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Attese e dubbi nel «paese del sorriso»

Maggio 2010-Maggio 2011: ad un anno dalla rivolta

Nel paese asiatico, la situazione è di grande confusione e di calma apparente. Da una parte, c’è il movimento delle «Camicie rosse» («Fronte unito per la democrazia contro la dittatura», Udd); dall’altra, i «poteri» che, da sempre, hanno in mano il paese: l’esercito, i monarchici, le élites. Ma l’equilibrio può rompersi da un momento all’altro, perché, se si guarda dietro il sorriso da dépliant turistico, si scopre un paese caratterizzato da miseria e ingiustizie secolari. Nel frattempo, anche l’economia langue, a parte quella legata al mercato del sesso – con due milioni di thailandesi coinvolti – che non conosce recessione.

Bangkok. Il 19 maggio cade l’anniversario della fine della protesta che per due mesi nel 2010 portò nelle piazze della capitale thailandese molte migliaia di manifestanti, ma costò al paese anche le peggiori violenze dell’ultimo ventennio.
Con un bilancio di 90 morti e oltre 1.800 feriti, decine, forse centinaia di desaparecidos e data la reazione delle autorità e dell’esercito (chiamato a sostituire una polizia inaffidabile), la «rivoluzione mancata» è sembrata virare verso la guerra civile. A complicare la situazione tra i due contendenti, le «Camicie rosse» e le «istituzioni» (che al loro interno sono tutt’altro che univoche), un numero imprecisato di «uomini in nero»,  visti in diverse occasioni all’interno della protesta impegnare militarmente l’esercito facendo uso di armi automatiche e di rudimentali lanciarazzi, divenendo così ragione e pretesto per azioni militari contro manifestanti in maggioranza pacifici.
Come andarono veramente le cose, in termini di rispetto dei diritti civili e umani, ma anche delle convenzioni inteazionali, come pure sulle ragioni dei contendenti  e, ancora, a chi sono da attribuire le responsabilità per la morte dei due fotoreporter durante gli scontri (il giapponese Hiro Muramoto e l’italiano Fabio Polenghi), resta ancora in buona parte da chiarire.
Nell’ultimo anno, il paese, vasto una volta e mezza l’Italia e con 65 milioni di abitanti, ha mantenuto le sue divisioni e se possibile le ha approfondite. Pochi sono stati i cambiamenti, se non in termini repressivi, che potrebbero impedire una sollevazione e un bagno di sangue di dimensioni ancora maggiori.
A dimostrarlo la campagna dinamitarda che colpì Bangkok e le regioni nordorientali del paese dopo la repressione e fino ad autunno inoltrato. Un susseguirsi di azioni che potrebbero indicare o una strategia della tensione rientrata quando la situazione è apparsa maggiormente sotto il controllo delle autorità, oppure che la protesta ha una struttura in grado di pianificare e mettere in pratica anche atti violenti. In quest’ultimo caso, suggerito da una serie di altri elementi, azioni di tipo terroristico potrebbero riaffacciarsi in qualunque momento.
Negli ultimi mesi sono andate crescendo di entità e frequenza le proteste organizzate dal «Fronte unito per la democrazia contro la dittatura» (il nome formale del movimento delle Camicie rosse) mirate insieme a chiedere le dimissioni del governo guidato da Abhisit Vejjajiva, nuove elezioni e la liberazione dei leaders in carcere (senza processo) dal maggio 2010.
Iniziative pacifiche e colorite, con una crescente carica politica in vista del voto che dovrebbe situarsi tra giugno e luglio 2011, di fatto a soli tre-quattro mesi dalla scadenza naturale della legislatura.
Le recenti manifestazioni, rese possibili dalla fine della legge marziale (inizialmente imposta a buona parte del paese e poi rimasta in vigore a Bangkok e nelle province limitrofe sino a fine anno), hanno portato in piazza decine di migliaia di manifestanti e hanno incentivato la liberazione dei sette maggiori leaders della protesta, accusati di terrorismo. L’obiettivo più importante a breve termine è stato dunque raggiunto ma, mentre un buon numero di capi del movimento e della rivolta restano alla macchia in Thailandia e in Cambogia, esso cerca nuove strade e si dà nuovi obiettivi sul medio termine, con quello finale dichiarato di un cambiamento radicale della società thailandese ovvero la fine del dominio dei gruppi elitari e la presa del potere da parte delle classi meno privilegiate.
Debolezza principale delle Camicie rosse è la loro mancanza di coesione. Se i principali obiettivi sono simili per tutte le sue componenti, strategie e interessi immediati possono anche essere diversi. Per non parlare dei particolarismi locali e di leadership. Inoltre, se la maggioranza del movimento ha metodi e scopi pacifici, non manca al suo interno chi è convinto che un vero cambiamento non potrà esserci se non attraverso una lotta violenta. La repressione governativa ha accentuato questa convinzione.
La sensazione è che il peggio potrebbe ancora venire proprio in occasione di una campagna elettorale che il governo espresso dal Partito democratico (a sua volta sostenuto dalle «Camicie gialle», movimento nazionalista e filo-monarchico), hanno cercato di blindare a loro favore. Questo partito, il più antico del paese, fondato negli anni Trenta, è oggi guidato da Abhisit Vejjajiva, nemmeno cinquantenne. Nato in Gran Bretagna ed educato a Oxford, per uno strano avvitamento della storia, è toccata a lui la responsabilità di decidere una repressione sanguinosa senza avee pagato almeno finora lo scotto con le dimissioni o l’esilio, altra prassi nella tormentata storia del paese.

CAMICE ROSSE E CAMICIE GIALLE
Quanto all’opposizione, il referente politico delle Camicie rosse, il Puea Thai (erede del Thai rak thai, fondato dal magnate delle telecomunicazioni ed ex primo ministro Thaksin Shinawatra e sciolto dopo il golpe), è un partito di scarsa credibilità democratica. Come il suo ispiratore, alla fine.
Thaksin, esiliato dal colpo di stato militare del 2006, già condannato a due anni di carcere per abuso di potere, sarebbe un personaggio come tanti, nella politica del continente asiatico, se non fosse per un elemento fondamentale: è stato l’unico a dare a molti milioni di thailandesi l’illusione di potere uscire dalla loro situazione, che non è solo di povertà, ma anche e soprattutto di mancanza di prospettive e opportunità. I thailandesi che lo avevano mandato al potere una prima volta nel 2001 e lo hanno votato nuovamente (con una maggioranza schiacciante) a fine 2005, hanno voluto credere nella sua  propaganda e negli ideali espressi dalla sua politica, perché di quegli ideali nessuno aveva mai parlato come lui. Con una vasta semina di opportunismo e populismo, ma sostenuto anche da azioni concrete, seppure pagate con il denaro pubblico.
Come il ticket per accedere agli ospedali: poco più di mezzo euro per disporre di visite mediche e medicinali essenziali, prima irraggiungibili. Non sufficienti per cure concrete, ma almeno per sapere contro quale male combattere. Oppure il milione di baht (circa 23mila euro al cambio attuale) donato a ciascun villaggio – almeno nelle aree che lo hanno votato – per opere pubbliche. Concessioni che poco hanno influito sulle drammatiche disparità di questo paese. Tuttavia, il suo potere è cresciuto fino al punto da sfiorare le massime istituzioni del Regno. La reazione dei vecchi centri di potere non si è fatta attendere, propiziata anche dalla discesa in piazza delle Camicie gialle, che due anni dopo sarebbero state responsabili della clamorosa occupazione degli aeroporti di Bangkok per far cadere il governo filo-Thaksin (intanto finito esule all’estero) eletto liberamente pur sotto un  nuova costituzione dettata dai militari golpisti.

IL MIGLIORE DEI MONDI? CORRUZIONE, MISERIA, INGIUSTIZIA
Dietro il sorriso da dépliant turistico, la Thailandia nasconde un’ampia realtà di miseria e ingiustizia.
Il sistema elitario e patealistico che lo governa ha cercato per decenni di convincere i thailandesi che vivono nel migliore dei mondi possibili e insieme ha negato alla maggioranza una prospettiva di miglioramento dalla propria condizione originaria. Disinteresse e tolleranza hanno convinto molti  che l’unico mezzo per uscire dallo stato di arretratezza e sottomissione fosse un arricchimento rapido: con quali mezzi, lo testimoniano insieme la realtà dei quartieri dedicati allo svago a Bangkok, Pattaya, sulle isole di Phuket e Koh Samui. Con quali risultati è evidente nella quantità di beni di consumo, motociclette, auto e alcornol che affluiscono verso le campagne senza un significativo aumento della scolarizzazione, del risparmio, della coscienza politica. La crisi del paese non è conseguenza della protesta, ma ne è ragione e sfondo. Purtroppo in questi ultimi anni, dal colpo di stato militare (sostenuto in primo luogo da aristocrazia, settori della monarchia, élite urbane di Bangkok), che ha costretto Thaksin a lasciare il potere, la situazione è se possibile peggiorata. La corruzione colpisce a tutti i livelli della società e coinvolge profondamente le istituzioni.
Quella coinvolta in questa situazione è una Thailandia unita all’orgoglio nazionalista e dalla monarchia, ma nettamente divisa in due da necessità e possibilità con un divario crescente fra benessere e miseria.
A questo punto il paese si trova a un bivio e a fare da spartiacque non sarà più il tradizionale «mediatore» militare. Nessuno crede più che gli uomini in divisa, gestori di vasti interessi economici di fatto senza controllo da parte dell’autorità civile, che al governo impongono congrui versamenti di bilancio in cambio di protezione dagli oppositori, che non controllano una limitata insurrezione islamista nel Sud, possano essere credibili gestori del paese. Un ulteriore golpe, il 21° in 90 anni, non sarebbe accettato dalla popolazione, ma anche dalla classe politica e imprenditoriale che già lotta con crisi globale e incongruenze locali. Certamente non dalla diplomazia internazionale, i cui rapporti con Bangkok hanno visto nell’ultimo anno momenti tesi. Una diplomazia che  osserva con attenzione le mosse di chi gestisce questo paese secondo logiche abituali all’interno, ma impresentabili al di fuori. La pretesa è che il mondo non veda e non giudichi, in cambio di possibilità d’investimento e l’apertura a un turismo sovente equivoco e diseducato, negativo per l’immagine del paese almeno quanto la rapacità degli imprenditori locali e dei palazzinari che vanno devastando, con convinta gradualità, le coste un tempo splendide della terraferma e delle isole.
Bangkok resta un cantiere perenne e a stupire per primi gli operatori turistici locali e stranieri è lo spuntare continuo di alberghi e centri commerciali, veloci nella edificazione quanto anarchici nell’inserimento urbanistico.

SESSO A PAGAMENTO, UN MERCATO SEMPRE FIORENTE

In un momento di evidente difficoltà economica, con un turismo che tiene (per l’ascesa degli arrivi di indiani, cinesi, coreani e russi a scapito dei tradizionali clienti europei e giapponesi), le statistiche ufficiali e gli imprenditori fingono che tutto vada a gonfie vele. La tenuta riguarda soprattutto la marea di turisti indirizzati verso il «Paese del sorriso» dalla disponibilità di servizi sessuali sotto varie forme ma tutti, ugualmente, all’insegna dello sfruttamento della persona e della disattenzione (interessata) delle autorità.
Tra parentesi, la maggior parte della «materia prima» di cui si nutre questo mercato (che coinvolge fino a due milioni di thailandesi) proviene, non a caso, dalle regioni dove più alta è la densità di Camicie rosse e di seguaci di Thaksin Shinawatra. Sono le regioni orientali, quelle che ospitano una vasta popolazione impoverita e senza prospettive che foiscono a Bangkok e ai centri più o meno decaduti del turismo internazionale non soltanto le risorse alimentari necessarie, ma anche le persone-oggetto, la cui età media tende ad abbassarsi in misura inversamente proporzionale allo spessore della crisi.
Non c’è stata una sola volta, nei cinque anni in cui chi scrive ha posto la sua base lavorativa in Thailandia, che sui giornali si sia dibattuto del fenomeno e della sua entità, sulle sue ragioni e sulle possibilità di intervenire per limitarlo, almeno. Il sesso è una merce, disponibile ovunque, come il riso sulle tavole dei thailandesi e come esso sottoposto solo alle regole del mercato, ma mai messo in discussione o subordinato alla ricerca di alternative, in questo caso di istruzione e di un lavoro dignitoso, sufficientemente retribuito.
Davanti a  questo che, per un paese «normale», sarebbe causa almeno di imbarazzo e sottoposto a tentativi di soluzione, sia in termini di opportunità, sia di persecuzione di chi sfrutta questa situazione, stranieri e tutori dell’ordine inclusi, le sue élites mostrano un disinteresse a cui si oppongono con poche risorse Ong locali e inteazionali. Su uno stesso livello si può porre l’uso di alcornolici, che fanno della Thailandia il paese meno astemio dell’Asia e insieme quello con il più alto numero di decessi correlati all’alcornol nel continente.
Il senso di questi due esempi è che mentre il sistema educativo prepara buoni cittadini, passivi davanti al cambiamento e alle loro stesse difficoltà, problemi enormi vengono se non incentivati almeno tollerati come valvola di sfogo di disoccupazione, frustrazione e povertà.

LE STAMPELLE DELLE FORZE ARMATE E DELLA MONARCHIA
Per un paese che si vorrebbe dare una veste di modeità, il fardello è pesante, ma esso sembra non riguardare un sistema di potere che non è solo benestante, ma autoreferenziale e che si appoggia, per la sua sopravvivenza e giustificazione, sulle forze armate o sulla monarchia a seconda del momento e della convenienza. Un uso crescente della «lesa maestà» contro dissidenti ed oppositori stanno in questi ultimi tempi sollevando un dibattito anche sui media locali, abitualmente distratti e, ancor più, sottoposti a autolimitazioni  o alla censura connessa alle varie forme di legislazione d’emergenza. La Thailandia, paese che nell’immaginario collettivo è un avamposto della democrazia in Asia e tra i più certi alleati degli Stati Uniti (due questioni connesse, originatesi ai tempi del conflitto vietnamita), oggi è in realtà sottoposto a un regime che continuamente elude le regole e di fatto vive sulla criminalizzazione dell’avversario.
Le opposizioni non sono meno criticabili, ma dalla loro parte hanno la scusante di essere oggi – nel bene e nel male – espressione di un disagio concreto e senza risposte di un paese profondo che nei numeri è maggioritario, come anche di una Thailandia rurale che ha nell’élite urbana di Bangkok non un riferimento riformista e cosmopolita, ma l’espressione degli interessi tradizionali e di un idealismo accademico che – come la politica – si perde tra le pieghe di repressione, corruzione, interessi molteplici e spesso contrapposti. Insomma, un sistema che si bilancia con regole intee a scapito di una società che non ha la possibilità di esprimere il proprio disagio e le proprie necessità, sapendo che comunque le sue richieste saranno eluse.
La povertà e l’ignoranza, oltre che pressioni di ogni genere, contribuiscono alla vendita dei voti. Una consuetudine che tutti i gruppi politici dicono di volere cambiare, ma alla fine favoriscono. Si è finora votato e probabilmente si voterà presto, non per partiti e programmi, ma per il candidato che potrebbe essere più utile in prospettiva e che al momento opportuno paga meglio.

Stefano Vecchia

BOX / La cronistoria: alcune date significative

2005, fine – Le elezioni danno il secondo mandato consecutivo a Thaksin Shinawatra, magnate delle comunicazioni. Il risultato non viene accettato dagli oppositori e a Bangkok si mobilitano le Camicie gialle, movimento nazionalista e filomonarchico, che sostiene il Partito democratico, sconfitto alle elezioni.

2006, 19 settembre – Mentre Thaksin si trova a New York per partecipare alla riunione dell’Assemblea Onu, i militari effettuano un colpo di stato incruento che suscita la simpatia della popolazione della capitale.

2007- Dopo un referendum, viene promulgata la nuova Costituzione.

2007, dicembre – Le elezioni vedono la vittoria del «Partito del potere popolare» che si rifà all’esperienza del disciolto Thai Rak Thai («Thai che amano i thai») di Thaksin.

2008, settembre – Le Camicie gialle occupano gli aeroporti della capitale.

2008, dicembre – Una sentenza della Corte Suprema condanna per brogli elettorali decine di esponenti del «Partito del potere popolare», tra cui quasi tutti i membri del governo.

2008, dicembre – Il Partito democratico prende il potere senza una chiamata alle ue e il suo presidente, Abhisit Vejjajiva diventa primo ministro. I superstiti parlamentari legati a Thaksin danno vita al Puea Thai, oggi maggiore partito di opposizione. Con ruoli invertiti, si sviluppa ora la protesta delle Camicie rosse.

2010, marzo/maggio – A decine di migliaia scendono su Bangkok, inizia un braccio di ferro drammatico con le autorità che finirà con la repressione dei manifestanti il 19 maggio 2010.

BOX / I protagonisti: i colori delle «camice» thialandesi

L’ascesa al potere del governo di coalizione guidato dal Partito democratico è stata propiziata dalle
Camicie gialle, movimento con più «anime» (monarchici, aristocratici, burocrazia, nazionalisti, parte del clero buddhista…), tuttavia il rapporto di simpatia si è da tempo interrotto. La disputa territoriale su alcune aree contese del confine Thai-cambogiano, ha portato il movimento ad accusare il governo di avere svenduto gli interessi del paese e ne ha chiesto le dimissioni.
Le Camicie blu, organizzazione fiancheggiatrice di uno dei partiti della coalizione, il Bhum Jai Thai, e quelle «bianche» o «multicolore» (ali meno estremiste delle Gialle a cui si associa parte del pubblico impiego) hanno fatto la loro comparsa in diverse manifestazioni di piazza.
Le Camicie rosse, nate come reazione al colpo di stato militare contro Thaksin Shinawatra, sono la sponda di piazza del Puea Thai e degli altri gruppi d’opposizione. Al loro interno hanno diverse tendenze ideologiche – dalla sinistra radicale agli ecologisti alla social-democrazia -, ma soprattutto provenienze e leadership differenti. Questo ha impedito che diventasse un vero e proprio movimento rivoluzionario.
Le Camicie nere, sono il servizio d’ordine del movimento, organizzate in stile paramilitare e con un ruolo ancora da chiarire nelle vicende della protesta e della repressione.
Ste.V.

Stefano Vecchia