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L’esempio brasiliano

Immigrazione illegale in Italia e in Brasile

Il Brasile è un paese che si è costruito sull’immigrazione e ancora oggi
ha larghe fette di immigrati, essendo uno dei giganti economici emergenti.
Anche là non tutti gli immigrati sono legali, solo che il problema è affrontato
in modo diverso che da noi. Forse abbiamo qualcosa da imparare.

Globalizzazione: basta la parola per avere una fotografia di quello che da un paio di decenni è il modello economico dominante: un flusso costante e interconnesso di merci che si muovono a ritmi vertiginosi da un luogo all’altro. Libertà ampia e senza restrizioni ai beni di consumo. I pomodori turchi in Francia, il gazpacho spagnolo in Giappone, le scarpe italiane negli Stati Uniti, le chincaglierie cinesi sparse per tutto il pianeta, e così via. Tutto si muove, e tutto – in questo incessante muoversi – produce ricchezza o povertà a seconda del punto di vista da cui si osservi il transito. E gli esseri umani? Quelli se ne devono stare a casa loro. E quando cercano di uscire con quella forza che solo la disperazione dà, è la frontiera di qualche lontano Paese in cui vanno a cercare di sfuggire alla miseria che provvede a rispedirli al mittente.
Ma quell’umanità che ha ereditato i peggiori scompensi prodotti dal capitalismo selvaggio, con la sua inarrestabile corsa per la sopravvivenza impone agli altri Paesi di confrontarsi anche con il problema della globalizzazione umana. L’immigrazione contemporanea mette in crisi il ruolo prioritario conferito finora alle merci e riporta al centro della discussione l’uomo, infiammando le società con complessi dibattiti su questioni di carattere etico e politico. Da una parte le nazioni appartenenti al cosiddetto «blocco dei paesi del primo mondo», che si irrigidiscono di fronte al timore delle trasformazioni che stanno avvenendo all’interno delle loro culture, custodite orgogliosamente da centinaia di anni come simboli statici di un periodo aureo di dominazione del mondo. Dall’altra, i paesi emergenti, nati essi stessi da fenomeni migratori, che difendono la necessità di organizzare i flussi mondiali partendo dall’adozione di politiche umanitarie, sì, ma anche pragmatiche e a lungo termine.
Una democrazia in crisi
Nel primo gruppo figura l’Italia dell’era Berlusconi, che di fronte al problema dell’immigrazione ha rivelato un profondo deterioramento del proprio sistema di garanzie democratiche. I numerosi elementi negativi presenti nella politica portata avanti dal Goveo Italiano in quest’ultimo anno sono ormai noti: l’introduzione del crimine di immigrazione clandestina, la subordinazione della concessione del Permesso di Soggiorno al contratto di lavoro dipendente, la persecuzione dei locatori e dei datori di lavoro di immigrati irregolari, il ruolo ambiguo e inquietante delle ronde, il tentativo di segregazione scolastica degli stranieri, l’invito a denunciare gli irregolari che richiedano prestazioni nelle strutture sanitarie, l’aumento della burocrazia per la regolarizzazione di uno straniero, il patealismo nazionalistico di uno stato che offre la Carta di Soggiorno permanente in cambio del dominio della lingua italiana e dell’assimilazione automatica della cultura nazionale o, peggio ancora, regionale. Chiaramente la lista non finisce qui. Le norme sono innumerevoli e trasmesse alle questure ad un ritmo tale da non permettere alla macchina burocratica di metterle in pratica.
Una valanga di leggi che fanno a pugni con un’identica montagna di statistiche presentate dai centri di ricerca più accreditati del Paese – Banca d’Italia, Istat, Caritas/Migrantes, Fondazione Leone Moressa – che rivelano che la nuova Italia è affetta da una miopia politica che la fa remare contro i propri stessi interessi economici. Quasi senza eccezioni, gli studi sui fenomeni migratori finora realizzati concordano infatti su un punto: i flussi non si fermeranno almeno per i prossimi cinquant’anni e ridisegneranno completamente il profilo socio-economico-culturale della penisola.
Umanizzare le politiche
di immigrazione
Nel clou della polemica sulla riforma della legge sull’immigrazione, che in Italia ha trasformato in un istante un milione di irregolari in criminali a tutti gli effetti, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva si è presentato alla riunione del G8 dell’Aquila annunciando di voler dare una grande lezione di immigrazione ai Paesi più sviluppati. Lula si riferiva alla legge 11961 di amnistia dei clandestini in Brasile, promulgata il 2 luglio del 2009, che ha permesso la regolarizzazione di cinquantamila stranieri provenienti da altri Paesi latini. L’iniziativa del governo, in realtà, non è stata altro che la ripresa di una disposizione del ‘98, in occasione della quale trentanovemila immigrati furono amnistiati nel Paese.
La differenza fra la politica brasiliana e quella italiana, ovviamente non riguarda solo i numeri. Il Brasile – oggi con poco più di 870 mila immigrati regolari – è passato dal suo ruolo di tradizionale ricettore di stranieri – quando fra il 1820 ed il 1940 giunse a ricevere circa cinque milioni di persone – a quello di paese emissore di migranti, verso la fine degli anni ‘80.
Solo negli ultimi anni è ritornato ad attrarre l’interesse dei Paesi limitrofi, ed in particolare dei boliviani. Le stime prima della regolarizzazione dello scorso luglio, indicavano che sessantamila si erano attestati clandestinamente a São Paulo e diecimila nello stato del Mato Grosso.
«L’immigrazione deve essere trattata come un’emergenza umanitaria e non la si può confondere con la criminalità», ha affermato Lula al G8, confrontando i provvedimenti messi in atto dal Brasile con quelli che stavano per essere adottati in Europa. Ma non è tutto. Secondo Lula, la regolarizzazione è stata il primo passo di un progetto di più ampio respiro che punta alla creazione di una nuova Legge dello Straniero, e che ha come obiettivo riumanizzare l’immigrazione in Brasile.
Uno strumento per evitare che gli immigrati, in condizioni di estrema fragilità finanziaria, siano oggetto dello sfruttamento e del traffico umano praticato dalle gang di narcotrafficanti, che insieme ad altre organizzazioni criminali operano nelle zone di frontiera.
La legge 11961 ha dato ai clandestini che vivono in Brasile la possibilità di ottenere la residenza provvisoria per due anni, che al momento della scadenza potrà essere trasformata in permanente. Vengono garantiti ai beneficiari della legge gli stessi diritti e doveri dei brasiliani, ad eccezione di quei privilegi di cui si gode per nascita, come la possibilità di candidarsi a cariche elettorali.
Mettendo a confronto la politica del Brasile con la regolarizzazione effettuata dall’Italia nel settembre del 2009 per colf e badanti o con lo stesso decreto flussi, appare chiaro che le complesse pratiche burocratiche italiane hanno una precisa finalità: creare condizioni tali da non permettere agli immigrati di legalizzarsi.
Sette mesi prima della promulgazione della legge di amnistia, in vista del progetto di integrazione dei Paesi dell’America del Sud, il governo Lula ha siglato un accordo bilaterale con l’Argentina, permettendo la concessione del visto permanente a turisti e cittadini argentini muniti di visto provvisorio. Un visto che – come si sostiene a Brasilia – oltre a permettere al viaggiatore di vivere esattamente come un cittadino del Paese che lo ospita, gli offre al tempo stesso la possibilità di decidere se stabilirvisi definitivamente.
Questa preoccupazione, presente anche nella legge di amnistia, dimostra che la politica migratoria del Brasile, offrendo le condizioni di base per l’inserimento legale dell’immigrato nel mercato del lavoro, anticipa in un certo senso il processo di integrazione.
Nulla di tutto questo si avverte per ora nelle scelte dell’Italia, nonostante l’allarme mano d’opera che rischia di compromettere seriamente il potenziale produttivo del Paese a causa dell’invecchiamento della popolazione, del basso indice di natalità e del rifiuto da parte dei giovani italiani di svolgere lavori meno remunerativi o qualificati.

Di Célia Takada

Célia Takada