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Il deserto è rifiorito

Primi battesimi ad Arvaiheer

Dopo quattro anni di studio della lingua e cultura del paese, nel 2007 i Missionari della Consolata hanno aperto la missione di Arvaiheer, a 340 km dalla capitale. Il giorno di Pentecoste di quest’anno hanno raccolto i primi frutti: sei donne hanno ricevuto il battesimo.

L’inverno è stato particolarmente rigido in tutta la Mongolia, causando la morte di alcuni milioni di capi di bestiame. E ad Arvaiheer, ai margini del deserto dei Gobi, neve e gelo hanno provocato un autentico disastro. Grazie alla solidarietà ricevuta attraverso la campagna «Mongolia: emergenza gelo», abbiamo potuto aiutare le famiglie più bisognose, provvedendo loro cibi, abiti, carbone, farina e fieno per gli animali.
Con la fine dell’inverno, la steppa e il deserto hanno ricominciato ad inverdire. Anche in questi angoli sperduti dell’Asia la vita vince sempre sulle difficoltà e sulle disperazioni e sulla morte. E non solo in senso materiale.
Lo scorso 23 maggio, domenica di Pentecoste, è stato un giorno di festa tutta speciale per la missione di Arvaiheer: 6 donne del paese hanno infatti ricevuto il battesimo. Dal nostro arrivo in Mongolia nel 2003, a parte la breve esperienza nella capitale, nel quartiere dell’aeroporto di Ulaanbaatar, sono questi i frutti visibili della nostra presenza di evangelizzazione in questo paese.
Sappiamo che quanto rimane nascosto nel cuore delle persone, senza riscontri estei, ha un valore immenso, che sfugge alla logica del computo e delle statistiche; non sono queste le cose che ci interessano. Nondimeno desideriamo ringraziare il Signore per queste scelte di vita sulle quali si costruisce la comunità cristiana.
Le sei nuove sorelle in Cristo hanno fatto una scelta di vita radicale, se si pensa al contesto in cui vivono e alla novità del messaggio cristiano per tutta questa popolazione. Battogoo (Lucia) è la più giovane (23 anni) e la più timida: cresce con tanta cura il suo figlioletto Byambadorj, senza la presenza del marito, e non è la sola in questa situazione; Perlimaa (Rita) e Diimaa (Elisabetta) sono due sorelle di una numerosa famiglia, la prima ex-operaia al tempo del comunismo e la seconda insegnante d’asilo in pensione; Narantuya (Caterina) e Otgonbayr (Maddalena) abitano nello stesso terreno, ma una vive di espedienti con figli e nipoti a carico, mentre l’altra ha marito e due figli; infine Deejit (Anna) si è stabilita da tre anni ad Arvaiheer, dopo aver perso il bestiame in aperta campagna, e vive con madre, figlia e nipoti in una piccola ger regalatale dalle sorelle.
Con noi hanno percorso un cammino di scoperta della fede e poi di preparazione ai sacramenti per più di due anni. In questo tempo di condivisione e di scambio ci hanno aperto spiragli veri sulle loro famiglie, spesso in situazioni difficili, a volte affaticate dalla povertà e dalle prove di una vita non facile, dove il contatto con il limite e le fragilità (la morte soprattutto) non è ancora stato esorcizzato dalla tecnologia e dalle illusioni del consumismo.
Per noi è stata una grazia vedere come queste vite erano già segnate misteriosamente dalla presenza di Dio che le ha guidate a questo incontro personale con Gesù.
La decisione di chiedere il battesimo l’hanno presa lo scorso autunno e passo dopo passo è cresciuto in loro il desiderio di entrare in questa vita nuova di perdono, misericordia e comunione intima con Dio. L’unione fra di loro è andata via via aumentando, soprattutto negli ultimi mesi, in cui hanno anche avuto la possibilità di incontrare altri mongoli cattolici in un viaggio ad Ulaanbaatar, accompagnate dai loro catechisti, suor Lucia e padre Eesto.
Il giorno in cui abbiamo chiesto loro un colloquio personale di verifica erano emozionate e un po’ impaurite dal dubbio di non ricordarsi qualche punto della catechesi; invece hanno dimostrato di aver recepito almeno i punti essenziali della dottrina cristiana e soprattutto hanno manifestato spontaneamente un vero desiderio di abbracciare la vita dello Spirito.
Una di loro l’avevamo vista recarsi al monastero buddista per riconsegnare l’altarino tradizionale, di cui conserva il rispetto dovuto alla tradizione, ma che non si sente più di tenere nella ger come oggetto di culto.
Tale evento è stato per noi un momento anche di intensa preghiera, che ha coronato un lungo periodo di preparazione e segnato l’inizio di un cammino altrettanto lungo, anzi per sua natura destinato a non finire.

La vita della grazia, infatti, si innesta in noi con potenza, ma necessita di continue riprese e risurrezioni quotidiane. Come quella che abbiamo sperimentato la vigilia di Pentecoste. Sapevamo di certi dissapori che erano venuti a crearsi nel gruppo, per via di malintesi, pettegolezzi e ferite di questo genere. Secondo la tradizione buddista il diffamare gli altri attraverso mezze verità e giudizi calunniosi è uno dei 10 «peccati» più gravi e ne abbiamo toccato con mano gli effetti nefasti: persone in lite tra di loro, che si discreditano a vicenda presso gli altri col raccontare i peccati altrui e così «rovinare il nome» di quella famiglia.
Non potevamo arrivare al battesimo senza una riconciliazione vera: così abbiamo organizzato un momento di chiarimento, dopo la condivisione della Parola di Dio del sabato pomeriggio. In presenza delle interessate, abbiamo esposto il problema e dichiarato che per chi abbraccia la vita cristiana non ci può essere spazio per falsità e inganni; quindi abbiamo invocato lo Spirito e invitato le presenti a dirsi una volta per tutte la verità.
C’è stata tensione, ma poi le lacrime hanno rotto gli argini e si sono dette quello che si dovevano dire; il passo successivo è stato quello di alzarsi dal proprio posto e tendere la mano a ciascuna delle altre, chiedendo scusa e offrendo il proprio perdono. Infine padre Eesto ha letto il brano della lettera di Giacomo sulla necessità di controllare la propria lingua: «Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare!» (Gc 3,5).
Il seguito è stato un sospiro di sollievo e un ritorno del sorriso su volti bagnati dal pianto; è stato così bello vedere di nuovo la vita negli occhi di quelle donne, mentre bevevano un tè a casa nostra per festeggiare la riconciliazione!

Poi il gran giorno di Pentecoste: la luce entra dal tondo centrale della ger-cappella proprio a illuminare le camicie bianche, cucite in stile mongolo che le neo-battezzate adesso indossano ogni domenica.
Grande partecipazione di tutta la comunità, occhi incuriositi di bambini e adulti mentre l’acqua gocciola dalla testa nel fonte battesimale. L’atmosfera raccolta ha facilitato la liturgia, con i suoi segni sobri ed essenziali, ben preparati da tutti.
Dopo la messa un momento di festa organizzato dalle altre donne della comunità: sembrava di essere a un banchetto tradizionale, non tanto per cibi raffinati (che non c’erano), ma per la solennità semplice delle tradizioni mongole, con bambini che recitano poesie interminabili, giovani che mettono in scena atti di commediole e adulti che cantano le lodi della madre, compresa la madrina, suor Lucia, che si è vista regalare una camicia tradizionale di colore azzurro, come il cielo.
Desideriamo ringraziare con voi il Signore per questo momento di celebrazione delle sue lodi; lo facciamo insieme alla Consolata, madre nostra e di tutti i figli e figlie di Dio di ogni popolo e nazione. Evviva!

Daniele Giolitti

Daniele Giolitti