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Piccolo gregge, grande missione

Comunità cattoliche di espressione ebraica

Non sono molti, forse un migliaio, i cattolici ebreofoni, ma consapevoli del loro ruolo a livello locale e universale: testimoniare i valori di pace e giustizia, perdono e riconciliazione in un contesto di violenza e di guerra; servire da ponte fra la chiesa universale e il popolo ebreo, accrescere nella chiesa la coscienza delle radici ebraiche e l’identità ebrea di Gesù e degli apostoli. 

«Sono francescano e polacco; quindi un goi (gentile) e non ebreo» dice sorridendo padre Apolinary Szwed, e continua: «Siamo una comunità modesta, che non fa rumore, quasi invisibile, ma viva e cosciente della nostra realtà». Che sia modesta non c’è dubbio. La comunità a lui affidata è formata da una settantina di fedeli, che si raduna in una stanza molto semplice, che funge da chiesa dedicata ai santi Simeone e Anna; ma la novità sta nel fatto che questi cattolici sono di lingua ebraica, e costituiscono un tassello importante nel mosaico della cristianità in Terra santa.  
Tutto è cominciato subito dopo la creazione dello stato di Israele, quando arrivarono in Israele cristiani che pregavano in ebraico. Alcuni preti, per lo più francesi di origine, cominciarono a occuparsi di loro per introdurli nella chiesa di Gerusalemme; a tale scopo fondarono nel 1955 l’associazione chiamata «Opera di san Giacomo», il cui statuto ne stabiliva lo scopo: costituire una comunità di espressione ebraica e colmare il fossato tra giudei e cristiani, promuovere riconciliazione e conoscenza reciproca in seno alla società ebraica.
Per raggiungere tale fine, furono avviate varie iniziative: nel 1959 il domenicano Bruno Hussar, ebreo di origine francese, nato in Egitto e naturalizzato israeliano, fondò la Casa di sant’Isaia, istituto domenicano di ricerche e studi ebraici. Altri religiosi, come Marcel Debois e Jacques Fontaine, promossero tra i giovani francesi lo studio dell’ebraico biblico, della cultura, religione, storia ebraica. Lo stesso padre Hussar fu all’origine di Neve Shalom (Oasi di pace), un villaggio dove ebrei, cristiani e musulmani vivono insieme ed educano i propri figli in una stessa scuola, rispettosa delle due culture arabe ed ebraiche.
Alcuni membri di questa comunità hanno aiutato a formulare varie riforme del Concilio Vaticano II, come la condanna dell’antisemitismo, il ripudio dell’accusa di deicidio, uso della lingua locale nella messa, iniziato in Israele 10 anni prima del Concilio. Per anni hanno svolto un enorme lavoro per tradurre la liturgia, sviluppare una musica sacra e creare un vocabolario teologico cristiano in ebraico.
L’Opera di san Giacomo non è una parrocchia o un insieme di parrocchie, ma un’associazione con statuto particolare e oggi costituisce il «Vicariato ebreofono» all’interno del Patriarcato latino di Gerusalemme. Nel 1990 fu nominato il primo vicario nella persona dell’abate benedettino israeliano Jean Baptiste Gourion, consacrato vescovo nel 2003, morto prematuramente nel 2005. Dal 2009 il vicario patriarcale è il gesuita israeliano David Neuhaus.

Dopo una ventina di anni la comunità è cresciuta, soprattutto con l’ondata migratoria dall’ex Unione Sovietica, che ha portato decine di migliaia di cristiani, tra i quali vari cattolici. Oggi il vicariato patriarcale conta nove preti, alcune centinaia di fedeli e sei centri: quattro di lingua ebraica (Ber Sheva, Haifa, Jaffa e Gerusalemme) e due di lingua russa.
Negli ultimi 20 anni, però, passata l’ondata immigratoria, i cattolici ebreofoni sono diminuiti e si prevede che resteranno pochi. «Abbiamo qualche conversione – spiega padre Apolinary -. Attualmente due adulti si stanno preparando al battesimo. Anche se le leggi statali lasciano libertà di fede, la pressione sociale, economica e giuridica è tale che non solo scoraggia le conversioni, ma consiglia gli ebrei cristiani alla discrezione, senza sbandierare la loro appartenenza al cristianesimo».
Per il resto, essi vivono le realtà e i problemi di tutti gli altri ebrei. Religione, storia, cultura ebraica stabiliscono il ritmo della vita della comunità cattolica, che segue quindi il calendario e partecipa alle feste ebraiche; alcuni cattolici digiunano nel giorno del kippur e partecipano alle funzioni della sinagoga in segno di solidarietà.
Inizialmente le comunità erano formate da ebrei arrivati in Israele durante la grande emigrazione, coppie miste, formate in prevalenza da un uomo laico ebreo e una donna cattolica; vi erano pure cattolici di origine ebraica che avevano scoperto la loro appartenenza al popolo ebraico in seguito alla shoah. Oggi prevalgono i membri nati e cresciuti in Israele, per cui la grande sfida è trasmettere la fede alle nuove generazioni. Problema non facile, dal momento che, a differenza delle comunità cristiane di lingua araba, i piccoli gruppi di cattolici ebreofoni non hanno istituzioni educative proprie, per cui i giovani frequentano le strutture statali, con il rischio di assimilazione nella società ebraica laica.
«Per questo siamo impegnati nella catechesi – spiega padre Apolinary -: formazione dei bambini, preparazione ai sacramenti, sessioni per giovani coppie, incontri di studio della bibbia, ritiri e preparazione dei catechisti della comunità».

Nonostante la sua quasi invisibilità, la comunità cattolica ebraica è impegnata nella missione che la Provvidenza le ha assegnato. Un primo lavoro è la ricerca delle pecorelle smarrite, cioè coloro che non sanno dell’esistenza della chiesa di lingua ebraica e della possibilità di una vita cattolica nella società israeliana.
Un’altra sfida per i cattolici di lingua ebraica è l’impegno per il dialogo e la riconciliazione. «Le nostre comunità – spiega padre Apolinary – sono diventate un luogo di preghiera per la pace. Vogliamo essere un ponte tra ebrei e arabi, tra la chiesa e il popolo d’Israele, rafforzando i legami di amicizia e testimoniando i valori cristiani di pace e giustizia, perdono e riconciliazione in un contesto di violenza e conflitto armato».
La comunità cattolica di espressione ebraica ha qualcosa da dire anche alla chiesa universale che, a partire dal Concilio Vaticano II, è chiamata a rinnovarsi mediante la riflessione sull’identità ebraica di Gesù, a riscoprire le radici ebraiche della fede cristiana; una sfida che i cattolici in Terra santa vivono quotidianamente. Pregare in ebraico, vivere da cattolico in ebraico, essere minoranza cattolica nell’unica società totalmente ebraica è una realtà nuova per la chiesa locale e universale.

Di Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi