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Radio Refugees

Ciad: formazione «afro-africana»

Est del Ciad. Nel febbraio 2004 inizia la guerra nel vicino Darfur, Sudan. Oltre 240.000 rifugiati sudanesi invadono un’ampia regione. Un anno dopo iniziano a trasmettere tre radio comunitarie. Ma le redazioni soffrono una cronica carenza di competenze. L’autore, giornalista burundese, nostro collaboratore, è oggi in Ciad, dove lavora come formatore di giovani giornalisti di queste radio.

In Ciad vivono un centinaio di etnie e una popolazione stimata in 10 milioni di abitanti (statistiche governative del 2005). Secondo il World Refugees Survery, pubblicato nel 2007 da un comitato americano per i rifugiati e i migranti, il paese ha sul suo territorio circa 300.000 rifugiati e richiedenti asilo. Tra questi, oltre ai sudanesi, ci sono circa 60.000 profughi della Repubblica Centro africana.
Ma la guerra non è finita in entrambi questi due paesi dell’Africa centrale, così rifugiati, ma anche sfollati interni, continuano ad affluire nei campi. Diventa quindi molto difficile fare delle statistiche per stimare il numero di queste persone.

«Piccole» radio comunitarie

Nell’Est del Ciad si trovano tre radio comunitarie fondate da Inteews (Ong statunitense che si occupa di appoggio ai media come vettore di sviluppo), impiantate nel mezzo dei campi di rifugiati e di sfollati che si sono moltiplicati in questa parte del paese. Si tratta di Radio Sila, Radio Absoun e Radio Voix de Ouadai.
I giornalisti che lavorano in queste strutture sono, per la maggior parte, formati sul campo. Hanno livelli di studi variegati e pochissimi hanno fatto un percorso universitario. Altri hanno ricevuto formazioni per lavorare in questa zona in condizioni di vita molto difficili e sono magari entrati in contatto con diversi formatori.
È strano il panorama mediatico di questa parte del Ciad. La quasi totalità dei giornalisti non ha un vero «carnet d’adresse», ovvero una raccolta di numeri telefonici e indirizzi fondamentali in questo mestiere. Diverso da altri paesi, come il Burundi, dove ogni giornalista dispone di un gran numero di contatti. Si nota nelle riunioni di redazione, dove pochi hanno il numero di telefono di un’autorità locale che si vuole intervistare.

Isolati dal resto del mondo

I giornalisti di questa zona hanno pochissimi contatti con il mondo esterno, il che complica la buona comprensione del mestiere d’informare. Nel loro ambiente non hanno dei punti di riferimento o dei colleghi navigati ai quali si possono identificare.
Ascoltano sulle onde corte le radio inteazionali, come Bbc (British Broadcasting Corporation, radio britannica) e Rfi (Radio France inteationale, radio francese specializzata sull’Africa), ma ignorano ogni processo che porta alla produzione di un giornale o di un programma d’informazione che ascoltano su queste emittenti.
Non è raro sentire qualcuno dire: «Da quando sono giornalista non ho mai ricevuto una formazione». È vero che un manuale dell’Unesco spiega che i giornalisti delle radio comunitarie non hanno bisogno di conoscenze speciali, ma un minimo è necessario.
È ben visibile che l’informazione non si libera dalla pressione della storia, in quanto la predominanza di alcune etnie, che si sono succedute al potere negli ultimi trent’anni, impone la condotta. Si sente ancora dire che una certa informazione è corretta, perché è tale gruppo potente che «l’ha detto».
Diventa allora molto difficile spiegare ai giornalisti che tutte le informazioni senza fonte non sono valide, e che un professionista deve verificare le sue fonti con i propri mezzi. È in gioco la sua credibilità.

Prime difficoltà: la lingua

Questa è la mia seconda consulenza internazionale all’Est del Ciad dopo un’esperienza in Rwanda. Quando si tratta di formazioni occorre prepararsi, organizzare dei moduli formativi.
L’arabo «ciadiano» e il francese sono le lingue ufficiali. Si parlano poi un centinaio di altri idiomi locali. Questi, insieme all’arabo, sono le più utilizzate mentre il francese passa in secondo piano. Molti poi lo conoscono orale, ma quelli che possono leggerlo e scriverlo sono molto rari.
Questo vuol dire che su 10 allievi meno della metà capiscono con facilità la lingua del formatore, il che rende difficile la trasmissione della formazione.
Così, per far passare il messaggio si ricorre ai colleghi che traducono dal francese all’arabo, o in una lingua a grande diffusione come il zagawa e il massalite. Questa traduzione ha il difetto di subire delle trasformazioni durante i vari passaggi.
Ho dovuto quindi organizzare un modulo sulla traduzione stessa per tentare di rendere il passaggio da una lingua all’altra più fedele possibile. Ma questo ha creato dei ritardi sull’avanzamento della stessa formazione.

Mancano i modelli

Questi allievi-giornalisti, con formazione accademica molto diversa, non hanno lo stesso livello di comprensione. Alcuni tra loro hanno bisogno di nozioni di base.
Sono arrivato in radio attive già da due anni, ma ho constatato che  gli operatori hanno ancora bisogno di nozioni basilari di giornalismo. Questo mi ha obbligato a rivedere la formazione che avevo preparato, cercando di uniformarmi al livello di ognuno.
Quando si cercano di spiegare i meandri del mestiere, a dei giornalisti che ascoltano altre radio, si usano spesso degli esempi conosciuti da tutti. Questo non si può fare in Ciad, dove la stampa «indipendente», competitiva è solo agli inizi.
In questo paese, solo a Djamena, la capitale, si capta Rfi sulle Fm, mentre nelle altre località, la popolazione tenta di ascoltare le notizie sulle onde corte, con tutte le difficoltà. Molto spesso per essere informati su cosa succede nel proprio paese, oltre che in Africa e nel resto del mondo, captano solo delle radio straniere: sudanesi in arabo, la Bbc, Deutchewhelle (radio internazionale tedesca), ecc.
Non esiste una copertura radio locale. Da qui la difficoltà a impostare la formazione su esempi di fatti locali coperti da cronache locali.

Deontologia: questa sconosciuta

A osservarli, questi giornalisti, alcuni di loro non hanno ancora l’Abc del mestiere d’informatore. Quest’ultimo si può senz’altro classificare tra quelle professioni che hanno un impatto diretto sulla società. Ha le sue regole, la sua deontologia e la sua etica. Non necessita di molti diplomi, ma della volontà di darsi e, inoltre, occorre avere un po’ di vena giornalistica nel sangue.
A nulla serve installare degli studi radiofonici: senza la volontà degli uomini dei media, niente può fare avanzare o muovere la società.
Ecco qualche esempio che ci fa vedere come la radio comunitaria non sia percepita come un vettore di sviluppo in questa parte dell’Est del Ciad. Ho assistito più volte a presentatori di notizie che al momento della trasmissione hanno detto: «Spiacenti, questa sera non ci sarà il radio giornale», senza capire che un gesto simile è passibile di licenziamento diretto.
Altri giornalisti decidono la fine delle trasmissioni anticipata. In breve, alcuni considerano il mestiere dell’informatore come molto semplice, come quello del venditore di frutta e verdura (senza nulla togliere ai commercianti), che può decidere lui stesso quando andare a vendere e può chiudere ancor prima di aver terminato tutto il prodotto.
Abbiamo più volte sentito giornalisti reclamare delle ore supplementari, altri dire ad alta voce che il giorno di ferie è sacro e sono contenti perché non metteranno piede alla radio.

Intermediario umanitario

Poco a poco i neo-giornalisti trovano il ritmo di lavoro della radio comunitaria. Iniziano a capire che sono gli intermediari tra le fonti d’informazione e il pubblico che è, in questo caso, essenzialmente composto da rifugiati e sfollati. Il lavoro del giornalista rientra, in questo caso, nell’ambito umanitario.
Il reporter è presente dove le Ong distribuiscono viveri o sensibilizzano per l’igiene e la gestione dei rifiuti, ma partecipa anche alle riunioni di cornordinazione o di sicurezza delle Ong inteazionali e delle agenzie delle Nazioni Unite presenti sul posto.
Nonostante i grandi generi giornalistici come l’indagine e l’inchiesta facciano parte della formazione, ci sono delle tematiche che non sono mai affrontate in queste radio. I grandi soggetti come l’appropriazione indebita degli aiuti, soldi o viveri, destinati ai rifugiati, le violenze su minorenni così frequenti e altri crimini, sono assenti dalle trasmissioni.
Questo dimostra che la nozione di stampa come «quarto potere» è ancora lontana in queste radio comunitarie.
Nell’Est del Ciad, i fatti relativi a certe persone dell’amministrazione di base o di certi responsabili di Ong possono invece alimentare la stampa sensazionale per mesi.

L’Informazione utile per il pubblico

Nonostante tutto, per me è una nuova esperienza quella del «giornalismo umanitario». Cerco di mostrare ai giovani giornalisti che la radio è il solo mezzo di cui dispone questo mondo di rifugiati e sfollati per fare sentire la propria voce.
È vero che in un contesto ancora fragile di tensioni politiche e intercomunitarie, occorre evitare soggetti che producono frizioni. L’importante è che i giornalisti possano sapere sempre dove si trova l’informazione utile per il proprio pubblico.
In Burundi è il contrario. Radio private come la mia, Isanganiro, denunciano sistematicamente, ogni giorno, le derive del potere.
Per questo motivo giocano un grande ruolo nello sviluppo della società e sono sempre a fianco del semplice cittadino per fare rispettare i suoi diritti. 

Di Gabriel Nikundana

Gabriel Nikundana