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Donne, piano anticrisi

Eticamente

La discriminazione delle donne in Italia e nel mondo è lontana dall’essere debellata. Anche sul piano economico. Eppure le aziende guidate da donne ottengono le migliori performance. Dando un contributo sostanziale.

Ogni anno al palazzo di vetro si riunisce la commissione dell’Onu sullo stato delle donne (Csw, Commission on the status of women) che ha il compito di monitorare la condizione femminile nel mondo. Anche per il 2012, la Csw ha lanciato un allarme: le donne non solo sono le più colpite dalla crisi, ma partecipano con più difficoltà ai piani di recupero e di rilancio dell’economia.
La popolazione femminile ha subito più danni sul fronte dell’occupazione, l’ultimo rapporto dell’Oil (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che, dallo scoppio della crisi del 2007 a oggi, 22 milioni di donne, soprattutto nei paesi industrializzati, abbiano perso il lavoro.

Esistono vari indici per misurare la condizione femminile, due i più importanti e riconosciuti a livello internazionale: il Ggg (Global Gender Gap) che misura quattro fattori differenziali: la partecipazione economica, il livello di educazione, il potere politico, lo stato di salute.
E il Gei (Gender Equity Index) ideato e utilizzato dalla rete non governativa Social Watch,  che tiene conto delle differenze nel campo dell’istruzione, del reddito e della rappresentanza nei luoghi decisionali.
Secondo il Gei 2012, l’Italia è al settantesimo posto su 154 paesi.
La situazione delle donne italiane è ben descritta nello studio «Lavori in corsa», pubblicato in occasione del trentennale della Cedaw, la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. Le discriminazioni che le donne italiane subiscono sono molte, ma, limitandosi al settore economico e finanziario, si nota come le principali riguardino il mondo del lavoro. In Italia lavora solo una donna su due. Metà delle donne italiane non solo non ha lavoro, ma, a quanto dice l’Istat, neppure lo cerca.
Per le lavoratrici italiane resta enorme il problema della conciliazione dei tempi di lavoro con la vita famigliare a causa della mancanza di servizi essenziali come gli asili nido, questo porta una donna su cinque a lasciare il posto dopo la mateità. E ancora, grandi sono le disparità salariali che possono toccare fino al 20% dello stipendio, inoltre la carriera professionale è più discontinua e meno gratificante e, quando la lavoratrice va in pensione, riceve un assegno più basso e questo espone le donne anziane a un maggiore rischio di povertà.

Anche se scelgono la strada del lavoro autonomo, le donne sono più discriminate. Secondo un recente studio del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) le imprenditrici pagano un costo più alto per ottenere prestiti (fino a 50 punti base in più rispetto agli uomini) e una donna che presenta come garanzia quella di un’altra donna è considerata dalle banche come il «peggior cliente», questo a dispetto del fatto che le imprese femminili hanno un tasso di fallimento più basso di quelle maschili e sono più redditizie: fino al 27% in più nella redditività commerciale e del capitale investito.
Uno studio della Banca d’Italia dimostra che se l’occupazione raggiungesse il 60% delle donne in età produttiva (come stabilito dagli obiettivi europei di Lisbona), il Pil crescerebbe di 7 punti percentuali, anche perché per ogni 100 donne che lavorano si creerebbero 15 posti in più nei servizi.
All’origine di tutte queste forme di discriminazione e di esclusione economica, c’è senza dubbio la scarsa rappresentanza della popolazione femminile nei centri decisionali dell’economia, della politica e, addirittura, della cultura. Meno del 20% sono donne tra i dirigenti di azienda, i componenti dei consigli di amministrazione, i direttori scolastici, i cattedratici, per non parlare delle istituzioni, dove le donne non superano il 17%. Persino nel terzo settore e nella cooperazione sociale, la situazione non cambia. Le donne sono tante, talvolta la maggioranza tra gli operatori e i volontari, ma sono un’infima minoranza se si cerca tra i responsabili.
Ciononostante, le donne sono protagoniste di iniziative economiche solide, caratterizzate, in prevalenza, da due fattori di successo. Il primo tocca la dimensione comunitaria, le imprese delle donne non sono quasi mai individualiste: contano sempre sulla presenza di una rete o famigliare o di gruppo. Il secondo riguarda l’innovazione, molte imprese «in rosa» sono ingegnose e arricchiscono l’attività produttiva con idee nuove e vincenti.
Recentemente il parlamento italiano ha approvato una legge che obbliga, in linea con gli altri paesi europei, a portare la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa a un terzo dei componenti. Legge che ha dovuto superare molti dubbi e pesanti critiche.

Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi