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Al potere, per cambiare

Incontro con mons. Alvaro Ramazzini, vescovo di San Marcos

Finita la guerra, in Guatemala è rimasta la violenza. Una violenza che trova alimento nella diseguaglianza. La ricchezza è nelle mani di poche famiglie. Le multinazionali minerarie devastano il territorio senza apportare benefici. Il latifondo produce per l’esportazione schiavizzando la manodopera locale, soprattutto indigena. In questa situazione, molti tentano di emigrare negli Stati Uniti, correndo il rischio del sequestro o della deportazione. Di tutto ciò abbiamo parlato con mons. Alvaro Ramazzini, molto duro nei confronti del governo e del Congresso guatemaltechi, deboli e lontani dalla gente.

In Guatemala cambiano i presidenti, ma non cambia la situazione per l’80 per cento della popolazione. Impoverimento, diseguaglianze, violenza, distruzione ambientale, emigrazione continuano ad essere le caratteristiche dominanti del paese centroamericano.
In vista delle elezioni presidenziali di settembre 2011, abbiamo incontrato mons. Alvaro Ramazzini, dal 1988 vescovo di San Marcos, dipartimento guatemalteco al confine con il Messico.

DA UNA VIOLENZA ALL’ALTRA

Mons. Ramazzini, come descriverebbe il Guatemala del 2011?
«Direi che è una società molto violenta. Abbiamo un tasso di omicidi altissimo: sono 16 le persone uccise ogni giorno. Si tratta di una situazione diversa da quella che abbiamo sofferto durante il conflitto. È una violenza legata alla presenza del narcotraffico, che occupa la parte Nord del paese ed anche la zona dove io vivo. È una violenza legata anche ai gruppi che noi chiamiamo las maras. Molti dei giovani che compongono queste bande sono il risultato di famiglie disintegrate. Essi non hanno avuto l’esperienza di essere amati e quindi hanno un odio molto profondo nei confronti della società, una società molto impoverita. Prova di questo impoverimento è il fenomeno dell’emigrazione. Sono migliaia i guatemaltechi che cercano di andare negli Stati Uniti attraverso il Messico. Con tutti i rischi che questo viaggio comporta.
A parte la questione della violenza, quella del Guatemala è una società molto polarizzata, fondata su un modello economico che non riesce a superare la disuguaglianza economica, con la ricchezza concentrata nelle mani di pochi. È una società che non ha avuto il coraggio di promuovere una riforma agraria nel senso più profondo ed integrale. Una società con un vergognoso tasso di malnutrizione infantile: su 100 bambini da 1 a 5 anni di età, 49 soffrono di malnutrizione cronica. Tra le popolazioni indigene questo tasso aumenta fino al livello del 59%. Per questi bambini il futuro è buio».
A proposito di emigrazione, quali sono i rischi a cui lei si riferisce?
«Nel 2010 ci sono stati oltre 10mila guatemaltechi sequestrati mentre cercavano di passare per il territorio messicano1. Ci sono bande che fanno pagare riscatti di 5-10 mila dollari. Senza dire delle donne violentate.
Un solo fatto: lo scorso anno, a Tamaulipas, in Messico, furono ammazzati 72 migranti, dei quali 14 erano del Guatemala e tra questi 3 appartenevano alla mia diocesi.
E poi c’è il problema delle deportazioni. Soltanto nel 2010 ci sono stati 135mila guatemaltechi deportati dagli Stati Uniti e dal Messico. Anche in termini economici questo dato è devastante, considerando che le rimesse dall’estero sono la seconda entrata per il Guatemala. Negli Usa ci sono circa un milione di guatemaltechi: immagini cosa accadrebbe se tutti questi venissero rimpatriati».

In Guatemala, i presidenti sembrano tutti eguali. Anche gli ultimi due, Oscar Berger e Alvaro Colom, non hanno agito diversamente. È così?
«I loro governi hanno portato avanti una politica neoliberale. Questo significa privilegiare gli investimenti stranieri, favorendo la presenza delle compagnie transnazionali. Prendiamo la multinazionale canadese dell’oro Goldcorp, una delle più grandi del mondo, che opera proprio nel territorio di San Marcos. Loro pagano soltanto l’1 per cento di royalties. Nel frattempo, l’oncia d’oro, in soli 3 anni, è passata da 420 dollari agli attuali 1.460 dollari. Loro continuano a darci l’1 per cento, usando tutta l’acqua che vogliono con il rischio perenne dell’inquinamento. Insomma, i vantaggi per il Guatemala sono inesistenti. E ancora oggi si firmano accordi per l’estrazione del petrolio2.
Comunque, a parte la questione delle multinazionali, tutte le politiche governative favoriscono la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Recenti studi dicono che in Guatemala 56 famiglie detengono tutte le ricchezze».

LATIFONDO, BIOCOMBUSTIBILI E PAPAVERI

A proposito di concentrazione, anche le terre sono nelle mani di pochissimi proprietari. La piaga del latifondo è ancora un problema irrisolto?
«Assolutamente sì! Il problema del latifondo c’è ancora oggi, nel 2011. Oltre a ciò vige un sistema – io lo vedo personalmente anche nella mia zona – quasi feudale per  i lavoratori, i quali non hanno diritto all’assistenza sociale né alle vacanze né alla pensione. Addirittura non sono padroni del pezzo di terra dove abitano all’interno della finca. In qualsiasi momento possono essere espulsi e cacciati via. Quindi, in Guatemala, il sistema latifondista persiste ed ora con una caratteristica in più: molta terra viene utilizzata per la coltivazione della palma africana per produrre biocombustibili. È qualcosa di inaudito ed incomprensibile che, in un paese dove i bambini non ricevono cibo sufficiente, si usi la terra per coltivare palma africana o canna da zucchero per produrre biocombustibili! Ancora una volta si dimostra che abbiamo governi deboli o incapaci di affrontare il potere economico dei latifondisti.   Stando così le cose, nella mia regione i contadini hanno iniziato a coltivare i papaveri da oppio. Dicono che è il solo modo di sopravvivere per essi e le loro famiglie».

Nulla di nuovo sotto il sole: i problemi sono quelli di sempre. Che fare per uscire da una situazione che pare perpetuarsi senza soluzione di continuità?
«Molti di noi nella Pastorale sociale ci facciamo questa domanda. Cosa possiamo fare? Cosa dobbiamo fare? Siamo arrivati alla conclusione che soltanto arrivando al potere politico si possano cambiare le cose. Certamente non vogliamo tornare alle sofferenze che ha significato il conflitto armato. Abbiamo sofferto tanto che preferiamo non ripetere quell’esperienza.
Tra parentesi, una cosa interessante. Poco tempo fa è stata fatta un’inchiesta tra i giovani. La domanda era: voi sareste d’accordo se ci fosse un colpo di stato? La risposta è stata sì, siamo d’accordo con il colpo di stato.
La cosa non mi stupisce. Adesso abbiamo un Congresso della repubblica che è un disastro. Abbiamo un governo che non ascolta le grida della popolazione. Per esempio, sul tema delle miniere, sullo sviluppo rurale e così via. Per questo molti non credono più nel sistema dei partiti politici.  
In questo momento, stiamo discutendo su come articolare i movimenti sociali di diverso genere e tendenze. Credenti o non credenti non importa, la cosa importante è che le persone abbiano il desiderio di un Guatemala diverso, molto diverso da quello che abbiamo adesso. Vogliamo fare una proposta pubblica ai candidati delle elezioni di settembre dicendo loro: noi vorremmo che il Guatemala fosse così e così, che il presidente avesse questo profilo, eccetera. Tuttavia, l’idea principale è di costruire un grande movimento sociale che si presenti non a queste ma alle successive elezioni. Perché, lo ripeto, noi siamo convinti che soltanto arrivando al potere politico si possano cambiare le cose».

Che pensa del «Trattato di libero commercio» (Tlc) cui anche il suo paese ha aderito?
«Il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti – il Cafta3 – non ha avuto un’influenza positiva. Tutte le analisi dicono che finora i risultati sono stati negativi per il paese. Io ero contrario al Tlc con gli Stati Uniti perché vedevo che non conveniva al paese».

E con l’Europa?
«L’Unione europea ha cominciato a parlare di un accordo di libera associazione dallo scorso anno. Purtroppo, ci siamo accorti che – invece di un accordo di associazione che favorisca lo sviluppo del paese – si tratta anche in questo caso di un trattato di libero commercio4. Per molti di noi è stata una delusione.
Due anni fa sono stato a Bruxelles con una delegazione per parlare dell’accordo. Ci dissero che loro avrebbero agito in modo diverso dagli Usa: prima ci sarebbe stata una discussione a livello nazionale sull’argomento, ma non è stato fatto; poi sarebbero stati formulati criteri per sviluppare programmi in favore del Guatemala, ma non è stato fatto; da ultimo, ci sarebbe stato un patto di libero commercio. Questo sì che è stato fatto!».

RIGOBERTA E IL GENERALE

I popoli indigeni costituiscono la maggioranza della popolazione. Com’è la loro condizione nella società guatemalteca?
«La maggioranza di essi è esclusa ed emarginata.
Oggi c’è una legge che punisce la discriminazione. Ad esempio, Rigoberta fu insultata (9 ottobre 2003) quando andò a testimoniare contro Rios Montt. Le persone sono state condannate ma se la sono cavata pagando una multa.
C’è anche una legge per la quale nelle scuole elementari si dovrebbe insegnare nella lingua locale. Adesso abbiamo professori che potrebbero farlo, ma che non hanno un posto dove insegnare perché lo stato dice di non avere i soldi necessari. Dunque, la situazione degli indigeni continua ad essere di sfruttamento ed emarginazione.
Anche noi siamo stati criticati. Come mai – ci è stato detto – nella chiesa cattolica non c’è un vescovo di etnia indigena? È vero. Noi abbiamo cercato di avere un vescovo indigeno, ma i candidati presentati sono risultati non idonei alla carica.
Si consideri che, fino al 1950, gli indigeni non potevano entrare in seminario. Non erano accettati. Dunque, finora non abbiamo formato sacerdoti indigeni con un’esperienza pastorale sufficiente per diventare vescovi. Ma stiamo cercando di rimediare.
Anche i membri indigeni del Congresso della repubblica sono pochissimi. Come sono pochissimi gli indigeni che rivestono cariche pubbliche».

I numeri dicono questo. Tuttavia, quando – nelle presidenziali del 2007 – Rigoberta Menchú Tum, maya e premio Nobel, si presentò come candidata, ottenne un misero risultato. Come mai?
«Quando Rigoberta rese pubblico il suo desiderio di presentarsi come candidata alle presidenziali, uno dei nostri collaboratori le scrisse una lettera in cui si diceva che non era ancora il momento per un passo di questo tipo. Aspetta – le disse -; preparati, comincia a percorrere le zone intee del paese, fatti conoscere di più e così avrai un appoggio maggiore. Rigoberta pensò che noi della diocesi fossimo contro di lei. Io le spiegai che era nostra intenzione appoggiarla, ma che le cose si debbono fare in un certo momento, quando si è sicuri di avere dei risultati.  
Il fatto è che Rigoberta è stata tanto tempo fuori del paese. In molte comunità indigene dell’interno non è conosciuta. In ogni caso, adesso lei è impegnata con la formazione indigena Winaq5.
A parte il caso di Rigoberta, spesso il protagonismo di alcuni non permette un ricambio generazionale. Lo vedo con formazioni di sinistra e contadine che non si rinnovano e che presentano sempre gli stessi leader. Arriva un momento in cui un vecchio leader dovrebbe dire: io mi metto fuori e appoggio i nuovi».

A settembre di quest’anno ci saranno le elezioni presidenziali. Lei cosa prevede?
«Si parla molto del Partido patriota6 del generale ritirato Otto Pérez Molina. Si dice anche che la moglie del presidente Colom, la signora Sandra Torres, voglia presentarsi come candidata. Lei è stata promotrice di alcuni programmi sociali, che aiutano la gente senza però risolvere i problemi sostanziali. Secondo le leggi attuali, la signora non potrebbe presentarsi, ma vediamo cosa decideranno i magistrati della Corte costituzionale. Successe anche con Rios Montt quando si presentò come candidato. Venne ammesso, ma poi per fortuna fu sconfitto.
Credo che la partita si giocherà tra la coalizione del presidente Alvaro Colom e il Partido patriota di Molina. Quando ho incontrato quest’ultimo, gli ho fatto presente che lui aveva il problema di essere stato un membro dell’esercito. Il generale mi ha risposto: “Sì, ma in quello dei buoni, non dei cattivi”».

Il Guatemala ha un’altissima percentuale di giovani. Per chi votano costoro?
«Molti giovani non partecipano alla vita politica nazionale, soprattutto quelli delle aree rurali. Quelli che vivono fuori del paese, in particolare negli Stati Uniti, non possono votare. Altri hanno tali problemi di sopravvivenza che certo non si preoccupano di andare a votare».

E cosa pensano del conflitto armato costato al Guatemala migliaia di vite e tanta sofferenza?
«Non ne so il motivo, ma purtroppo i popoli dimenticano molto in fretta ciò che hanno vissuto. Noi adulti dovremmo avere l’attenzione di trasmettere alle generazioni giovani ciò che abbiamo vissuto.  
Occorre insistere che negli istituti scolastici pubblici venga insegnata la storia del conflitto armato. Purtroppo, neppure nei nostri collegi cattolici, siamo riusciti a farlo, anche perché il ministero è molto rigido rispetto ai programmi scolastici. Neppure il rapporto “Nunca más” è conosciuto, nonostante sia costato la vita ad un vescovo7 e la persecuzione a molte delle persone che vi avevano lavorato».

LE MULTINAZIONALI E LA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ

A San Marcos, la sua diocesi, ci sono conflitti ambientali pesanti. Lei si è schierato pubblicamente dalla parte delle popolazioni locali. Ci racconti come stanno le cose…
«In base alla direttiva 169 della Organizzazione internazionale del lavoro, lo Stato, prima di iniziare qualsiasi progetto, dovrebbe fare una consultazione con le popolazioni indigene coinvolte8. In altri termini, una popolazione deve essere ben informata, per poter decidere se un progetto sia o meno conveniente. Tuttavia, anche quando le consultazioni vengono svolte, i governi negano che l’eventuale giudizio negativo sia vincolante per il via ai progetti.
L’anno scorso a San Marcos sono state assassinate 3 persone che si opponevano ai progetti idroelettrici della multinazionale spagnola Unión Fenosa. Erano persone vicine al Frena, il Frente de Resistencia en Defensa del Pueblo y de los Recursos Naturales. Non dico che la multinazionale spagnola sia responsabile di quelle morti, ma certamente i fatti sono collegati.
Eppure, le popolazioni dicono cose di buon senso: se l’energia elettrica sarà prodotta con l’acqua del fiume che passa nei nostri territori, noi vogliamo essere beneficiari del progetto».
La vicenda – drammatica – di Unión Fenosa non è l’unica che vede coinvolte imprese transnazionali. È nota la lotta tra i residenti di Sipacapa e San Miguel (in gran parte indigeni) e la multinazionale canadese Goldcorp (Montana Exploradora). Com’è oggi la situazione?
«La resistenza in Sipacapa è diminuita. Il consiglio comunale ha preso una posizione non favorevole alla popolazione, accettando un’offerta della Goldcorp di circa un milione di dollari. È stato un colpo duro anche per i catechisti, molto coinvolti in questa lotta di resistenza. Inoltre, qualcuno dei residenti ha venduto la terra perché aveva bisogno di soldi.
D’altra parte, dato che il governo non ha la forza per fronteggiare il potere economico e i rappresentanti del Congresso pensano solo ai benefici personali, l’opposizione alle attività delle multinazionali minerarie può venire soltanto dalle comunità9. Noi stiamo ripetendolo nelle nostre zone: dobbiamo continuare con la resistenza pacifica, non possiamo mollare. La loro lotta è la nostra lotta!».

Dopo battaglie tanto lunghe ed estenuanti, è difficile mantenere viva la resistenza…
«È così difficile che noi, come diocesi, stiamo lavorando su una “spiritualità della resistenza”. Anche se tanti cattolici non comprendono le nostre scelte. Non capiscono che non si può vivere in pace se non c’è una promozione di alcuni principi quali la giustizia e la verità, la libertà e la solidarietà».

Monsignore, lei parla di lotta per la terra, dice che per cambiare qualcosa occorre andare al potere, è contro i trattati di libero commercio e le multinazionali minerarie… Una curiosità: i suoi colleghi vescovi sono tutti come lei?
«Non lo so. Sarebbe meglio che lo domandasse a loro. Mi fanno spesso questa domanda mettendomi un po’ in imbarazzo. Io dico sempre che ciascun vescovo risponde ai problemi che vede nella propria diocesi. Il fatto poi di correre più rischi, di avere più protagonismo (nel senso buono del termine), ciò dipende dalla scelta personale di ognuno. Tuttavia, pur non osando dare giudizi sugli atteggiamenti dei miei fratelli, io posso dire che sulle cose fondamentali – come l’opzione preferenziale per i poveri, l’inculturazione del vangelo, la difesa dei diritti umani- tra di noi c’è unità. Quando poi non si trova l’accordo di tutti, si ricorre alla votazione e vince chi ha la maggioranza. In questi casi occorre lavorare su chi non è convinto. Occorre un’opera di persuasione, soprattutto sui temi sensibili, come il problema agrario o un modello di sviluppo rurale in favore delle grandi maggioranze contadine».

TANTI FEDELI, POCHI CRISTIANI

Chiudiamo parlando di religione. In Guatemala, ci sono molte sette evangeliche (chiese pentecostali). Come sono i rapporti tra queste e la chiesa cattolica?
«Fallimentari. Non vogliono sapere nulla di ecumenismo. Loro promuovono questa “teologia della prosperità”: se tu verrai con noi, Dio ti benedirà e avrai soldi e successo negli affari.
Poi ci sono i predicatori che riescono a raccogliere moltitudini con la promessa di guarigioni (va ricordato che il paese ha un servizio sanitario gravemente carente). Questi toccano molto i sentimenti, facendo aggio sul senso di insicurezza e di frustrazione della gente».

A parte la questione delle sette, come giudica i cattolici guatemaltechi?
«Personalmente considero inaccettabile che in un paese con una popolazione al 98 per cento cristiana ci siano i problemi che abbiamo. Siamo un popolo molto religioso, ma non lo dimostriamo nei fatti, lottando per una trasformazione della società.
C’è un divorzio tra fede e realtà. Molti vengono a messa, fanno la comunione ma poi… Per esempio, troppi guatemaltechi non pagano le tasse, sono ingiusti nei rapporti di lavoro, trattano male le persone, sono razzisti. La Bibbia dice: “Per i vostri frutti vi conosceranno”. Oggi i frutti della società guatemalteca sono in contraddizione assoluta con il cristianesimo. Sarebbe meglio che noi ci dichiarassimo atei piuttosto che cristiani di questo tipo».

Paolo Moiola

NOTE AL TESTO:

1 – Si veda il reportage sul sito della televisione CNN-Mexico: http://mexico.cnn.com.
2 – Nel Petén, con la multinazionale francese Perenco: www.perenco-guatemala.com.
3 – Catfa: «Central America Free Trade Agreement».
4 – Acuerdo de asociación, firmato il 19 maggio 2010.
5 – Il sito web di Winaq: www.winaq.org.gt.
6 – Il sito web del partito di Molina: www.partidopatriota.com.
7 – È il drammatico rapporto finale del progetto Recuperatión de la memoria histórica (Remhi), redatto dalla chiesa cattolica guatemalteca attraverso il lavoro dei gruppi pastorali di undici diocesi. Due giorni dopo la presentazione di Nunca más, mons. Juan Gerardi, cornordinatore del progetto, venne assassinato.
8 – Convenzione Ilo/Oit 169 sui Popoli indigeni e tribali adottata il 27 giugno 1989, entrata in vigore il 5 settembre 1991.
9 – Un sito web sulle lotte contro le miniere in America latina: www.noalamina.org.

Paolo Moiola