Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Perù, «come stai»?

Un breve racconto dal paese latinoamericano

In questi mesi, il paese andino è stato sulle prime pagine a causa della durissima repressione del presidente Alan García contro le popolazioni amazzoniche insorte a difesa dei propri territori. In questo racconto di Wilfredo Ardito, una classe di bambini peruviani parla del proprio paese e dei suoi problemi. Con una sorpresa finale…

«José Gabriel lascia il computer che adesso arriva l’autobus e non hai fatto ancora colazione!», disse la mamma, mentre apriva il microonde per servire il succo di arancia che aveva riscaldato. 
«Mamma, soltanto un momento, che sto per battere il mio amico tibetano!».
«Ma lascialo stare!  Lo sai che a quest’ora lui va a letto!».
José Gabriel ingurgitò la colazione in fretta e furia. Un momento dopo suonò il campanello, che il papà aveva programmato con la musica di Star Trek. Si avvolse nella giacca termica acquistata al Saga Falabella di Sicuani (1):  fuori c’erano sei gradi sotto zero. Si mise il cappello di alpaca e, dopo aver salutato la mamma, corse al pullman.
 «Allinllachu?» (2), disse  l’autista, Richard Quispe.  Quando nacque lui, nei primi anni del secolo XXI, ancora erano di moda fra i contadini i nomi in inglese. 
 L’autobus continuò per la strada in mezzo alla puna (3), fermandosi presso altre case per fare salire i figli dei contadini. 

Siccome era ancora presto, José Gabriel ebbe tempo per giocare una partita di basketball nel ginnasio e lavarsi la faccia con acqua calda prima della lezione iniziale.
Nell’aula  appese la sua giacca all’attaccapanni, che si trovava a un’altezza adeguata per bambini di 8 anni. 
Fra tutte le facce andine dei suoi compagni si staccavano due bambini bianchi, che erano venuti da Lima per un programma di intercambio. Così potevano migliorare il loro quechua e anche approfittare di due o tre mesi di sole, nel periodo in cui sulla costa il cielo è sempre coperto.
La prima lezione era Storia peruviana.  Parlando in quechua, l’insegnante ricordò ai bambini il loro compito:  «Avete fatto la ricerca sulla vita al tempo dei vostri genitori?».
«La mia mamma ha detto che a quel tempo non c’era il riscaldamento», disse José Gabriel.
«Neppure energia elettrica o solare», disse Kusi, che sedeva accanto a lui.
«Non c’erano bagni nelle case», aggiunse Cahuide.
«Ne autocarri che portavano via la spazzatura», precisò Ollanta.
«Ma che schifo!», esclamò la piccola Chaska, con una espressione tanto disgustata, che tutti gli altri scoppiarono in una risata.
«Tutto questo è vero, bambini – spiegò la maestra -. La vita era molto difficile a quei tempi…  Ma tutti i peruviani soffrivano tanto?».
«No, assolutamente – rispose Inti, il più bravo della classe -. A Lima e in altre città della costa c’era gente che viveva molto meglio.  Alcuni avevano in casa anche la donna di servizio proveniente dalla sierra e che veniva trattata molto male». 
«Sì, quelle donne dovevano sempre chiamare i padroni “señor” o “joven” e parlare sempre con “usted”», aggiunse José Gabriel, usando quelle parole in spagnolo. 
 «Io sono andato al “Museo della segregazione” alla spiaggia di Asia (4) ed era molto interessante», intervenne Sinchi, uno dei bambini di Lima, pronunciando con precisione i suoni più difficili della lingua quechua. 
«I  visitanti dovevano mettersi addosso dei grembiuli bianchi o blu per poter capire come lavoravano le donne di servizio». 

Tutti i bambini si misero a chiacchierare sull’ ultima volta che erano andati in vacanza al mare, a Asia, Camanà o Paracas. Finché l’insegnante chiese loro di tornare attenti:   «E i vostri genitori vi hanno raccontato come erano le scuole?».
«Non c’era acqua calda o carta igienica nei bagni», disse Ollanta.  
«A volte non c’erano i bagni», aggiunse Ayar.
«I miei dicono che dovevano camminare parecchie ore per arrivare alla scuola, ma deve essere una bugia.  Sarebbero morti con tanto freddo!», borbottò Huáscar.
«Anche i miei hanno detto questo», disse Kusi, sorpresa. E aggiunse: «Ma,  è vero che non c’era l’autobus della scuola?». 
«Se questo è vero, erano proprio scemi! – esclamò Cahuide -. Invece di camminare potevano rimanere in casa a seguire le lezioni collegati ad internet».
«Non c’era internet nelle case a quel tempo!», si burlò Inti. Seguì una risata generale.
«Una domanda, maestra – intervenne Micarnela, la bambina limeña -. Ho sentito dire che a quel tempo c’erano delle “scuole private”.  Cos’erano?».
«Erano scuole dove le famiglie con più danaro pagavano per dare ai loro figli una migliore educazione – spiegò l’insegnante -. A quei tempi si doveva pagare per molte cose, anche per le medicine in ospedale». 
Ogni volta che arrivava a questa parte della spiegazione, la maestra sapeva che nella classe sarebbe calato il silenzio e che tutti i bambini sarebbero rimasti a bocca aperta. 
Nessuno voleva dire quello che tutti pensavano. Dopo alcuni minuti, Cahuide ebbe il coraggio di parlare:  «… E per chi non aveva i soldi, cosa succedeva?».

Non c’era bisogno di risposta.  Tutti avevano capito. «Quello che io non riesco a capire – disse José Gabriel -, è perché a Lima si sprecava tanto danaro in cose che non servivano a niente, ma a quella gente non interessava che qui i contadini morivano di fame o di freddo». 
«Signorina, come mai le cose cambiarono?», chiese Kusi.
«Perché adesso tutti ci trattano come esseri umani?», continuò Huáscar. 
«Cosa successe?», insistette Cahuide.
«Ma perché piange?», domandò Chaska, vedendo che una lacrima scendeva lungo la guancia della maestra. 
«Bambini, piango perché ricordo tutto quello che soffrivamo senza che a nessuno importasse».
O forse la maestra piangeva, perché lei e i suoi bambini sono soltanto parte di un racconto di un Perù del futuro, che non si sa quando potrà tradursi in realtà.  

Di Wilfredo Ardito

Note:
(1) Saga Falabella, di proprietà cilena, è uno dei principali negozi di vestiti di Lima, con prezzi molto elevati.  Vende anche i prodotti di Benetton. Sicuani è una piccola città delle Ande, molto lontana da questo tipo di negozi.
(2) «Stai bene?», in lingua quechua.
(3) La puna è la parte più fredda delle Ande, ma dove ancora è possibile abitare, fino a 4.000 metri di altitudine.
(4) Asia è una città di villeggiatura, 100 chilometri a sud di Lima, dove oggi vanno soltanto i peruviani più ricchi, quasi tutti bianchi.  Ad Asia, è vietato (!) alle donne di servizio accedere al mare. Di solito, i bambini delle Ande non conoscono il mare.

Wilfredo Ardito