di più, quindi, nel mondo di
Inteet.

Un nuovo assetto di uomo

Non a caso, lo scorso gennaio, mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo
di Torino, incontrando i giornalisti in occasione della festa di San Francesco
di Sales, loro patrono, ha ricordato che «anche i media entrano ormai
prepotentemente nella questione antropologica e dunque in quel nuovo assetto di
uomo che si sta delineando mediante la scienza e la cultura».

Chiunque accede ai social networks può aumentare le sue
conoscenze e migliorare la sua posizione all’interno di un gruppo (ci asteniamo
dal considerare qui la possibilità che qualcuno si presenti non per quello che è,
ma secondo quello che vorrebbe essere). Così, da un lato, queste tecnologie
rivoluzionano la comunicazione e la vita in tutti i settori, rendendo
possibili, ad esempio, lo scambio di informazioni e cultura, l’acquisto di
beni, o addirittura interventi chirurgici a migliaia di km di distanza. Ai
giovani, in particolare, i nuovi media consentono di «frequentare» corsi di
lingue, di fotografia e altro, di condividere gratuitamente la loro passione e
le loro competenze con altri «utenti», di scoprire (in mezzo a tanta «spazzatura»)
nuovi talenti musicali, artistici, culturali… Al punto che, soprattutto per
loro, i social networks sono non uno strumento, ma un’estensione delle
loro relazioni, «territori» sempre presenti, quasi una quarta dimensione della
vita. Dall’altro lato, questi media fanno nascere problemi sociali in milioni
di persone, ancora una volta soprattutto giovani, perché ne modificano la vita
e quindi la personalità. In un numero crescente di ragazzi la «dipendenza» dai social
networks
è paragonabile a quella creata dalla droga: quando non possono
collegarsi alla «rete», hanno «crisi di astinenza». I giovani (e non solo) si
imbevono, credono a quanto conoscono sui social networks, e le fonti non
sempre sono nitide. Occorre così aiutarli a disceere e abituarli a relazioni
personali reali: qualcuno fa persino l’amore in webcam.

Nello stesso tempo, la diffusione di commenti, notizie e
fotografie personali, talora all’insaputa del diretto interessato, porta anche
a epiloghi drammatici. Paradigmatico della fragilità e del cinismo spietato che
talvolta caratterizzano il vivere di tanti giovani è stato, alcuni mesi fa, il
caso di Amanda Todd, un’adolescente di Vancouver, Canada: un amico più grande di
lei la convince a inviargli una sua foto a seno nudo. Lei, all’epoca dodicenne,
non sa opporsi. Salvo accorgersi, tempo dopo, che la sua foto osé è diventata
di dominio pubblico: agli immancabili insulti si aggiungono perfidi consigli.
Alla fine lei, quindicenne, dà addio alla sua esistenza. La sua morte crea
un’ondata di moralismo ipocrita: si accusano la famiglia, la scuola, i
compagni, ma alla fine tutti ne escono (auto)giustificati.

Più chat meno
sentimento

Già nel «lontano» 1995, lo psicologo americano Daniel Goleman
parlava di «analfabetismo emotivo», intendendo con questa espressione da un
lato la mancanza di consapevolezza delle proprie emozioni e dei comportamenti a
esse associati, dall’altro l’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui e
con i relativi comportamenti, non riconosciuti e compresi. L’uso crescente dei
nuovi media favorisce la diffusione di relazioni mediate, e quindi la difficoltà
a riconoscere e capire le emozioni proprie e dell’altro. In ogni caso, «svelarsi»
in un social network non può appagare il desiderio di una relazione
personale «reale». Lo conferma Chiara Micheletti, psicologa e psicoterapeuta
del Centro di Sessuologia medica dell’Ospedale San Raffaele-Resnati di Milano: «Il
rapporto prolungato con lo schermo e la tastiera, le risposte telegrafiche,
superficiali, spesso schematiche e prive di contenuti, sono di ostacolo alla
riflessione e all’espressione delle proprie emozioni. La fretta della
comunicazione via chat toglie tempo al sentimento. È la solitudine,
l’insicurezza, la paura che inducono i ragazzi a preferire questo genere di
comunicazione “virtuale”. “Socializzare” via chat è molto più asettico e
meno impegnativo che incontrare [fisicamente] una persona, guardarla negli
occhi, relazionarsi con lei. E poi si può tranquillamente “bleffare” sulla
propria identità, inventarsi uno status sociale, far credere di essere diversi
da ciò che si è, per sentirsi grandi, affermati e gratificati».

L’americano Andy Braner, esperto di adolescenti, ritiene che
nonostante Facebook, Twitter, ecc., sostengano di rendere le
persone più unite, «se si chiede a un ragazzo chi veramente potrà essere vicino
a lui nei momenti difficili della sua vita, faticherà a dire il nome di
qualcuno».

Vita accessibile e
archiviabile

Come ha scritto Chiara Giaccardi su «Avvenire» (6.2.2013), «certamente
i giovani hanno poca consapevolezza degli effetti di ciò che scrivono, postano,
pubblicano in rete e di come queste informazioni siano accessibili,
archiviabili, conservabili e utilizzabili a scopi diversi. Aumentare il grado
di consapevolezza è opportuno e doveroso. Ma i rischi più gravi non sono tanto
quelli più comunemente paventati (l’abboccamento a scopo sessuale da parte di
singoli malintenzionati), quanto la raccolta di dati che possono essere
aggregati, rielaborati e venduti per la produzione di comunicazioni
pubblicitarie mirate e subdole o per forme di controllo sociale o censura
politica. La rete è un gigantesco sistema di produzione di dati, a cui ciascuno
di noi collabora spontaneamente, e quello dei “Big data” è uno dei temi più
caldi, e più interessanti per il business e la politica del futuro. Il
lupo cattivo è tanto più pericoloso perché indossa giacca e cravatta, e non è
interessato alla singola Cappuccetto Rosso».

Rischi, ma anche opportunità

Se i social networks presentano rischi per i giovani e per
gli adulti meno esperti, non bisogna demonizzarli. Un esempio. Padre Antonio
Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica», studioso ed esperto della
comunicazione digitale, ha osservato che «le parole, i gesti e il magistero di
Ratzinger sono stati presenti nella vita dei fedeli in parte anche perché sono
stati condivisi – e non solo trasmessi – attraverso i media digitali. La sua
figura era già argomento della discussione sociale nei media digitali.
L’apertura di un suo profilo su Twitter ha poi dato forma a una sua
presenza diretta nella conversazione». E mons. Paul Tighe, segretario del
Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ha osservato che «i nuovi
mezzi ci consentono di mantenere rapporti che, in altri tempi, non sarebbe
stato possibile mantenere. E questa è una benedizione. Ci permettono anche di
essere molto più informati sulle cose che accadono nel mondo, e questa è una
potenzialità importante. Nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle
comunicazioni di quest’anno, papa Ratzinger ha parlato in termini molto
positivi della potenzialità dei mezzi per creare comunità e per aiutare i
giovani a mantenere e sviluppare amicizie. Mi sembra importante non dimenticare
questo aspetto, che è facile dare per scontato… Ma il papa ha anche detto loro
quanto sia importante non trascurare i loro valori personali, tra cui la fede.
Ha detto che questi mezzi possono essere usati per condividere la fede e altro,
sempre rapportandosi con rispetto alle persone con cui si sta dialogando».

Livio Demarie
Sacerdote salesiano, direttore dell’ufficio
per le comunicazioni sociali della diocesi di Torino.
 
CYBERTEOLOGIA
 

La
«Cyberteologia» è «l’intelligenza della fede al tempo della rete», il tentativo
di capire non tanto come usare bene la rete – anche col fine
dell’evangelizzazione -, quanto come vivere bene il nostro tempo impregnato
della «vita digitale».

È
un libro positivo quello di Antonio Spadaro, gesuita che, tra le altre cose, è
autore del blog cyberteologia.it, direttore de «La Civiltà Cattolica», docente
universitario e consulente dei Pontifici Consigli della Cultura e delle
Comunicazioni Sociali. Avviando la sua riflessione dalla constatazione che le
tecnologie digitali sono divenute presenti nella vita quotidiana di molti tanto
da essere oramai parte integrante, non separata, dell’ambiente di vita, Spadaro
sostiene che esse stiano cambiando il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà,
di vivere le relazioni, e quindi anche di vivere la fede.

L’autore
illustra con la sua scrittura limpida e scorrevole come si possano trovare
punti di contatto fecondi tra la rete e la fede. La rete offre alla fede degli
spunti inediti per comprendere in modo più profondo Dio. Ad esempio illuminando
il tema del perdono che in un’epoca in cui tutto ciò che viene pubblicato su
Inteet non può essere cancellato, deve prescindere dall’oblio del male
commesso, e quindi porre l’accento sulla gratuità dell’amore che non dipende da
comportamenti giusti o sbagliati. Allo stesso tempo la fede può offrire
all’uomo in rete nuovi strumenti per dare senso alla sua vita, per camminare
verso Dio, anche nell’ambiente digitale.

È
contagiosa la speranza con cui padre Antonio Spadaro parla dei profondi
mutamenti dei nostri tempi. Non ignora i rischi, ma decide, come ha fatto il
papa nel suo messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni, di dare
ragione della speranza che Dio è presente e liberatore in ogni ambito della
vita dell’umanità, anche quando essa si sviluppa e spende nell’ambiente delle
nuove tecnologie digitali.

Luca
Lorusso

Livio Demarie