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«Ricostruire» la persona

La parola allo psicologo (missionario)

Padre Enzo Viscardi, missionario della Consolata, psicologo, è docente all’Università Cattolica di Milano. È al suo secondo viaggio ad Haiti (dopo il sisma) per lavorare sulla «rimozione del trauma» con seminaristi, preti e religiosi. Lo abbiamo incontrato a Lilavois, periferia di Port-au-Prince, dai missionari Scalabriniani.
«Si parla di disturbo post traumatico da stress. Il rischio maggiore è la non azione, l’incapacità di riattivarsi, restare a contemplare le macerie e non fare nulla. Poi ci sono reazioni tipo la disperazione o la negazione, per cui non vedi la situazione reale. Senza contare le varie conseguenze che si portano avanti nel tempo, come allucinazioni, ansie improvvise, difficoltà di rimanere in posti chiusi, fino a problemi fisici, come tremiti del corpo, ecc. Il fatto è che questi disturbi diventano cronici alcuni mesi dopo l’evento. Per questo l’intervento dovrebbe essere fatto all’inizio».
Lui e la sua équipe sono intervenuti a diversi livelli.
«Si parte dai dati scientifici che descrivono la realtà. Per questo abbiamo fatto interventi su cos’è il terremoto, come ci si può salvare, come gestire l’emergenza.
Dopo si fanno esempi concreti per dare loro il senso che si può ricostruire partendo dalle piccole cose. Se prendo un mattone un giorno e domani ne prendo un altro e lo metto sopra, dopo due giorni sarà ancora lì. Perché il senso che ti rimane è quello dell’inutilità di ricostruire, in quanto poi tutto sarà distrutto».
Poi si passa a terapie individuali e di gruppo.
«Questo consiste soprattutto nel far raccontare alla persona quello che ha vissuto, nei particolari. C’è bisogno di ricordare. Tra le conseguenze ci sono anche le amnesie. La gente non ricorda per negazione. Ha bisogno del racconto personale e l’ascolto del racconto degli altri, per questo i racconti si fanno in gruppo. Ha bisogno di ricollegare, rimettere insieme i pezzi di una situazione che è stata molto traumatica.
Chi subisce un trauma di questo genere, quando inizia a raccontare poi va avanti e fa uscire quello che ha dentro. Però non basta. L’intervento non si deve fermare al solo racconto ma si passa alla ricostruzione, quindi alla rimotivazione».
Dentro chi ha vissuto il terremoto nascono molte domande. Come mai io ero qui, mi sono salvato e la persona che era a cinque metri da me io l’ho vista morire? Come i seminaristi dei padri Camilliani, salvi nel parcheggio mentre i loro colleghi, già in macchina, venivano sepolti dalle macerie. E tantissimi altri casi.
«A queste domande si risponde in modo pericoloso, come: chi meritava di vivere o di morire … Di fronte a un’esperienza estrema come questa dove, come dice il Vangelo “uno viene preso e l’altro viene lasciato” occorre lavorare sul senso e sul significato di quello che è successo non solo a livello fisico ma di motivazione e senso della vita».
«Qui ad Haiti c’è stata la questione di chi ha mandato il terremoto. Dall’inizio l’interpretazione più frequente è legata al vudù. Oppure a Dio che “ci ha puniti un’altra volta per i nostri peccati”. L’immagine di Dio contro questo popolo sempre molto martoriato. L’intervento sui significati io l’ho fatto da prete, con celebrazioni, messe. Ho parlato della bontà del Padre che non è lì a decidere di fare il terremoto sui cattivi o sui buoni».
L’analisi di padre Enzo si spinge a scovare alcuni aspetti «positivi, se possibile» del terribile evento.
«Ci sono due o tre esperienze che la gente ha fatto, soprattutto i giovani.
Primo: si sono resi conto che il mondo li ha riconosciuti come popolo. Si sono meravigliati su come tutto il mondo si sia accorto di loro. Pensavano di non esistere.
Secondo: hanno capito che gran parte della distruzione è causa di come loro avevano costruito e urbanizzato la città.
Terzo: c’è la voglia di provare a ricostruire la società su basi diverse. è positivo il fatto di dire: “tutto è distrutto, possiamo riprovarci”. Altra cosa: all’inizio c’era una solidarietà tra di loro che non c’era mai stata. Questo è importante. Un’esperienza che non avevano mai fatto». Padre Enzo è ad Haiti anche per un altro progetto. Verificare la possibilità di una collaborazione tra l’Università cattolica di Haiti e quella di Milano: «È un’idea della Conferenza episcopale haitiana e ne abbiamo parlato con monsignor Louis Kebrau, vescovo di Cap Haitien, l’attuale presidente. Chiedono l’appoggio a nuovi leader in ambito amministrativo e politico» racconta padre Enzo. «Si potrebbe realizzare una convenzione tra università e poi organizzare diverse iniziative, iniziando ad esempio con un master in comune».

Marco Bello

Marco Bello