DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Eroi e terroristi in un paese ingiusto

Indiani mapuche e minatori, facce della stessa medaglia

Seppero resistere ai Conquistatori spagnoli, oggi i mapuche sono ridotti allo stremo, dispersi, vessati. In Cile, sono imprigionati con l’accusa di terrorismo per aver difeso la propria terra e il proprio modo di concepire l’esistenza.
Da una parte i mapuche «terroristi», dall’altra i minatori «eroi», usciti vivi dalle viscere della terra. In realtà, sia gli uni che gli altri sono vittime. Delle imprese minerarie, di quelle forestali, di un sistema ingiusto. Mapuche e minatori, facce di una stessa medaglia, che in Cile alcuni hanno cominciato a scoprire…

La pallottola apparteneva ad una Winchester calibro 12 in dotazione ad un carabiniere. Si conficcò nel cranio di Edmundo Alex Lemun Saavedra1, che morì dopo 5 giorni di agonia. Era il 12 novembre del 2002. Alex aveva soltanto 17 anni. Era uno studente appartenente ad una comunità mapuche. Aveva partecipato ad un’azione di recupero territoriale: terre mapuche finite in mano all’impresa forestale Mininco (del Gruppo Matte). L’autore dello sparo mortale, un maggiore dei carabinieri, è stato assolto dalla Corte marziale. E, a tutt’oggi, la famiglia di Alex Lemun non ha ricevuto alcun tipo di indennizzo da parte dello Stato e neppure le scuse dalle istituzioni di polizia.
Jaime Facundo Mendoza Collio2 aveva invece 24 anni, mapuche con qualche anno in più di Alex ma con lo stesso tragico destino. Morì a causa di uno sparo delle Forze speciali dei carabinieri, sparo ricevuto durante un’azione di recupero di terre. Era il 12 agosto del 2009. Come per Alex, anche per Facundo le forze dell’ordine hanno affermato che la loro azione fu un atto di legittima difesa, mentre i manifestanti mapuche hanno sostenuto che essi erano armati soltanto con boleadoras3 e bastoni4.
Veniamo ai giorni nostri. È il 12 luglio 2010, quando – in (sfortunata) coincidenza con il dramma dei minatori sepolti nella miniera -, 32 detenuti mapuche iniziano uno sciopero della fame.
Nelle carceri del Cile sono rinchiusi decine di mapuche accusati in primis di «associazione illecita terrorista» (asociación ilícita terrorista), azioni per recupero di terre e furto di legname ai danni di imprese forestali o latifondisti5. In realtà, la loro colpa è di aver rivendicato o difeso la loro terra da una spoliazione continua e devastante.
A questa situazione già grave, si aggiunge l’incarcerazione di minorenni. Luis Marileo Cariqueo, un adolescente mapuche rinchiuso da 7 mesi nel carcere minorile di Chol Cholo con l’accusa di terrorismo, nel novembre 2010 scrive: «La mia lotta è per la nostra libertà, per il nostro territorio. Non faccio parte di alcuna organizzazione. Il mio modo di pensare è il prodotto dei valori e dei principi tramandati dai nostri antenati. (…) Non credo di essere un pericolo per la società. Mi considero un ragazzo eguale a tutti gli altri che vivono nella comunità e che, insieme alle proprie famiglie, lottano giorno dopo giorno per un futuro migliore»6.
La protesta estrema dello sciopero della fame viena attuata per chiedere procedimenti giusti, l’applicazione di una giustizia obiettiva ed imparziale, ma soprattutto la abrogazione della Legge antiterrorismo (18.314), risalente all’epoca della dittatura del generale Pinochet, applicata nei confronti dei prigionieri mapuche. L’applicazione di quella legge – sostengono le comunità indigene – è una grave violazione dei diritti umani dei cittadini che esercitano il loro diritto alla protesta, domandano il diritto di proprietà sulle terre ancestrali, esigono il rispetto della propria forma di vita e della propria identità culturale.
Per cercare una soluzione, interviene mons. Ricardo Ezzati, arcivescovo cattolico di Conception, che si propone e viene accettato come mediatore tra governo e prigionieri7. Dopo 82 giorni di sciopero della fame, i mapuche imprigionati mettono fine alla protesta, ma i problemi tra Stato cileno e comunità indigene rimangono tutti sul tavolo. Insoluti.
I MAPUCHE, PRIGIONIERI DELLO «SVILUPPO»
Caso unico nella storia della Conquista, i Mapuche resistettero agli spagnoli, con cui arrivarono ad un accordo firmando il Trattato di Quillin (cfr. Tabella della cronistoria). Il loro declino iniziò quando lo Stato cileno ottenne l’indipendenza dalla Spagna, avvenuta nell’anno 1818. Con la sconfitta del 1883, il territorio ancestrale delle comunità mapuche si ridusse progressivamente da circa 10 milioni di ettari a soli 500 mila.
Oggi sui territori (ex) mapuche è arrivato il cosiddetto «sviluppo»: imprese nazionali ed inteazionali stanno sfruttando quella terra senza rispetto alcuno per le comunità indigene e per l’ambiente. Boschi, laghi, fiumi, estensioni marine, sottosuolo: tutto viene sfruttato. Ci sono le imprese forestali che, dopo aver abbattuto parte dei boschi nativi, hanno dato inizio a piantagioni di pino ed eucalipto (a crescita rapida, ma con inaridimento del suolo e conseguente riduzione della biodiversità)8. Le industrie principali sono quelle appartenenti ai gruppi Angelini e Matte, grandi produttori ed esportatori di cellulosa per l’industria della carta. Ci sono poi le imprese idroelettriche (tra cui Endesa, controllata dall’italiana Enel), che stanno costruendo centrali per la produzione di energia elettrica, sfruttando l’abbondante disponibilità d’acqua dei territori mapuche. E ancora le imprese minerarie in cerca di ferro e scandio.Ci sono infine le multinazionali norvegesi del salmone d’allevamento, che hanno portato gravi problemi ambientali nelle acque frequentate dalle comunità dedite alla pesca9.
In questo quadro di «sviluppo» senza regole, la cosa più insopportabile è che le comunità mapuche non sono state consultate. Nonostante il Cile abbia ratificato la Convenzione Ilo (Oit) 169 nel 2008 e questa sia entrata in vigore il 16 settembre 200910. L’articolo 6 della Convenzione prevede che «i Govei devono consultare i popoli interessati, attraverso appropriate procedure, in particolare attraverso le loro istituzioni rappresentative, ogni volta che si prendono in considerazione misure legislative o amministrative che li possano riguardare direttamente (…)». La risposta dello Stato alla comprensibile mobilitazione delle comunità mapuche è stata ed è la repressione e il carcere.
In data 8 ottobre 2010, la «Commissione etica contro la tortura» (Comisión etica contra la tortura)11 rilascia una dichiarazione durissima. «La mobilitazione mapuche – vi si legge – ha reso evidente al mondo che in Cile non esiste uno Stato democratico, che non c’è eguaglianza davanti alla legge e che, di conseguenza, non viviamo in uno Stato di diritto, ma in uno Stato di polizia e di repressione che viene meno ai suoi stessi impegni, contratti davanti alla comunità internazionale, in materia di diritti umani».

Paolo Moiola

NOTE
1 – Amnesty Inteational, Rapporto 2003, pag. 147.
2 – Amnesty Inteational, Rapporto 2010, pag. 198.
3 – Strumento indigeno con tre palle legate da lacci di cuoio. Venivano lanciate alle gambe degli animali per catturarli.
4 – L’8 novembre 2010 il magistrato militare ha condannato il carabiniere accusato dell’uccisione a 15 anni di carcere. La Corte militare potrebbe però ribaltare la sentenza.
5 – Si veda: www.paismapuche.org.
6 – Ancora su www.paismapuche.org.
7 – In termini esatti: «Facilitador de la mesa de dialogo entre el Gobieo y los Mapuches», si veda www.arzobispadodeconception.cl.
8 – Leslie Ray, La lingua della Terra. I Mapuche in Argentina e Cile, pag. 142.
9 – Sulle imprese e sulle multinazionali operanti in territorio mapuche si legga l’opuscolo curato da Sabrina Bussani dell’«Associazione per i popoli minacciati», Bolzano, www.gfbv.it.
10 – La Convenzione Ilo 169 sulle «popolazioni indigene e tribali» è stata adottata già nel 1989. Alla data del 13 novembre 2010, era però stata ratificata soltanto da 22 paesi. Molti stati, tra cui l’Italia e la Germania, sostengono di non avere interesse a ratificarla in quanto non esistono (esisterebbero) popolazioni indigene sui loro territori, ma anche considerando valida (e non lo è) questa obiezione il numero dei firmatari è molto basso. Il 13 settembre 2007 è, inoltre, stata approvata la «Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli indigeni».
11 – Si veda: www.contralatortura.org.

Paolo Moiola