Rivista Missioni Consolata – 121 anni

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La meglio gioventù

Servizio civile in Italia

Sono 3.581 gli enti di servizio civile oggi accreditati presso l’Unsc (Ufficio nazionale per il servizio civile). I tagli imposti a causa dell’attuale crisi economica hanno diminuito di molto le risorse economiche, rischiando di azzerare una delle esperienze più significative ed esemplari degli ultimi 40 anni di politica giovanile.

Prendete un’esperienza che funziona: i 300 mila ragazze e ragazzi che negli ultimi 11 anni (grazie alla legge n. 64 del 2001) hanno svolto 12 mesi di Servizio civile nazionale e volontario (Scn), ovvero quella che è ritenuta dalla gran parte di sociologi ed educatori la migliore politica giovanile dello Stato italiano, sicuramente l’unica che funzioni davvero. Ebbene, se provate a tagliare, poco alla volta ma in modo inesorabile, i fondi che la tengono in piedi, tale esperienza arriva a un possibile azzeramento da qui a pochi mesi.
Follia? No. Oggi sta accadendo anche questo, nel nostro paese, sconvolto da una crisi economica che rischia di trasformarsi, se non lo è già, anche in una crisi di tipo morale. Il welfare, lo stato sociale, sta soffrendo non poco, e non ci sono parole che spieghino quello che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti: in pochi mesi si sta dilapidando una storia lunga almeno 40 anni, da quando, nel 1972, venne promulgata la legge Marcora (n. 772) sull’Obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio. A dirla tutta, per trovare testimonianza del primo renitente alla leva si risale fino al II sec. d.C.: san Massimiliano, che rifiutò di arruolarsi nell’esercito romano e che oggi è il santo protettore degli obiettori.
«Che la lunga notte del servizio civile sia l’esemplificazione di un paese che non vuole avere un futuro?». A chiederselo è Licio Palazzini, obiettore nel 1982 con l’associazione Arci, ma soprattutto oggi doppiamente in prima fila nel mondo del Servizio civile nazionale: è presidente di Arci servizio civile, la realtà che più di tutti ha fatto partire giovani dal 2001 in poi («almeno 15 mila, una media di 1.300 volontari all’anno»), e presiede anche la Consulta nazionale per il servizio civile, organo che dal 1999 fa sedere attorno a un tavolo tutti i protagonisti del mondo del Scn: i rappresentanti della Conferenza Stato-regioni, l’Unsc (Ufficio nazionale del servizio civile, governato dalla presidenza del Consiglio dei ministri), gli enti e i rappresentanti dei volontari. «Siamo di fronte a un corto circuito: questi ragazzi sono un capitale umano indispensabile, come si può pensare di fae a meno?» prosegue Palazzini.
A lui fa eco un’altra storica figura del settore, Diego Cipriani, 49 anni, oggi responsabile servizio civile della Caritas italiana, ma dal 2006 al 2008 direttore proprio dell’Unsc, quindi profondo conoscitore dei meccanismi di finanziamento del servizio civile. «È chiaro che noi, enti, sopravvivremmo lo stesso senza i volontari in servizio. Ma sarebbe davvero un grave errore chiuderlo, perché i fatti dimostrano che la funzione educativa per i giovani stessi e il ricavo che la comunità trae dal loro impegno è fondamentale», ragiona Cipriani, che ai 15 mesi dell’allora leva obbligatoria aveva preferito, nel 1987, i 20 mesi di servizio civile alternativo, aiutando i volontari della Caritas di Bari.
Come dar loro torto? Per capire che tipo di esperienza abbiamo di fronte basta sentire solo alcune delle voci delle migliaia di volontari che partono ogni anno da e per ogni regione d’Italia. Dai 178 del primo anno si è passati ai 7.865 del 2002, al record di 45.890 nel 2006, fino alla caduta libera degli ultimi anni, con il 2012 che vedrà un massimo di 19 mila invii, con partenze scaglionate mese per mese, proprio per problemi economici nel reperire tutti i fondi per farli partire assieme, come è avvenuto fino al 2011 (vedi tabelle a pag. 46-47). In queste cifre si nota una marcata prevalenza di ragazze (67%), con un recupero delle presenze maschili negli ultimi anni, e un’età media sui 24 anni.
Le testimonianze sono una diversa dall’altra, ma in comune hanno tutte il fatto che, comunque sia andata, l’anno di servizio civile non lo si dimentica affatto. Né lo dimenticano i beneficiari. «È un’esperienza che rimarrà per sempre. Io alla fine del servizio ho anche continuato al progetto come volontaria», spiega Charlotte Cesareo, 27 anni, che ha svolto il Scn nel 2010 per Arci servizio civile come «braccio destro dell’avvocato che aiuta gratuitamente nelle pratiche chi è in attesa del permesso umanitario». Lei, tramite il progetto «L’officina dei diritti», accompagnava i rifugiati in questura, ospedale e altri luoghi «per loro spesso fonte di preoccupazione». Aggiunge ancora la ragazza: «All’inizio è stata dura, poi capisci il tuo ruolo e diventa un’esperienza unica».
La scelta di Angelo Sgandurria, leccese, che oggi ha 28 anni, è peculiare: «Ho iniziato il servizio civile per l’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism), nel dicembre 2009. Poche settimane prima ero un militare della capitaneria di porto, sempre in ferma volontaria – racconta – ma ho deciso di cambiare, senza alcuna aspettativa: era la prima volta che incontravo la disabilità». L’anno di Scn è stato utile sia alle persone che accudiva sia a se stesso, e aggiunge: «Non si può nemmeno paragonare il beneficio del servizio civile rispetto al militare; è un’ottima palestra per crescere: prima non ero sensibile verso i problemi degli altri, ora sono all’opposto. Avrei firmato per un altro anno di servizio, ma visto che non si può fare, ora cerco comunque di lavorare nel sociale».
Non per tutti, comunque, i 12 mesi rappresentano un’esperienza solo positiva. Per vari motivi, può essere difficile e faticoso portare avanti il proprio compito. «Menomale che è finita – ammette Emanuele Pizzo, padovano di 32 anni -. L’ho fatto nel 2008, ero in una casa di riposo per anziani, all’inizio pensavo che avrei potuto valorizzare al meglio la mia giovinezza. Ma le aspettative ti fregano: la realtà quotidiana era pesante, molte persone non erano molto in sé e noi dovevamo limitarci ad assisterli in toto». Non per questo, però, Pizzo, che durante quell’anno è stato anche eletto rappresentante nazionale dei volontari, giudica l’esperienza negativa: «Al contrario, ho trovato un team di colleghi affiatato, che rendeva comunque stimolante il lavoro. Oggi too ancora nella struttura come volontario».

Assistenza, ambiente, promozione culturale, protezione civile: sono questi gli ambiti in cui rientrano tutti i progetti dei 3.581 enti di servizio civile oggi accreditati presso l’Ufficio nazionale (vedi www.serviziocivile.gov.it). Tra le proposte, si può salire sull’ambulanza dell’Anpas, Croce Rossa o delle Misericordie, oppure promuovere la donazione del sangue con Avis, Fratres o Fidas. «Andavo nelle scuole di ogni grado a parlare dell’importanza di donare, portando racconti di altri donatori, gli strumenti che si utilizzano, infine accompagnando i ragazzi nelle sale di donazione: sono molto interessati», illustra Elisa Montagni, 27 anni, ex volontaria in Scn per Avis.
Viviana Ciufo è partita invece nel 2005 con il Wwf, lavorando nell’ufficio comunicazione «per provare un’esperienza concreta prima di finire gli studi in scienze geologiche». Alla fine dell’anno, è rimasta per due anni come collaboratrice, così come capita a migliaia di giovani: spesso, se fortuna e capacità vanno a braccetto, l’impegno volontario si può tramutare in un posto di lavoro. «Nel 2008 il Csv (Centro servizi per il volontariato), Sardegna solidale, dove avevo appena finito l’anno di Scn, mi ha tenuto come referente per i volontari servizio civile degli enti associati», spiega la 33enne sarda Ilaria Scioni.
«Ma vi immaginate cosa potrebbe accadere se non ci fossero più giovani ad assistere gli utenti dell’Aism, per esempio, o dei tanti altri enti che contano sul servizio civile con la doppia valenza dell’aiuto per il proprio lavoro e la crescita educativa dei ragazzi?». A porre la questione è Raffaele De Cicco, attuale cornordinatore dell’Unsc, dal 1994 nello staff governativo che gestisce il Scn. «L’utilità del servizio civile è sotto gli occhi di tutti. Mi auguro che si trovino i finanziamenti e venga rilanciato: ne va dei rapporti tra cittadini e istituzione», sentenzia De Cicco.

Alla fine si torna sempre lì, alla questione dei fondi: dai 121 milioni di euro del 2002 si è raggiunta quota 296 milioni nel 2007, ma si è poi sprofondati agli attuali 68 milioni. Per il 2013 l’Ufficio nazionale esaurirà gli 80 milioni che ha ancora in cassa (utili per 15 mila partenze). Ma poi?
Il ministro Andrea Riccardi ha detto pubblicamente che si sta impegnando presso il presidente del Consiglio Mario Monti e il suo governo a reperire i finanziamenti; molti politici e volti noti della società civile e dello spettacolo sono scesi in campo appoggiando anche l’idea di Servizio civile universale, lanciata dalla testata del non profit Vita (tra gli altri Romano Prodi, don Antonio Mazzi, i comici Giovanni e Giacomo); ex volontari e rappresentanti hanno lanciato appelli (vedi riquadro su F-35).
Si cercano nuove soluzioni, ad esempio potenziando il Servizio civile regionale, attivo dal 2004 in molte regioni, in cornordinamento con quello nazionale. Sono in discussione in Parlamento varie proposte di riforma del Scn, una delle quali in merito all’apertura dell’anno di servizio pure a stranieri e seconde generazioni. A inizio 2012 tutte le partenze erano state bloccate, perché un tribunale aveva dato ragione a un ragazzo pachistano che era stato rifiutato, ritenendo tale rifiuto un atto discriminatorio. Poi è arrivato lo sblocco, ma solo con l’impegno della politica per allargare al più presto le maglie della legge.
Insomma, siamo di fronte a un cantiere pieno di belle speranze, a ben vedere. «Ma siamo molto preoccupati; speriamo in un orizzonte più sereno di qui a poco, evitando così la paralisi», auspica Primo Di Blasio, che oltre a essere referente della Focsiv copre il ruolo di presidente della Conferenza nazionale degli enti di servizio civile (Cnesc), rete che da 20 anni racchiude tutti i più grandi enti di servizio civile.
Per capire cosa perderebbe la società basta citare qualche dato degli studi che periodicamente compie l’Irs, Istituto per la ricerca sociale: i 1.116 giovani di Arci servizio civile, in servizio nel 2009, sono costati allo Stato 6,7 milioni di euro (433 euro al giorno più contributi), ma il ritorno sulla collettività, calcolato equiparando gli stipendi di categorie lavorative con mansioni affini, è stato di 22,9 milioni, ovvero quasi quattro volte tanto e un risparmio per l’erario di 16,2 milioni. Un capitale sociale enorme, senza eguali nell’Italia di oggi. Anche perché, dicono gli esperti dell’Irs, «chi ha svolto il servizio, una volta conclusa l’esperienza, ha molta più propensione al volontariato, alla vita associativa e ad azioni di cittadinanza attiva». La speranza è che il governo dei tecnici lo tenga ben presente.

Daniele Biella

Daniele Biella