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L’anno del vento

Antropologia culturale / Cosa resta della celebrazione del «capodanno maya»

La società civile guatemalteca promuove un ritorno alle tradizioni. Ma la gente sembra aver dimenticato i riti pubblici. Colpa della dominazione spagnola e di 36 anni di guerra civile.  Come l’attesa del nuovo anno, che prevede 5 giorni di riflessione. È iniziato l’anno del vento,
ovvero respirazione, movimento, che fa girare la terra, alimenta la vita.

Nebaj. Esiste il calendario dell’antico Egitto, quello romano, quello cristiano così come quello musulmano, e infine esiste il calendario maya. A dire il vero sarebbe più corretto parlare di calendari maya visto le sottili differenze nei nomi e nelle date che esistono in corrispondenza ai vari stati in cui il popolo maya era diviso nell’area centroamericana prima dell’invasione spagnola.
Cosa accomuna però tutte le tradizioni maya è la visione del tempo e il suo legame con fenomeni naturali. I maya consideravano il tempo come un qualcosa senza né inizio né fine, per questo non hanno dato all’«anno uno» lo stesso significato di altri popoli, come i romani che iniziarono la loro cronologia a partire dalla fondazione di una città.
Per la cultura maya l’origine del calendario è strettamente ispirata all’universo e agli elementi naturali necessari per vivere: fuoco, terra, acqua e aria, oltre che ad alcuni simboli fondamentali, come la donna, il risveglio e la morte.
Il calendario maya è circolare, in accordo alla cultura ciclica che lo ispirava, mentre quello gregoriano è lineare. Inoltre si fonda sui cambiamenti cosmici e non sulla misurazione del tempo. L’aspetto sorprendente è la precisione di questo calendario, che creato in accordo ai movimenti del sole, aveva calcolato la durata dell’anno in 365, 2420 giorni, l’approssimazione più perfetta elaborata dall’umanità fino all’epoca dello sviluppo di sistemi tecnologici e informatici.

Un nuovo anno

Il 21 febbraio a Nebaj, cittadina di circa 20.000 abitanti situata nel dipartimento del Quichè, centro dei massacri inflitti alla popolazione indigena maya durante il conflitto armato e cuore della tradizione maya ixil (pronuncia iscil)  ha accolto l’anno 5125.
Chi si aspettava una celebrazione rumorosa, appariscente e molto partecipativa ha dovuto fronteggiare una certa delusione. Il capodanno maya, ci spiega Ana Laynez Herrera, guida spirituale appartenente al gruppo indigeno ixil, è un evento interiore, sacro. «Per accogliere il nuovo anno ci prepariamo con cinque giorni di riflessione, di purificazione: si tratta del wayeb, il periodo di transizione tra un anno e l’altro».
L’associazione Fundamaya, organizzazione guatemalteca impegnata nella promozione dei diritti umani e la salvaguardia delle tradizioni maya, ha sostenuto una celebrazione più ufficiale, simbolica, quasi per ricordare e mostrare alla gente che la cultura maya esiste ancora e non deve essere perduta.
Quello che sembra però stonare è un marcato senso di vuoto alla cerimonia. La gente partecipa, segue il rito di benvenuto al nuovo anno, ma alle semplici domande di turisti e curiosi, su quale sia il significato più profondo dell’atto o perché si usano determinati colori di candele piuttosto che elementi naturali, non sa rispondere.
La sensazione è quasi quella che si ripetano gesti che sono diventati automatici ma dei quali non si ricorda il valore. Conferma la riflessione Carolina, antropologa tedesca che da oltre tre mesi sta portando avanti una ricerca nell’area ixil: «La dominazione spagnola e la guerra civile (durata dal 1960 al 1996, ndr) hanno minato fortemente le tradizioni maya, arrivando quasi a cancellarle. Oggi varie organizzazioni stanno lottando per riprendere abitudini indigene che sono state dimenticate da molta gente, specie la nuova generazione.
La mia opinione è che questi tentativi possano correre il rischio di irrigidire e schematizzare troppo cerimonie che originariamente, per i maya, erano sentite come qualcosa di naturale, strettamente connesso al ciclo della vita e della natura.  Le guide spirituali in origine non seguivano schemi così fissi nel celebrare i riti, né bisognava convocare la gente per riunirsi ad assistere».

Lo spirito del vento

Il calendario maya si struttura in 18 mesi di 20 giorni ciascuno ai quali si aggiunge il periodo di transizione di 5 giorni. Ogni nuovo anno si definisce sulla base di un nahual reggente, ovvero un elemento sacro protettore che corrisponde alla simbologia religiosa dei maya e che imprime determinate caratteristiche al periodo che «protegge». 
L’anno corrente, il 5125, inaugurato il 21 febbraio scorso, si presenta sotto la carica del Iq. Iq simboleggia lo spirito del vento, il fulmine, la tempesta, le correnti e la purezza del cristallo. Ana Laynez interpreta il nahual entrante non tanto come un fenomeno meternorologico quanto piuttosto come l’anima vitale:  «Vento nella cosmovisione maya significa aria, movimento, respirazione. È ciò che alimenta la vita, che fa girare la Terra, muovere le onde del mare e le foglie degli alberi. Siamo entrati nel periodo 10 Iq, è un periodo pari, questo ci garantisce che le forze del nahual saranno piuttosto equilibrate, non ci aspettiamo grandi disastri o squilibri».
 L’Iq ha preso il posto al protettore anteriore che era il 9 Noj, rappresentante la saggezza, il pensiero e la riflessione. Il passaggio da un nahual all’altro è contrassegnato appunto dai giorni  «senza nome o wayeb», in cui ci si dedica alla purificazione e alla preparazione per accogliere quello nuovo. Così dal 17 al 21 febbraio, in varie forme, in Guatemala, le guide spirituali maya si sono ritrovate per riflettere e fare un bilancio dell’anno terminato.
Le celebrazioni più vistose sono avvenute nei luoghi sacri importanti, presso le rovine maya, come a Iximché, vicino Tecpan, dove la cerimonia è stata convocata e organizzata dal ministero della Cultura, la Commissione presidenziale contro il razzismo e varie associazioni indigene.

«Grande cambio» in vista

Aspettando l’anno 2012 e il grande cambio preannunciato dalla fine del quinto ciclo del sole secondo la visione maya, restano molti i dubbi sulla capacità e la forza della cultura indigena maya di resistere e conservarsi, ma soprattutto di sapersi riadattare a una società che per secoli ha voluto cancellarla sotto le bandiere della conquista spagnola, delle chiese (cattolica e evangelica), e poi della dittatura militare. Questa ha creato nel paese una profonda confusione, o forse, un vuoto di sapere. 

di Ermina Martini


SIMBOLI
E SACERDOTI

La cerimonia maya solitamente si svolge in un luogo sacro ed è una celebrazione di ringraziamento delle forze della natura: Kab’awil (dio) è l’universo e si manifesta nella dualità, per questo ci sono giorni buoni e giorni cattivi, perché Kab’awil rappresenta due energie opposte. Le cerimonie, cornordinate dalle guide spirituali, sono caratterizzate dalla presenza di un fuoco centrale e iniziano sempre con il saluto ai quattro punti cardinali per seguire con l’offerta di vari elementi quali resina, petali o fiori, mais, acqua per invocare la protezione del dio e degli antenati.
Nell’area di Nebaj, in Quiché, esistono circa 350 guide spirituali. Le guide possono essere uomini o donne, ma l’importante è che la dote per essere «tatas» e «nanas» non si può acquisire o imparare, è innata.

Spesso si manifesta in giovane età in sogno, con simboli rappresentanti il volo, come varie specie di uccelli. È necessario l’appoggio di una guida spirituale già formata per coltivare le doti e aiutarle a manifestarsi. Durante le cerimonie le guide spirituali si riconoscono perché si coprono il capo con un tessuto, spesso di colore bianco, e impugnano un bastone simbolico.
Se un tempo «tatas» e «nanas» vivevano delle offerte che ricevevano per il servizio che prestavano nelle comunità oggi invece si trovano in difficoltà e devono svolgere altre attività per sostentarsi. Vari progetti di salvaguardia delle tradizioni indigene appoggiano l’attività delle guide, forse in parte snaturando la loro funzione, ma quanto meno ne garantiscono una formale esistenza.         

Ermina Martini

Ermina Martini