Meru (2) I Meru: «Selvaggi» pieni di sorprese

Un incontro a dir poco complicato

Cento anni non sono pochi anche visti con gli occhi di oggi. Se – per un colpo di magia – potessimo trasportarci a cento anni orsono ed osservare con l’occhio satellitare la regione che attornia il monte Kenya, vedremmo una gran macchia verde scura circondare un largo anello di verde chiaro che abbraccia un’enorme montagna tutta roccia con una punta bianca e lucente al centro: il monte Kerenyaga (= montagna splendente, oggi Monte Kenya). Attoo al monte c’era allora un’enorme distesa di foreste impenetrabili di alberi secolari e di bambù, macchiata qua e là dal verde più chiaro di pochi prati, che di colpo cedeva alle immense savane digradanti, verso nord ed est, nello spoglio color sabbia rosso-nera di vaste zone semi-desertiche. Sono passati cento anni e quell’immenso mare di verde si è ristretto assai, eroso dalla continua espansione delle aree coltivate.

Cento anni orsono la regione che oggi chiamiamo Meru, sul versante nord-est del grande monte (il versante sud-ovest essendo occupato dai Kikuyu e quello sud-est dai Kamba), nascondeva nelle sue foreste e nelle piane semidesertiche che facevano da sponda a quel mare di verde, poco più di 40 mila africani (altre stime dicono addirittura 400mila, 93mila capanne). Inutile cercare strade, ponti, costruzioni e città come oggi siamo abituati. I volenterosi che si erano spinti in quel verde erano tornati con notizie di popoli che abitavano nelle foreste ai piedi della grande montagna sacra. Tra di essi un popolo, che non molti secoli prima aveva sfidato l’ignoto giungendo dal mare, per nascondersi e poi stabilirsi in quei luoghi.

Un popolo venuto da lontano
Quanto tempo prima? Forse appena trecento anni. Una leggenda di questo popolo, i Meru (o Ameru al plurale), racconta così.
«Tanto tempo fa il popolo Meru abitava al di là della grande acqua. Erano schiavi di un re potente che non lesinava angherie ai suoi sudditi. Sorse un giorno tra questo popolo un uomo che aveva parlato con Dio. Avendo visto l’afflizione della sua gente, si presentò al re nel nome del suo Dio, e implorò la libertà per sé e per il suo popolo. Il re rise divertito a questa richiesta. Poi, tanto per togliersi dai piedi quell’impiccione, rispose: “Bene, ti darò la libertà e lascerò andare la tua gente se tu riuscirai a portarmi un grosso elefante che faccia sterco bianco”. Oltre al prodigioso elefante il re volle altri meravigliosi quanto impossibili portenti (in alcuni racconti l’elefante diventa solo una mucca, si parla anche di cani con le coa, di una lancia tanto lunga da arrivare al cielo, e così via, le storie si abbelliscono secondo la fantasia dei narratori e secondo le tradizioni dei vari gruppi).
L’uomo non disarmò, toò a parlare con Dio sulla montagna e Dio l’aiutò a scovare l’elefante e a preparare tutti gli altri prodigi. La meraviglia del re fu grande e, pur non credendo ai suoi occhi, dovette a malincuore acconsentire alla richiesta e lasciar libero lui e tutta la sua gente. Il popolo tutto, seguendo questo grande uomo di Dio chiamato Mogwe, dopo il sacrificio di tre giovani chiamati Gaita, Kiuma e Muthetu (questi sono ancora oggi i nomi dei tre clan principali della tribù da cui deriverebbero tutti gli altri clan o mierega), passò la grande acqua. Per dividere e fermare le acque il Mogwe si servì di una magica lancia. I primi fuggiaschi attraversarono il mattino presto quando era ancora buio e si chiamarono Njiru (neri); i secondi attraversarono all’alba e si chiamarono Ntune (rossi); gli ultimi attraversarono in pieno giorno e si chiamarono Njaru (bianchi).
Dopo un lungo peregrinare arrivarono ai piedi della grande montagna sacra dalla quale scaturiva acqua buona e abbondante. E da quel giorno il popolo Meru abita nella terra che Dio gli ha donato, ancora fedele agli insegnamenti di quelli che hanno continuato l’eredità del “grande Mogwe”».

Solo leggenda?
A corroborare questa leggenda vi è (meglio dire “c’era una volta”, visto che parliamo di circa 50 anni fa) una curiosa usanza che io stesso ho osservato nel lontano 1965.
Quando un anziano stautiva, pronunciava con forza una di queste espressioni: «Antu ba ntune», «antu ba njaru», «antu ba njiru». Con questo voleva dire: «Sono del gruppo che è passato attraverso l’acqua verso l’alba» (ntune = rosso, riferito al colore del tramonto), oppure «sono del gruppo passato durante la notte» (njiru = nero) o ancora «sono del gruppo passato al chiaro del mattino» (njaru = lucente, bianco). E così ricordava agli astanti la propria provenienza e il gruppo clanico da cui derivava. Inoltre è interessante ricordare che all’inizio del secolo scorso, alcuni maestri protestanti tentarono di mettere insieme una specie di ‘dramma teatrale’ in cui ricordare le origini del loro popolo, ma la cosa non fu per niente gradita agli anziani i quali anzi ne imposero l’abolizione, timorosi che la storia potesse arrivare agli orecchi della nuova autorità coloniale inglese e la spingesse a ricacciare i Meru verso il luogo da cui erano giunti, «al di là della grande acqua».
Secondo gli studi più recenti questa «grande acqua» potrebbe essere il fiume Tana che scende dal Monte Kenya e verso la foce ha vaste paludi stagionali dove cresce abbondante il papiro. In queste paludi trovarono rifugio gli antichi Meru che erano fuggiti dall’isola di Mbwaa (o Mbwa – all’italiana Mbua – forse l’isola di Manda, nell’arcipelago di cui fa parte l’isola di Lamu) attorno al 1722. In quest’isola gli antenati dei Meru erano stati resi schiavi da «uomini (dai vestiti) rossi», probabilmente schiavisti arabi provenienti dall’Oman o dallo Yemen che proprio in quei tempi (1698) avevano completamente cacciato i portoghesi da Mombasa. Seguendo il fiume alcune bande di Meru arrivarono alle pendici del Monte Kenya e ne occuparono progressivamente i pendii cacciando gruppi preesistenti. Entro la metà del XVIII secolo, i vari gruppi Meru si erano stabiliti attorno al monte, nonostante un continuo guerreggiare con i pastori Maasai (cf. Fadiman, Jeffrey A., When we began, there were withmen: an oral history from Mount Kenya. Berkeley: University of Califoia Press, 1993).
Il racconto sopra riferito ha subito evidenti influenze ebraico-cristiane di non facile spiegazione. Un’ipotesi è che gli antichi Meru dell’isola di Mbwaa avessero già avuto contatto con i missionari Agostiniani che da Mombasa visitavano regolarmente le isole lungo la costa del Kenya e avevano stabilito una parrocchia nell’isola di Lamu; l’altra è che abbiano subito l’influsso di tradizioni islamiche di origine arabo-yemenita.

L’incontro con i Maasai
Le prime nove generazioni (Nthuke) di Meru salirono verso la grande cima bianca (del Kenya) penetrando nelle foreste vergini e disboscando per far spazio ai loro villaggetti. Un disboscamento estremamente contenuto. In molti luoghi lasciarono – su suggerimento di un grande keroria (profeta) – dei ciuffi di foresta diventati in seguito i famosi “boschetti sacri” che ancor oggi ammiriamo nel panorama.
Non era conosciuta una vera agricoltura, che si concentrava su alcune specie indigene di cereali e fagioli. Mais, pomodori, né tantomeno il frumento e il caffè erano ancora conosciuti. La vita girava intorno agli animali domestici – mucche, pecore e capre soprattutto – portati dalla famosa regione “oltre la grande acqua” (il fiume Tana).
Su queste pendici fecero conoscenza con una fiera tribù: quella dei Maasai. E, si capisce, l’incontro con questi agguerriti pastori nomadi non fu dei più pacifici. Sebbene all’inizio (1810-1820 circa) per paura e per non sbilanciarsi oltre il necessario, la coesistenza non fosse da nemici, ben presto le cose divennero difficili e le ruberie da ambo le parti fecero le prime vittime. Strano a pensarsi, ad avere la peggio furono i temuti Maasai, che pur quasi sconfitti continuarono le loro razzie di bestiame per molto tempo fino a quando la generazione Mbarata (circa 150 anni fa) mise fine alla storia. Molti dei Maasai sconfitti non trovarono altra soluzione che quella di passare ai Meru e così diventare quello che oggi conosciamo come gruppo Tigania. Ciò spiegherebbe perché tante famiglie abbiano dei nomi che non sono meru, ma maasai. Di più: se guardiamo anche la cartina geografica notiamo come il gruppo dei Tigania sia quello che si spinge verso il nord più degli altri gruppi. E il nord era tradizionalmente il regno dei nomadi Maasai.
Gli anni trascorsero senza particolari eventi, se non quelli delle carestie, delle invasioni di locuste, delle razzie e di qualche periodo di tranquillità.
Nel 1908 il governo inglese prese possesso della terra dei Meru dichiarandola terra della corona (crown land) e assoggettandola a forza parte alla neo colonia del Kenya. Da questa data in poi entriamo nelal storia documentata.

Lo smarrimento dei missionari
L’origine di questo popolo di ceppo Bantu è quindi incerta. Certo è invece che i primi missionari della Consolata, conoscendo poco o niente di questa tribù e non avendo accesso ai segreti gelosamente custoditi dagli anziani, trinciarono anche dei giudizi a dir poco pesanti. Cito qui la testimonianza di uno dei nostri primi missionari, che oggi certo sembra alquanto sbrigativa, irrispettosa e anche un po’ razzista. Scriveva:
«[È un] Popolo senza storia né scritta né orale, senza una civiltà anche solo primitiva. Il popolo Meru, prima dell’arrivo degli inglesi, era di un grado appena superiore agli animali del loro deserto e delle loro foreste: riprodursi, lottare per l’esistenza e per la preda; morire e, come le carcasse animali, esser divorati da altri animali; questo è il compendio senza eccezione della vita di ogni Meru, per cui non si doveva parlare assolutamente di un livello morale. Stando così le cose, non è a stupire se non hanno una storia, nemmeno orale. La loro origine si perde nella notte dei tempi e dell’oblio, e il loro ricordo non sale oltre la generazione che li ha preceduti. E anche i fatti, i fasti e le gesta dei predecessori che ogni nazione, con un minimo di civiltà, ha cura di tramandare ai posteri e che formano l’orgoglio nazionale, nel Meru sono passati e trapassati in modo tale da perdee persino il ricordo e le tracce».
Mons. Filippo Perlo, il primo vescovo di Nyeri sotto la cui giurisdizione era il Meru e che aveva organizzato le prime spedizioni dei missionari in quel territorio, nel 1922 scrisse: «E’ strano fino a qual punto questa popolazione difetti di storia, e se fosse vero l’aforismo che felice è quel popolo che non ha storia, questo dovrebbe essere arcifelicissimo. Basti dire che nessun ricordo antecedente alla presente generazione vi è conservato in alcun modo: nessun monumento storico esiste sotto qualsiasi forma, e invano ricerchereste per tutto il paese, su terra e sottoterra, pur traccia di ruderi, che possano risalire a una decina di anni addietro, ché è pur ben poco nella storia.
«A spiegare quest’assenza assoluta di quanto ha relazione col passato, credo valgano due ragioni l’una morale e materiale l’altra, la prima ha il suo motivo nella superstizione universale dominante, per cui chi è morto, è talmente morto, che neppur il suo nome, per quanto in vita riverito e stimato, può più essere ripetuto, né fuori né tantomeno nella casa e nella stessa famiglia che fu sua. A vedere quant’evitino, non dico di parlare di coloro che furono, ma pur anche di fae un qualsiasi accenno, sembrerebbe che in realtà evitino persino di pensarvi…
«La ragione materiale, a parer mio, starebbe in questo: che usando essi costruire ogni lor abitazione con pareti di ramoscelli intrecciati, rinforzati di malta e coperti di tetto di paglia, né all’infuori di questa capanna familiare, altre costruzioni esistendo nel Paese: – che gli edifici pubblici per le adunanze e l’amministrazione della giustizia sono suppliti da spiazzati erbosi, o annosi alberi dalla folta chioma -, ne risulta per le lor case una durata effimera quanto il materiale di cui sono formate… cioè al massimo quattro o cinque anni. Quindi è facile arguire che neanche gli atti di valore compiuti dagli eroi nazionali, o le successioni nobiliari, o alcuna delle più memorabili gesta collettive possono perpetuarsi nel ricordo di un popolo: non usandosi materiale in alcun monumento che ne conservi la storia, e la tradizione orale rifuggendo per partito preso dall’occuparsi di quelli che passarono, e tanto più di quanto operarono. In conclusione se c’è paese in cui si visse letteralmente alla giornata era questo, con esclusione assoluta d’ogni ricordo del passato, d’ogni preoccupazione per l’avvenire».

Una cultura senza passato?
Quelle riportate sopra possono sembrare cose di altri secoli, ma personalmente – nella missione in cui lavorai come principiante – questa «memoria proibita» di quanti erano stati gli antenati poteva ancora trovare riscontri negli atteggiamenti di persone sia totalmente illetterate come di persone istruite, compresi i maestri. Due o tre esempi.
Dovevo compilare le schede dei battezzandi. «Come ti chiami?» «Njogu» (= elefante). Strabuzzai gli occhi. Il catechista fu veloce a spiegarmi che suo fratello era morto da piccolo e suo padre gli aveva messo il nome di un animale grande e potente perché impaurisse lo spirito del male impedendogli di prendere anche questo nuovo figlio. Va bene. Scrissi: «Elefante».
Arrivò una ragazza. «Il tuo nome?» «Nterietwa» (tradotto letteralmente: non ho nome!). Pensai che la battezzanda non avesse ancora scelto il nome cristiano da prendere per la funzione ed insistetti. Fu ancora il catechista che mi venne in aiuto: «Vedi padre, questa figlia ha avuto due fratellini prima di lei, morti in tenera età. Allora i suoi genitori le hanno messo il nome Nterietwa proprio per confondere lo spirito che così non troverà più una nuova vittima».
Aggiungo a queste due curiosità un’altra di qualche giorno prima, quando chiesi ad un candidato maestro il nome di suo padre. Non me lo volle dire. E mi spiegarono che su queste cose è meglio non insistere: chi è morto va lasciato in pace. Neppure nominarlo o ricordarlo! Così si possono a volte spiegare tante cose della storia… che non fa più storia!

Le classi di età
Ritorniamo alla storia o almeno ad alcuni elementi che possono darci una mano a ricostruire la storia del popolo Meru e capie la struttura sociale. Un elemento fondamentale è la comprensione della formazione e sviluppo delle loro classi di età (age set).
Noi missionari abbiamo imparato presto a considerare l’età e il tempo un po’ diversamente da come dice il vocabolario, sia che si prenda come base il tempo solare che quello lunare (più facile da contare  per via delle varie fasi lunari). Tra i Meru (e in genere tutti i popoli Bantu, e non solo) l’età di una persona era valutata non secondo la data di nascita ma secondo la classe di appartenenza, la cosiddetta classe di età (oggi, con le nuove regole imposte dal governo centrale, i bambini vanno registrati alal nascita e i nomi vengono perpetuati nei computer).
Più che fornire spiegazioni tecniche o antropologiche, mi permetto di usare un paragone prosastico ma efficace…
Anzitutto attenzione al numero sette. Sappiamo che tra i popoli orientali questo numero sin dall’antichità riveste un carattere sacro o quasi (basti pensare al settimo giorno della Bibbia). Su che cosa si fondi è difficile dirlo (anche se le fasi lunari – 4 fasi di 7 giorni ciascuna – sembrano essee l’origine per tutti i popoli del mondo). Il numero sette è importante anche per i Meru.
Chi ha osservato l’andamento delle stagioni in alcune regioni del Kenya ha scoperto che nel giro di sette anni (o quasi… uno più o uno meno) c’è una variazione regolare del ciclo delle piogge. Nella Rift Valley c’è addirittura un fiore, una liliacea, che sboccia ogni sette anni, e i Kipsigis (sud-nilotici del Kenya) attendono questo fenomeno per segnare l’inizio dei riti di iniziazione. Anche i Meru celebrano i riti d’iniziazione ogni sette anni. Durante questi riti, si celebra un vero passaggio di età, lasciando la classe precedente per entrare in una nuova. Un paragone può chiarire meglio.
Supponiamo che tutta una tribù sia stipata su un treno. Nella prima carrozza ci sono gli anziani (età dai 40… ai cento, per chi ci arriva). Nella seguente ci sono quelli di un’età compresa tra i 35 e gli …anta, che sono gli anziani minori, adulti che non hanno ancora un figlio circonciso. Un’altra carrozza raccoglie quelli che hanno dai 28 a 35 anni, i guerrieri maggiori e tira da quella di chi ha tra i 21 e i 28 anni: i guerrieri minori. C’è poi quella della nuova riika (guppo di età) o dell’ultima circoncisione (tra i 14 e i 21) e infine l’ultima carrozza dei fanciulli incirconcisi. Le donne hanno un’organizzazione sociale diversa essendo praticamente divise in due categorie di circoncise (sposate) e incirconcise (bambine).
Ogni sette anni (ci possono essere degli spostamenti se, contro tutte le previsioni, il settimo anno è un anno di siccità: non si può far festa quando non c’è cibo per gli uomini e il bestiame) il treno si ferma: tutti scendono, fanno una grande festa celebrando l’iniziazione alla vita adulta degli adolescenti, e poi risalgono sul treno cambiando posto ed avanzando di una carrozza.
Quanto agli anziani: o ci ha già pensato il Padreterno o vengono relegati a compiti di onore e non più di servizio, eccetto i grandi sacerdoti, gli stregoni e i capi. I nuovi anziani lasciano il posto ai guerrieri maggiori, questi a quelli minori e così via fino ai marmocchi che salgono nel carrozzone dei neo circoncisi.
A questi “carrozzoni” – sempre per stare nell’allegoria – i Meru hanno dato il nome Nthuke (che significa più o meno generazione, gruppo di età: neo-circoncisi, guerrieri, anziani…).

Un nome dinamico
Il nome è importante, ma non è un fattore permanente che accompagni una persona dalla nascita alla morte, come avviene nella nostra società. Nella cultura Bantu il nome cambia col crescere della persona. Può così succedere che un individuo cambi il nome anche una decina di volte nella vita, per la gioia di chi deve compilare l’anagrafe o tenere un registro parrocchiale. Ogni persona inizia con il primo nome datogle dai genitori (oggigiorno succede anche che ne sceglie un altro quando entra nella scuola e lo cambia se deve ripetere l’anno scolastico per via di bocciature), ne riceve uno nuovo al momento dell’iniziazione e poi magari ci penseranno gli stessi coetanei ad affibbiargli un nuovo nome per distinguerlo meglio, per onorarlo, per riconoscere una sua dote (ad es. Mto-Mugambi = il parlatore… l’avvocato) e così via. Quante volte è successo e succede ancora che anche ai missionari venga cambiato il nome! «La madre della misericordia», il «padre che ci vuol bene», il «silenzioso» (Mukiri), Mwereria (= il vagabondo per la buona causa…; anche se non è vero che proprio tutti i missionari abbiano ricevuto nomi così elogiativi). Un nome così esprime davvero la persona che lo porta. Il cardinal Otunga ricevette dai Meru dell’Igembe il nome di Mto-Baikiao (l’uomo della bontà). Un nunzio apostolico era chiamato Mzee Mwenda (l’anziano che è amato).
Così il missionario che voglia un po’ di ordine nei registri, deve spesso arrampicarsi sui vetri! In più c’è la complicazione dell’età. Un tempo non si insisteva sull’età, perché nessuno era in grado di “tradurre” nel gergo dei bianchi il numero degli anni che aveva sul groppone. Nemmeno il governo insisteva più di tanto ed è davvero recente la legge che obbliga i genitori a registrare i bambini alla nascita. Così sulle carte d’identità vi è un dato che a noi suona strano: età «sopra i diciotto». Oltre a tutto questo va ricordato – per complicare la faccenda – che contare portava sfortuna. Come nessuno contava i capi di bestiame che aveva, le mogli che possedeva, i figli generati, così non contava gli anni. Se era vecchio diceva: «tanti».

Organizzazione sociale
Chi oggi prende un manuale di antropologia può subito scoprire come la grande etnia dei Meru non sia una realtà omogenea. A livello locale ci sono molte  diversità di lingua, usi, costumi e tradizioni, perché la tribù è in realtà costituita da sette gruppi simili, che occupano le sette zome principali del territorio del meru. Eccoli: Chuka, Muthambi, Igoji, Imenti, Tharaka, Tigania, Igembe.
Difficile dichiarare quale di questi gruppi è il vero rappresentante dei Meru! E non è detto che tutti siano contenti della denominazione ormai classificata! Nel censimento del 1989, ad esempio, successe che il gruppo dei Tharaka optò per essere denominato Meru e stop. Ma poi ci ripensò e nel censimento del 1999 toò con fierezza a definirsi Tharaka. Perché? La risposta è meglio cercarla nelle promesse a iosa fatte dai politicanti di quei giorni! Poco mancò che anche i Chuka e i Muthambi optassero per essere chiamati Kikuyu. Il motivo? La loro lingua è per una buona metà Kikuyu.
All’interno di questi gruppi ci sono i clan o mwerega. Il nome mwerega indica anche una serie di costoni e creste collinose ai piedi della grande montagna del Kenya, essendo i vari costoni divisi da fiumi che scendono precipitosi dalla montagna scavando profonde valli. La mwerega è allora un’organizzazione politico militare localizzata sul crinale dei lunghi collinoni che scendono dalla montagna. Il sistema dei clan ha permesso ai Meru di organizzare una efficace difesa contro i nemici, evitando l’annientamento in un ambiente tutt’altro che facile. I vari clan formano i gruppi, i gruppi la tribù. Ogni clan trae la sua origine da un capostipite – troppe volte dimenticato per via del tabù di cui ho parlato sopra. Questi clan sono esogamici: un individuo non può sposarsi entro il proprio clan, né in quello materno. L’individuo – per sé – conta poco nel proprio clan. È il clan a dar forza e valore nell’organizzazione della tribù. Vi sono tuttavia individui che per vari motivi assurgono a gradini sociali altissimi. Ne parlerò più avanti. Per i Meru non è possibile parlare di re e regine. Il governo della tribù è nelle mani delle Nthuke (generazioni) che cominciano il loro periodo di governo con una speciale cerimonia d’iniziazione chiamata Ntweko. Al termine del periodo di governo, l’autorità passerà automaticamente alla generazione seguente. Qualcuno parla di un vero e proprio sistema di governo realmente democratico.

Gli Njuuri
Sopra tutte queste “generazioni” vi è da secoli un sistema gerontocratico caratteristico dei Meru: i cosiddetti Njuuri (scritto anche Njori o Njuri). E la parola Njuuri mi porta ad un discorso un poco più particolareggiato poiché come missionari abbiamo dovuto per tanto tempo lottare, pazientare, rispettare ma a volte anche soffrire di tasca nostra… specialmente quando all’inizio dell’evangelizzazione ci furono episodi assai tragici.
Gli anziani della tribù erano e sono divisi in tre gradini: il primo era costituito dagli Areki (sing. Mwareki) ed era un onore sia per uomini come per donne, essere annoverati in questo rango. Il secondo gradino era formato dagli Njuuri Nceke ed il terzo dagli Njuuri Mpingiri. Gli anziani che formavano gli ultimi due ranghi erano selezionati con cura: meglio dire segregati dal resto della tribù. Per poter essere eletti Njuuri, i candidati dovevano pagare una forte tassa, in genere un gran numero di animali da sacrificare e mangiare durante una grande festa.
Ciascun Njuuri, e questo continua ancor oggi nelle remote regioni dell’Igembe, aveva la sua particolare maschera dipinta sulla faccia, specialmente durante cerimonie e riti e raduni solenni. Segni distintivi dello Njuuri erano (e sono): il Morai o bastone nodoso ricavato da un ramo di legno nero (in genere ebano); la Ncea o corona di conchiglie sulla testa; il Meu o scopino fatto di peli di coda di animale (si tratta in genere di peli della coda di mucca o anche giraffa) e lo sgabello a tre gambe scolpito da un unico pezzo di tronco. Alcuni Njuuri aggiungono il copricapo di pelle di scimmia guereza (per esempio gli Njuuri facenti funzione di capi, gli agwe, gli stregoni…) ed una specie di manto di pelle di montone o anche di scimmia.
Quando vi erano questioni gravi da dirimere questi anziani si radunavano in un prato presso Tigania, vicino alla foresta d’Uringo, e «sedevano e sedevano sull’erba» (sedere sull’erba è un modo eufemistico per dire: discutere, giudicare; la reiterazione del verbo indica la lunghezza del raduno). Questo prato, tempo addietro, era il più sacro e famoso luogo di convegno degli Njuuri. Vi giungevano da tutte le parti del Meru. A ricordo, negli anni Settanta, venne eretto un santuario a forma di capanna, ma non fu mai più usato come punto d’incontro.
Gli Njuuri sono ancor oggi un autorità tribale riconosciuta dal governo del Kenya e godono di rispetto indiscusso. Un giovane missionario africano che nel 2008 si permise di pubblicare affermazioni ritenute irrispettose nei loro confronti, dovette essere prontamente trasferito in un’altra zona del paese.
Parlando degli Njuuri non posso – a questo punto – non ricordare la figura di un nostro missionario, il p. Franco Soldati ribattezzato Mwereria (vagabondo per buona causa) il quale – con il beneplacito del vescovo mons. Lorenzo Bessone – fu accettato tra gli Njuuri Ncheke. È curioso il dialogo di Mwereria con il vescovo. «P. Soldati , mi fido di lei: se vede che la faccenda brucia, si tiri subito indietro!». «Monsignore, con l’aiuto di Dio cercherò di non lasciarmi bruciare!» (vedi un profilo di p. Franco in MC 10-11/2002, pag. 79).
P. Mwereria ha affidato questa esperienza a un interessante diario in cui descrive quanto ha scoperto degli Njuuri e quanto essi hanno scoperto in lui… cose belle e meno belle, ma soprattutto è riuscito a sfatare quella che i nostri primi missionari avevano definito tout-court «massoneria nera».

La Kagita, il tribunale degli Njuuri
La Kagita (tribunale indigeno) aveva potere sopra tutti gli Njuuri e la tribù; era costituita dalla cerchia degli Njuuri più rinomati, il Mogwe (lo sciamano-guaritore e sacerdote-sacrificatore) che descrivo più avanti) e il capo. Si radunava in una capanna particolare detta nyumba ya kagita. Era quella la capanna più temuta nella regione. Vi erano giudicati soltanto i casi criminali più gravi contro la comunità. E in genere, l’accusato, criminale o meno, una volta giudicato dalla Kagita, pagava con la vita. I giudici dovevano trovare assolutamente un responsabile.
Il modo di procedere era il seguente: i membri della Kagita insieme al presunto colpevole entravano per la porta principale della capanna. In pompa magna e seduti sullo scranno a tre piedi tabaccando abbondantemente, ognuno iniziava a parlare e ripetere o commentare il caso giudiziario. Nel mezzo del cerchio deglii anziani, accanto all’accusato, vi era una grossa zucca, ripiena di vino di canna. Non tutto il contenuto però era vino; una buona dose di veleno era stata previamente versata nella bevanda. Siccome il veleno era più pesante del vino, si depositava sul fondo della zucca. La sentenza contro il supposto criminale una volta entrato nella Kagita era sempre quella capitale. Ma doveva essere provata, con la prova del veleno. Il primo degli Njuuri, usando una zucchetta come mestolo, attingeva un po’ di vino, attento a non toccare il fondo del contenitore. Beveva dicendo: «Bevo di questo vino e rallegro il mio ventre, perché sono innocente…». Seguiva il secondo giudice, il terzo, il quarto e così via fino all’ultimo. Finalmente era la volta del condannato. A lui l’ultimo giudice offriva il vino dopo averlo attinto dal fondo della zucca. «Bevi di questo vino – scandiva – e vediamo se anche per te dimostrerà che sei innocente!». Il veleno agiva in meno di un quarto d’ora. Il disgraziato, ormai rigido nello spasmo degli ultimi attimi di vita, veniva spinto con dei bastoni fuori dalla capanna attraverso un buco nelal parete opposta all’entrata principale. Il buco veniva subito mimetizzato così che lo spirito cattivo non potesse più trovare la strada e raggiungere il “traditore”. Questo era uno dei tanti modi di amministrare la giustizia; molti altri erano lasciati alla fantasia dei giudici, come la “prova del fuoco” e la “prova dei funghi”.

Qual era la loro religione?
All’indizio del Novecento i nostri missionari trovarono grande difficoltà a districarsi nel sottobosco religioso di questo popolo. L’egemonia – o direzione suprema – degli Njuuri sia nel ramo maschile che femminile non lasciava troppe porte aperte per sbirciare fin dentro a ciò che accadeva nella tribù in modo particolare nei gruppi dell’Igembe, Tigania e Mikinduri, le zone più soggette al comando degli anziani.
Ci vollero cinquant’anni perché si potesse far breccia in questo monolito religioso. E dobbiamo dire davvero grazie al coraggio di p. Soldati – Mwereria – se tante cose si sono capite meglio e si sono sfatati tanti pregiudizi.
Nei pochi brevi diari dei missionari della prima metà del secolo (1910-1950) vi sono cenni e storie inficiati spesso da giudizi superficiali. Mwereria ha avuto il coraggio non solo di mettere  il naso in questo affare, ma di diventar lui stesso uno degli Njuuri, fino alla classe degli Njuuri Ncheke (magri), la classe ristretta che ancor oggi onora gli anziani più eminenti. Mwereria fece tante scoperte in quelle capanne dove nessuno che non fosse Meru era mai entrato.
È interessante leggere la descrizione che Mwereria fa di se stesso quando entrò nella capanna più riservata degli Njuuri. Per l’occasione aveva dovuto accettare di farsi dipingere sulla faccia i segni caratteristici dello Njuuri. Aveva anche dovuto pagare la sua bella tassa di un grosso bue… Quando lo invitai ad alzare il velo sull’organizzazione tribale dei Meru delI’Igembe, Mwereria mi diede un piccolo studio, dove narrava come fosse riuscito a penetrare nella “kiama kia Lamalle” (una delle classi di età degli adulti) e a “legare la chiesa” (uso un termine di Mwereria stesso) con gli Njuuri. Mi permetto di citare un brano del diario di Mwereria. Va ricordato che P. Soldati quando parla di Mwereria usa la terza persona come si trattasse di un’altra persona e non di stesso.
«Nel passato, Mwereria ha parlato di Njuuri ed Areki, affrontando problemi che coinvolgevano cristianesimo e tradizioni tribali. Non si era mai pronunciato sulla Kiama kia Lamalle. Ma ora la storia si ripete. I cristiani furono sempre sconsigliati a fare parte di quella kiama (gruppo, aggregazione, associazione, ndr.), se non addirittura esclusi dai sacramenti, come castigo alla loro adesione. Parecchie volte successe anche che giovani cristiani che si rifiutarono di fare questa iniziazione, fossero costretti fisicamente e magari portati di peso volenti o nolenti nelle varie capanne di iniziazione. Il missionario in questi casi cercava di aiutarli come poteva, magari nascondendoli per qualche tempo alla Missione. Ma era giusto? Perché rifiutare per partito preso tutto ciò che riguardava tradizioni africane? Perché questo muro di diffidenza tra chiesa e tribù? Ed allora perché meravigliarsi, se le varie chiese cristiane erano considerate come i peggiori nemici dell’africano? Se erano sopportate, il merito non era da attribuirsi solo alle opere innegabili di carità e di civiltà che queste chiese lasciavano abbondantemente al loro passaggio, ma anche all’influsso e al potere di un governo europeo dalla tinta cristiana. Indirettamente questa civiltà cristiana-europea aveva scalfito tutti i pilastri sui quali poggiava una tradizione secolare, ma la differenza rimaneva tra quelli che ancora cercavano di puntellare come potevano questi pilastri e coloro che invece volevano abbatterli completamente».
Questo fu sempre l’interrogativo di Mwereria: come conciliare la morale della Chiesa e la tradizione africana. Si domandava se fosse vero o falso che tutto ciò che conceeva le tradizioni era contrario ai comandamenti di Dio o della Chiesa. Scoprì poco alla volta che certi riti non erano esattamente santi, tuttavia la loro sostanza non era marcia: si trattava solo di regolae gli eccessi.

Ngai-Murungu: il nome di Dio
Come si può allora descrivere la religione tradizionale dei Meru? Cito anche qui un picciolo studio di un vecchio missionario dei primi tempi.
«La religione dei Meru è molto primitiva. Hanno due nomi per indicare Dio: Ngai (nome copiato probailmente dai Maasai, che hanno la dizione EnKai, o dai Kikuyu che hanno Ngai, che confondono spesso con fenomeni naturali), e Murungu (molto simile al nome Mungu, swahili per Dio). Questo Dio è personale, ma non gli prestano un vero culto, per quanto poi lo si senta invocare usando espressioni come «Murungu are o» (Dio c’è, specie nei pericoli o calamità pubbliche e private), oppure «Murungu ni Munene» (Dio è grande – frase presa forse dall’islam), «Kethera Murungu akwenda» (se Dio vuole – anche questa di sapore islamico). In rare circostanze i Meru fanno sacrifici direttamente a Dio, in caso cioè di carestia, di moria di uomini e animali, d’invasioni di locuste. Non è un individuo privato a compiere il sacrificio ma sempre una persona pubblica».
Fin qui le affermazioni di quel missionario. Ma ai suoi tempi era ancora sconosciuto – o forse semplicemente confuso nella cerchia non ben definita degli stregoni – un personaggio particolare di cui più tardi si venne a conoscenza e solo dopo uno studio approfondito sulla sua attività fu possibile valutae l’importanza: il Mogwe (plurale Agwe).

Gli Agwe
Con l’aiuto di P. Franco Soldati, da anni stabilito nella missione di Tuuru, l’antropologo Beardo Beardi riuscì a contattare i quattro Agwe della regione del Njombeni e ne scrisse in un libro intitolato «The Mogwe, a failing prophet», vita, autorità, pregi ecc.. Forse, esagerando un poco l’autorità di questo personaggio poteremmo accostarlo alle figure dei grandi sacerdoti del popolo d’Israele (magari addirittura a Melkisedek). Il compito del mogwe nella società Meru è quello di liberare dal male, dalle maledizioni e dalle influenze nefaste causate dallo stregone, il murogi (o urogi).
Personalmente ho conosciuto il mogwe di Amungenti che ricevette il battesimo dopo un lungo catecumenato ad opera di P. Emilio Canova (+ 2007) e P. Antonio Giustetto (+2002). Con il battesimo prese il nome di Giovanni MtoMugambi. Questo mogwe non lasciò a nessuno dei suoi figli la sua eredità spirituale e con lui si concluse la storia del Mogwe dell’Igembe. Osservando la condotta e l’ufficio tribale di questo personaggio, non mi è sfuggito il suo particolare stato di vicinanza a Dio, il rispetto che la gente aveva per lui, la scelta della sua persona per particolari sacrifici. Tant’è che non trovando altre parole più significative nella traduzione di certe preghiere e culti, noi missionari abbiamo usato il nome di Mogwe applicandolo a Gesù Cristo “Tu sei il Mogwe, il nostro sacrificatore”. La gente ha apprezzato e capito.

Il culto-timore degli spiriti
Ritorniano alla testimonianza già iniziata sopra. «Portano – i nostri Meru – invece un grande culto, forse per timore, agli Nkoma (spiriti e anime dei trapassati) il cui scopo sarebbe solo quello di tribolare l’umanità. La relazione dei viventi con questi Nkoma è solo tra parenti. Si ha cura allora di sacrificare qualche volta delle capre ed offrire vino di canna da zucchero (nchobi) per tenere quieti questi Nkoma ai quali viene attribuita in genere ogni malattia o accidente. Non hanno una classe sacerdotale, lo stregone (Moga) sarebbe un intermediario tra gli uomini e gli Nkoma».
Quest’ultima affermazione riflette la scarsa conoscenza che allora i missionari avevano della figura e ruolo del mogwe (scritto anche moga o muga all’inglese) con non è più possibile confondere con lo stregone vero e proprio, chiamato murogi.
Lo scopo di quete pagine è limitato, ma certamente la figura dello stregone e la loro occulta ingerenza nella storia delle missioni del Meru (ci sarebbe materiale per scrivere un vero thriller!) meriterebbe uno studio più approfondito.

Molto da scoprire
A questo punto, visto l’argomento, vorrei sollevare un poco il velo di mistero sotto il quale come missionari abbiamo sempre coperto alcuni aspetti di storia e di usanze occulte tra i Meru. Nel 1964 – come pivello missionario – mi trovai a sostituire per alcuni giorni il parroco di Tigania. A farmi compagnia c’era un nostro conosciutissimo (a quei tempi) missionario: p. Ottavio Sestero. Lo osservai a lungo mentre su uno sgualcito quaderno scriveva appunti. P. Sestero era un poco il “reporter particolare” delle nostre missioni del Kenya per la rivista Missioni Consolata.
Mi feci coraggio e gli chiesi alcune delucidazioni su quanto aveva scritto nel passato. Pochi anni prima aveva mandato alle stampe un romanzetto thriller intitolato «Il sacrificio del settimo anno», dove raccontava di un episodio avvenuto proprio nell’incipiente missione di Tigania. Tante cose a me sembravano inventate o quasi. Mi rispose, tra una pipatina e l’altra: «Non è un frutto di fantasia. Sono cose avvenute ma di cui nessuno parla e che ai nostri giorni nessuno o quasi più conosce. Io ho solo messo insieme a mo’ di romanzo tutta la faccenda… Se crede, potrei anche farle visitare i luoghi descritti nel romanzo a cominciare dalle cavee in cui uno dei protagonisti dovette nascondersi».
La località era Muthara, vicino a Tigania. In quella regione vi era un’usanza singolare chiamata da noi «il sacrificio del settimo anno», in parole povere un sacrificio umano. Durante la cerimonia settennale della circoncisione generale, il primo ragazzo che si presentava per la circoncisione era di fatto sacrificato con il veleno spalmato sul coltello usato per circoncidere. La cosa era tenuta nascosta al malcapitato e sovente offriva l’occasione per disfarsi di individui non voluti o inutili per la tribù, oppure per vendette trasversali. E così, veniva placato lo spirito. A scoprire questa usanza fu uno dei primi missionari di Tigania il quale vide – questo è narrato nel romanzo – portar via il figlio della prima famiglia cristiana che era venuta da Mojwa.
La relazione del mio vecchio informatore termina così: «I Meru hanno un numero infinito di pratiche che regolano tutta la loro vita, molte delle quali superstiziose, altre addirittura immorali, che per loro hanno forza di legge e che solo il cristianesimo, potrà poco per volta distruggere o modificare».
Queste cose sono state scritte prima della seconda guerra mondiale. Durante la guerra 1940-1945 tutti i missionari furono imprigionati e portati in Sudafrica nei campi di concentramento e le missioni abbandonate. In molte missioni – specialmente del Meru – la foresta si ripresa il suo dominio. Trovare cristiani fedeli nelle missioni del Meru era come cercare il famoso ago nel pagliaio. Per di più – per via di un ordine tassativo del governo coloniale inglese – il ritorno dei missionari (ottenuto dopo lunghissime trattative tra Goveo e Chiesa Cattolica) fu concesso ad un patto: i vecchi missionari del Meru non potevano più rientrare nella regione, ma dovevano effettuare uno scambio con quelli provenienti dalle zone Kikuyu. Prendere o lasciare. I missionari non ebbero scelta: presero! Impararono un’altra lingua, si scontrarono con un dedalo di pratiche religiose e non religiose che spesso non capivano e ripresero a seminare nei vecchi solchi
Come, o quasi, era successo nel lontano l911….

Giuseppe Quattrocchio

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