Al voto… senza fretta

Il Paese si prepara alle elezioni

Dopo 50 anni di dittatura quasi ininterrotta, la giunta militare ha promesso libere elezioni.
Ma l’opposizione è divisa, movimenti etnici e spinte separatiste richiedono ancora la presenza dei militari nel governo: la piena democrazia è ancora un miraggio, ma il futuro sarà meglio del regime attuale.
Lo sperano tutti.

Da quando Win ha saputo che ero un giornalista, ho dovuto cambiare hotel. «Mi dispiace – si è scusato – ma è diventato troppo pericoloso tenerti qui tra i miei clienti. Alcuni funzionari hanno già fatto domande e mi hanno fatto capire che i tuoi articoli non sono piaciuti».  
Non che ne sia rimasto particolarmente sorpreso; padre Philip, sacerdote cattolico della cattedrale di St. Mary, mi aveva avvertito: «Ogni hotel che ospita stranieri ha almeno un informatore tra lo staff. Continuando a frequentare lo stesso albergo, prima o poi verranno a sapere chi sei».
Speravo che, scegliendo un alloggio da quattro soldi, riuscissi a mimetizzarmi, ma alla fine quel giorno è arrivato: ho fatto le valige e mi sono cercato un’altra stanza. Prima di andarmene, Win mi ha abbracciato sussurrandomi: «Spero che presto la situazione cambi: i militari non possono durare per sempre».
INCERTEZZE… CERTE
Per sempre no di certo, a lungo, invece, sì. Probabilmente Win, che si avvia verso la settantina, non riuscirà a vedere l’auspicato cambiamento. Prima, infatti, dovranno sparire i due generali che dominano la scena politica del paese: Than Shwe e Maung Aye. Entrambi sono malati e vecchi, è vero, ma da anni stanno manovrando l’Spdc (State Peace and Development Council), la giunta militare che governa la nazione, affinché alla loro dipartita poco o nulla cambi. Tutti e due sanno che in Myanmar non è mai accaduto che vi fosse un trasferimento di poteri pacifico. La loro unica preoccupazione, quindi, è trovare il modo di mettersi da parte volontariamente, preservando gli interessi economici e politici delle loro famiglie.
Nel frattempo tutto rimane come sospeso. Il futuro del Myanmar rimane drammaticamente certo nelle proprie incertezze. È certo che nel 2010 si terranno le elezioni generali, ma non è ancora dato sapere quando verranno aperte le ue. È certo che i militari continueranno ad avere un ruolo fondamentale nel governo del Paese, ma non si sa chi sarà chiamato a gestirlo. È certo che Aung San Suu Kyi non potrà ricoprire cariche istituzionali, ma non si sa se il governo manterrà la promessa di liberarla a novembre. È certo, infine, che la popolazione non si aspetta rivelazioni clamorose dai risultati elettorali, ma non è chiaro in quale verso muterà la situazione sociale ed economica.
«L’insicurezza rende tutto più difficile da affrontare – racconta Htway, uno studente universitario di Yangon -. È frustrante osservare che tutte le speranze di una rinascita vengono spente quando incominciavamo a credere nel cambiamento».
Zeya, sua amica, aggiunge: «A questo punto preferirei sapere che niente cambierà in Myanmar. Almeno avrei una certezza su cui costruire la mia vita. Non voglio più lottare per un’illusione».
C’È POCO DA RIDERE
Non tutti, per fortuna, la pensano come Zeya.
A Mandalay, ad esempio, U Pa Pa Lay e U Lu Zaw, in arte The Moustache Brothers, da anni sfidano la censura rappresentando ogni sera, in una stanzina di tre metri per quattro, uno spettacolo satirico che mette in ridicolo la giunta militare. La popolarità riscossa tra i turisti in visita nella vecchia capitale, ha contribuito a proteggerli da eventuali rappresaglie.
La fama nazionale, invece, non è servita al dentista U Maung Thura, più noto con il soprannome di Zarganar, la cui comicità, più pungente e diretta, non ha riscontrato, tra gli stranieri, lo stesso entusiasmo riscosso dai Moustache Brothers. Questo è stato sufficiente perché i suoi denti fossero spaccati dalle spranghe dei militari. «Oramai sono un dentista senza denti. Chi andrebbe a farsi curare da un dentista che ha perso tutti i suoi denti?» ha scherzato qualche anno fa, quando l’ho incontrato poche settimane prima che fosse di nuovo rimesso in prigione.
Le sue battute restano memorabili e vengono ancora sussurrate nelle serate conviviali e goliardiche: «In Birmania i dentisti non hanno lavoro perché nessuno osa aprire bocca»; oppure la famosa storiella di tre ragazzini che si ritrovano a raccontare le gesta dei loro parenti: un cugino senza braccia che ha attraversato a nuoto l’Ayeyarwady, un fratello senza gambe che ha scalato la montagna più alta del paese, risultano ben poca cosa rispetto allo zio del terzo ragazzino che «pur essendo senza testa, governa un’intera nazione!».
ELEZIONI A SORPRESA
Eppure, anche se l’orizzonte sembra cupo, qualche timido raggio di sole sembra si stia infiltrando tra le nubi. Le elezioni, ad esempio, che dopo l’amara esperienza del 1990 il governo cercherà di manipolare, sono pur sempre una tappa verso quella «road map to democracy» disegnata dalla giunta per ridare al Myanmar una parvenza di partecipazione popolare alla gestione del potere.
«I generali vogliono evitare di ripetere l’esperienza traumatizzante delle elezioni del 1990, quando la Lega nazionale per la democrazia (Lnd) conquistò la maggioranza assoluta dei voti – spiega Sean Tuell, professore di Economia alla MacQuarie University di Sydney -; per questo la data sarà comunicata il più tardi possibile per non lasciare ai partiti tempo di organizzarsi.
Nel 1990, infatti, il regolamento per la registrazione era stato promulgato venti mesi prima la scadenza elettorale e i candidati dell’opposizione avevano avuto la possibilità di compiere una sorta di campagna elettorale, conquistando così la fiducia di gran parte della popolazione. La Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi che nel 1990 aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, ha deciso di non partecipare alle consultazioni. La dichiarazione di astensione di Aung San Suu Kyi, nasconde però la realtà di un dibattito interno alla Lnd, che rimane fortemente diviso tra chi vorrebbe comunque aderire alle elezioni e chi, invece, è contrario.
Win Tin, uno dei leader storici del partito, ha criticato l’inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, per aver incoraggiato il governo birmano a organizzare le elezioni del 2010 in modo accettabile per la comunità internazionale. «Non è la comunità internazionale che deve essere accontentata, ma è il popolo birmano» ha giustamente replicato Win Tin.
Tre erano le condizioni imposte dalla Lega nazionale per la democrazia affinché avesse potuto prendere in considerazione un suo coinvolgimento: il rilascio di tutti i prigionieri politici, la riforma della Costituzione approvata nel 2008 in un referendum farsa e la supervisione internazionale del voto.
«L’unico punto accettabile per i militari sarebbe stato il terzo – risponde Bertil Lintner, giornalista svedese che, da Bangkok, segue le vicende birmane -. Degli altri due, solo la liberazione dei prigionieri politici può essere messa sul tavolo delle trattative dalla giunta».
PER STRADE DIVERSE
Nel frattempo le fratture intee alla Lnd si sono allargate, sancendo la spaccatura del partito lungo la crepa di chi segue la linea della dirigenza storica, capeggiata da Aung San Suu Kyi e Win Tin, e chi, invece, preferisce cogliere l’occasione di intrufolarsi nello spiraglio di democrazia che le elezioni lasciano trasparire. Sarà quindi interessante vedere quale posizione prenderà il bacino elettorale democratico: si asterrà o piuttosto dirotterà il proprio voto sui membri della Lnd che, in dissidenza con la Signora, hanno deciso di partecipare alle consultazioni?
In attesa di un verdetto, alcuni leaders si sono già mossi: il National Unity Party, il partito emanazione del vecchio Burma Socialist Programme Party che nel 1990 aveva avuto il 22% dei voti, è sceso in lizza in una nuova veste, meno legata ai militari. Il Democratic Party di Thu Wai e la Graduated Old Student Democratic Association, di idee democratiche, ma critici verso la Lnd, uniranno le proprie forze e anche Sandar Win, figlia di Ne Win, sembra voglia formare una propria lista.
Nelle aree tribali, dove la Lnd e l’icona di Aung San Suu Kyi non sono così inossidabili come nelle regioni Bamar, i movimenti si stanno muovendo l’uno per contro proprio. Per molti di loro, la nuova costituzione assicura una partecipazione alle decisioni locali maggiore di ogni altra precedente, compresa quella del 1947, garantendo la costituzione di sei regioni autonome per i Wa, i Naga, i Danu, i Pa-O, i Pa Laung e i Kokang e la rappresentanza nei governi locali di 135 etnie. «Tutti i gruppi etnici con una popolazione maggiore di 57 mila unità hanno diritto ad avere un loro rappresentante – contesta Pu Cin Sian Thang, portavoce del United Nationalities Alliance, una coalizione di dodici partiti etnici contrari alla costituzione – ma non c’è alcun censimento che attesti la popolazione. Su che base potremmo rivalerci di questo diritto?».
Il Karen National Union, che già aveva rigettato la costituzione del 1947 scegliendo la via della completa indipendenza, ha ribadito il rifiuto di partecipare alle prossime elezioni, a differenza di altri gruppi etnici, come i Kachin, che negli ultimi vent’anni hanno concluso accordi di cessate il fuoco con Naypyidaw, la nuova capitale del Myanmar.
«Dobbiamo difendere i nostri diritti e la costituzione approvata nel 2008, pur con i suoi difetti, contiene dei semi di democrazia. È per questo che abbiamo deciso di partecipare alle elezioni» mi dice James Lum Dau, vice ministro degli Esteri del Kachin Independence Organization e uno dei fondatori del Kachin State Progressive Party.
PROBLEMI A VENIRE
I maggiori problemi, però, nasceranno dopo che i risultati avranno stabilito quale governo dovrà imporre la legge nel paese. Con il 25% dei seggi riservato ai militari, i generali continueranno ad avere un ruolo attivo nella politica del Myanmar, ma per la prima volta dal 1962 ai civili verranno aperte alcune nuove opportunità.
«L’appoggio dei militari sarà comunque indispensabile per approvare gli emendamenti – spiega un giornalista birmano – ma un 25% è sempre meglio che un 100%».
In effetti, alcuni analisti hanno fatto notare che la soglia voluta dai militari potrebbe essere un primo passo di una transizione indolore verso un governo democratico e civile, visto che un improvviso ritiro del Tatmadaw (l’esercito birmano) da ogni forma di potere, potrebbe far piombare il paese nel caos e in una sanguinosa guerra civile con la periferia. È anche per questo che le nuove autorità avranno il difficile compito di disarmare quei gruppi etnici che, nonostante abbiano firmato l’armistizio, continuano ad avere propri eserciti.
Per rendere più accettabile la smobilitazione, la costituzione birmana prevede la formazione delle cosiddette «Forze di guardia alle frontiere». Le armi non saranno più rivolte verso l’interno e verso i soldati del governo centrale, bensì verso l’esterno e usate contro altri gruppi etnici ribelli (cosa, del resto, che già accade). Il problema è che sino ad ora nessuno, tranne il Democratic Kayin Buddhist Army, ha accettato la proposta.
Uno dei punti principali su cui ci si confronterà, sarà l’elezione del presidente, che dovrà essere residente in Myanmar da almeno 20 anni (e quindi vengono esclusi tutti i dissidenti), non essere sposato con stranieri (in questo caso Aung San Suu Kyi, in quanto vedova, potrebbe essere eletta) e non avere figli con passaporto straniero (è questa la clausola che esclude la Lady dalla presidenza).
Anche qui, i militari hanno il diritto di presentare uno dei tre candidati che, quasi sicuramente, non sarà Than Shwe, notoriamente refrattario ai viaggi e agli incontri con stranieri, in particolare occidentali. Ma l’orgoglioso generale non ama neppure essere «comandato», men che meno da una figura, come quella del presidente, che potrebbe essere ricoperta da un civile. Si pensa, quindi, che i militari creeranno una posizione ad hoc, estea al governo, ma altrettanto autorevole; una sorta di Grande Leader o Leader Supremo.
Ed archiviato Than Shwe, rimane il numero due, Maung Aye, l’unico generale che non ha ancora trovato una collocazione nel dopo elezioni e, per questo, potrebbe rappresentare un pericolo nella stabilità nazionale. L’accantonamento di Maung Aye, infatti, porterebbe alla rovina tutta la sua famiglia e l’entourage.
Un’aperta rivolta all’interno stesso dei ranghi militari, potrebbe, inoltre, invogliare i gruppi etnici più refrattari a Naypyidaw, a riprendere la lotta per l’indipendenza. Un’eventualità, questa, che destabilizzerebbe l’intera regione sud orientale dell’Asia, chiazzata da migliaia di minoranze, le quali non si sono mai sottomesse ai governi centrali. Cina, India e Thailandia, in particolare, le nazioni confinanti con il Myanmar e che hanno tutte grossi problemi con le etnie tribali a ridosso delle proprie frontiere, non gradirebbero di certo un paese poco controllato.
La guerra d’Indocina con i suoi tragici lasciti non è ancora scomparsa dalla memoria delle diplomazie mondiali e poco più a ovest, l’Afghanistan è un preciso monito verso chi chiede democrazia senza avere le basi su cui costruirla.

Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali

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