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Prigionieri delle montagne

Viaggio in un paese quasi… senza storia

Nato artificiosamente 80 anni fa come una delle 5 repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, dichiaratosi indipendente nel 1991, il Tagikistan
è da sempre uno stato povero, con scarse risorse e difficoltà di comunicazione. La crisi economica mondiale ne aggrava la situazione.

Occorre molta determinazione per arrivare fino a qui, in Tagikistan. Montuoso per il 93% del territorio, alla fine di tutte le strade, una specie di budello, non ci si capita per caso né lo si attraversa di passaggio verso altre destinazioni. Unici accessi non montuosi sono dall’Afghanistan e Uzbekistan, due frontiere difficili, per ragioni diverse; via aria i voli sono pochi e costosi.
Anche muoversi al suo interno è impresa non da poco. Non appena la neve comincia a scendere, la circolazione sugli alti valichi s’interrompe e il paese si spezza in tre parti: la regione sud occidentale con al suo centro Dushanbe, quella di Khujand al nord e il Goo Badakhshan a oriente. Tutte queste regioni sono facilmente accessibili da territori che stanno al di fuori dei confini nazionali, ma al loro interno si trovano divise da poderose dorsali montane.
Quando nel 1895 l’impero russo e quello britannico arrivarono finalmente a un accordo sul confine in Pamir tra le loro rispettive zone d’influenza, si stabilì che esso dovesse seguire il corso del fiume Pianj: la riva destra con il Badakhshan e la provincia orientale dell’Emirato di Bukhara rimaneva sotto protettorato russo, quella sinistra avrebbe fatto parte dell’Afghanistan sotto protettorato inglese. Ma proprio sulla bassa riva sinistra correva la strada di collegamento tra l’est e l’ovest del Badakhshan, che in tal modo rimase in territorio afghano. Una strada alternativa attraverso i monti fu costruita solo nel 1940.
Allo stesso modo, il naturale collegamento tra Dushanbe e Khujand, le due città principali del Tagikistan, passa per la pianura uzbeka. Questo è il percorso che segue la ferrovia. Volendo rimanere all’interno del territorio nazionale si è costretti a valicare i due passi di Anzob (3.372 m.) e Shahristan (3.351 m.). Bisognò aspettare fino al 1935 per avere una strada vera e propria che s’inerpicasse fino a quelle altezze, prima c’erano soltanto mulattiere.
Come nasce un paese…
improbabile
Prima dell’epoca sovietica il Tagikistan non era mai esistito come formazione politica indipendente; questi territori avevano sempre costituito la periferia di stati i cui centri erano o nelle pianure irrigue a nord delle montagne, o negli altopiani a sud. Solo a metà degli anni ‘20 esso fu costituito come entità amministrativa, quando il governo bolscevico decise di dare un nuovo assetto ai governatorati del Turkestan e della Steppa, assegnando un proprio territorio a ogni popolo presente all’interno dell’ex impero zarista. Nacquero così, inizialmente, tre repubbliche socialiste, che presero il nome di altrettante etnie: Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan; al loro interno furono, poi, disegnate delle regioni autonome per le etnie considerate minoritarie.
Così facendo si applicava un principio astratto a una realtà non corrispondente: il concetto di nazionalità era del tutto estraneo alla storia, alla religione, alla cultura dei popoli centroasiatici. In Asia Centrale non c’erano mai state nazioni, ma entità statali multietniche, dove la consapevolezza etnica era inesistente; il senso d’identità era dato dall’appartenenza a una famiglia estesa, o a un clan, e dalla comune fede islamica. Il principio base di distinzione dei gruppi era lo stile di vita nomade, o sedentario: nomadi erano i kazaki, i turkmeni, i karakalpaki, i kirghizi, tutti popoli di origine turco-mongola; sedentari erano gli uzbeki turchi, che avevano col tempo abbandonato le proprie tradizioni nomadi, si erano sedentarizzati e vivevano da secoli in strettissimo contatto con i tagiki iranici, gli abitanti originari della regione e sedentari da sempre.
Dividere questa regione in base a criteri etnici, in cui gli stessi interessati faticavano a riconoscersi, era impresa impossibile, che scontentò molti e lasciò ampie fette di popolazione al di fuori dei nuovi confini nazionali. Ci fu a chi andò bene, come agli uzbeki, o benissimo, come ai kazaki, e a chi toccò una fetta troppo piccola, come ai tagiki, che videro i loro principali centri di cultura, le città di Bukhara e Samarcanda, rimanere in territorio uzbeko.
Alla regione autonoma del Tagikistan, ritagliata nel 1924 all’interno della repubblica dell’Uzbekistan, andarono la provincia orientale dell’ex emirato di Bukhara, la più arretrata e remota, e il Pamir. In mancanza di meglio, assurse a dignità di centro amministrativo un villaggio, poco più di un centinaio di case d’argilla lungo la strada carovaniera per Samarcanda, sede di un mercato che si teneva il lunedì: Dushanbe in tagiko significa, appunto, lunedì.
Nel 1929 il Tagikistan si staccò dall’Uzbekistan per diventare la settima Repubblica socialista sovietica. Essendo quasi interamente montuosa, per renderla economicamente più agibile in quell’occasione vi fu inglobata la città di Khujand e una fetta di pianura circostante, appartenute in precedenza all’Uzbekistan.
rischio disintegrazione
Finché esistette l’Urss, questa strana repubblica poté godere il vantaggio di trovarsi all’interno di uno stato multietnico che, di fatto, ricreava le condizioni originarie. I confini erano esclusivamente amministrativi e in nessun modo poteva essere tagliato il cordone ombelicale con le altre parti dell’Unione. Per andare a Khujand si saliva sul treno a Dushanbe, si faceva un tratto in Uzbekistan, poi in Turkmenistan, ancora in Uzbekistan e si rientrava in Tagikistan. Nessun visto, né dogana.
Inserito nel sistema economico dell’Unione, poco importava che non ci fossero riserve energetiche proprie e scarseggiassero i terreni agricoli: il gas vi era portato dall’Uzbekistan, il grano dalla Russia e dal Kazakistan. Furono impiantate industrie che potevano funzionare solo in un ambito interrepubblicano, come l’enorme fabbrica d’alluminio di Tursunzadè, una delle più grandi dell’Urss, dove la materia prima arrivava da altre repubbliche. Inoltre, come zona montana e depressa, il Tagikistan riceveva consistenti sovvenzioni federali.
La fine dell’Urss significò la brusca interruzione dei canali linfatici che tenevano in vita la repubblica, la quale si ritrovò a dipendere totalmente dai vicini, senza via d’accesso, senza energia, senza cibo. Tutti i vizi che stavano all’origine del suo concepimento furono d’improvviso evidenti: isolamento, scarsità di risorse agricole ed energetiche, frammentazione del territorio e difficoltà delle comunicazioni intee.
Le conseguenze della fine del sistema sovietico sono state molto più gravi che in tutte le altre parti dell’Unione. Il Tagikistan dovette affrontare una guerra civile che rischiò di mandarlo in frantumi, col nord pronto alla secessione e quasi imprendibile dietro a due poderosi bastioni montani; il Badakhshan pericolosamente isolato. I tagiki considerano un miracolo che la loro repubblica continui a esistere.
Sono passati 12 anni dalla fine del conflitto. Il Tagikistan di oggi è un paese tranquillo, dove gli orrori della guerra sembrano ormai appartenere al passato. Nel presente, però, rimane tutto il resto.
paese ricattato
A sei anni dalla mia prima visita in questo paese i segni di un miglioramento delle condizioni di vita sono ancora esigui. Non credo si possa annoverare tra di essi la comparsa di una sporadica edilizia di lusso, per non parlare del gigantesco palazzo presidenziale, ufficialmente chiamato Palazzo del Popolo, con evidenti segni di megalomania, in un’ampia area nel centro della capitale; sono, piuttosto, segni di una ricchezza proveniente dai profitti illeciti del traffico di droga, o dall’uso irresponsabile delle risorse nazionali. È noto che il presidente e membri della sua famiglia controllano i settori più produttivi dell’economia tagika.
Per la stragrande maggioranza degli abitanti l’esistenza continua a essere molto dura e la dieta giornaliera rimane a pane e tè. Anche se dal 2000 il Pil tagiko ha segnato una crescita dell’8-10% annuo, rimane molto inferiore agli ultimi anni sovietici. Inoltre, tale crescita, più che da un equilibrato sviluppo economico, è in buona parte motivata da fattori estei: la ripresa, dopo la cacciata dei talebani, del traffico di droga dall’Afghanistan, che ha nel Tagikistan uno dei maggiori canali di esportazione, e il boom economico in Russia e Kazakistan, che ha assicurato maggiori possibilità d’impiego ai lavoratori stagionali provenienti dalle ex repubbliche sovietiche. Si calcola che circa un milione di tagiki lavori in questi due paesi e che le loro rimesse alle famiglie costituiscano circa il 40% del Pil. Ciò fa sì che nel paese circoli parecchio denaro non prodotto da attività svolte al suo interno.
Girando per negozi e bazar di Dushanbe, ho subito notato che i prezzi dei beni, anche di prima necessità, erano del tutto sproporzionati agli stipendi medi di 30-40 euro. Si paga l’equivalente di due euro per un fascicoletto scolastico, un euro per un chilo di pomodori! Quando ho chiesto il prezzo di un biglietto aereo per Mosca, mi sono sentita rispondere che era valido solo per i due-tre giorni successivi, perché la quotazione era aggiornata di continuo secondo il prezzo del carburante.
La maggiore disponibilità di denaro nelle famiglie, grazie alle rimesse dall’estero, porta a una maggior domanda di beni di consumo, causando un aumento di inflazione e importazioni: quasi tutte le merci, infatti, passano dall’Uzbekistan, che impone alte tasse doganali, a cui si aggiungono i pedaggi non ufficiali estorti dalle guardie di frontiera. 
Ancora una volta, il Tagikistan paga il prezzo di una posizione geografica infelice, che lo rende dipendente per la sopravvivenza da uno stato confinante. Fino a quando la situazione in Afghanistan non cambierà e l’Uzbekistan rimarrà l’unico plausibile collegamento col mondo esterno, il Tagikistan sarà soggetto ai ricatti del vicino, che non perde occasione di far valere il proprio monopolio. È capitato che le autorità uzbeke abbiano deciso unilateralmente la sospensione, o la decurtazione delle foiture di gas; o che abbiano chiuso senza spiegazioni e senza preavviso tutti i posti di frontiera per più giorni. Un episodio del genere è accaduto alla fine dello scorso novembre, proprio durante il mio soggiorno nel paese.
dipendenza energetica
Il governo non assicura i servizi essenziali alla popolazione, eccetto l’istruzione pubblica, la cui qualità è in peggioramento per mancanza di risorse e per la fuga degli insegnanti dalla scuola, scoraggiati dagli stipendi troppo bassi. L’assistenza medica non è garantita; l’acqua non è potabile nemmeno nella capitale; i rifiuti non vengono raccolti: nelle strade in prossimità dei cassonetti si formano grossi mucchi di spazzatura cui di tanto in tanto gli abitanti danno fuoco. Nelle città l’illuminazione scarseggia e spesso viene a mancare: i più accorti si portano sempre appresso una pila tascabile.
A Dushanbe questo è stato il primo inverno in cui la foitura di energia elettrica è avvenuta con limitate interruzioni. Nelle città di provincia e nei villaggi, invece, l’elettricità viene erogata per 7-8 ore al giorno, mattino e sera. Da quando l’Uzbekistan ha ridotto drasticamente le foiture del gas, in tanti casi l’elettricità rimane l’unica fonte di riscaldamento, soprattutto nelle città.
Quest’anno l’inverno è stato relativamente mite, ma lo scorso anno il freddo fu feroce e i tagiki si ricordano con terrore di come tremavano nelle loro case gelate. Pur di ottenere un po’ di calore, gli operai della grande fabbrica di Tursunzadè trafugavano le scorie lasciate dalla lavorazione del minerale d’alluminio, che bruciano, sì, in modo simile al carbone, ma sono nocive e possono causare gravi malattie.
Le interruzioni dell’elettricità causano anche seri danni alle attività della gente: negli uffici si fermano i computer, nei laboratori le macchine e apparecchiature, gli artigiani smettono di lavorare, le pompe di benzina di erogare carburante.
Sembra un paradosso che un paese all’ottavo posto nel mondo per risorse idriche non riesca a far fronte al proprio fabbisogno di energia elettrica. Ai tempi sovietici per il riscaldamento si usava il gas e le centrali elettriche servivano in gran parte per alimentare l’industria. Da quando è diventato indipendente il Tagikistan non è stato in grado di finanziare da solo la costruzione di altre centrali. Per le grandi opere pubbliche è costretto a contare sull’aiuto di altri paesi.
Inizialmente aveva fatto affidamento soprattutto sulla Russia, che a tutt’oggi rimane per i tagiki il principale riferimento, per diversi motivi: le è riconosciuto un ruolo primario nella fine della guerra civile; è la meta privilegiata dei lavoratori stagionali; è il primo partner commerciale.
Da parte sua, la Russia ha in Tagikistan forti interessi strategici: innanzitutto quello di assicurare il controllo della frontiera afghana, da cui viene la minaccia del terrorismo islamico e del traffico di droga, che potrebbe avere un effetto destabilizzante su tutta l’area centroasiatica, per lei d’interesse vitale. Fino a poco tempo fa la frontiera era controllata dai militari russi; adesso ci sono i tagiki, ma i russi rimangono come consiglieri militari e mantengono nel paese un’intera divisione motorizzata.
Recentemente, però, altre potenze regionali hanno cominciato un’attiva collaborazione col governo tagiko e si stanno conquistando un importante spazio economico. Accanto alla Russia, che ha in cantiere le centrali elettriche di Rogun e Sangtuda 1 sul Vakhsh, ora anche l’Iran è impegnato nella costruzione di una centrale, quella di Sangtuda 2, sullo stesso fiume. Se completate esse potranno dare al Tagikistan una certa tranquillità energetica.
Oltre all’indipendenza energetica, è di assoluta priorità assicurare collegamenti permanenti tra le varie regioni, anche nella stagione invernale. Proprio in questo campo l’assistenza tecnica e finanziaria di Cina e Iran si sta rivelando preziosa. La prima sta costruendo un tunnel sotto il passo di Shahristan e una società iraniana ha da poco ultimato il tunnel Esteqlol (Indipendenza), sotto il passo di Anzob. In tal modo, tra qualche tempo sarà finalmente possibile viaggiare tutto l’anno tra le due maggiori città del Tagikistan.
è arrivata la crisi
Nel 2004 il Tagikistan ha festeggiato l’80° compleanno della capitale Dushanbe. È una città giovane, non molto estesa, con ampi viali, moltissimo verde e un’invidiabile cerchia di montagne a farle da contorno. Nonostante ciò, l’aria è densa per il fumo che sale dai roghi dei rifiuti non smaltiti dall’amministrazione cittadina. Solo il vento e la pioggia riescono a togliere il pesante odore di bruciato.
Il centro ha conservato la sua impronta staliniana, in cui predomina il neoclassico, lo stile ufficiale negli anni ‘30 del secolo scorso. Ci sono i palazzi governativi, l’imponente teatro dell’opera, la filarmonica, teatri di prosa, tutti quasi sempre chiusi. La fine dell’Urss ha avuto una pesante ricaduta anche sulla vita artistica e culturale della città.
In mancanza di altri luoghi d’intrattenimento, nei giorni di festa gli abitanti si ritrovano nei parchi cittadini. Le donne, giovani e meno giovani, indossano vestiti lunghi, dai colori sgargianti, con i fazzoletti a fiori calcati sulla fronte e annodati dietro la nuca; gli uomini, invece, hanno in prevalenza abiti scuri. Passeggiano in gruppi numerosi: amiche, amici, intere famiglie, molti con le macchine fotografiche, e si concedono qualche ora di distensione. Facce sorridenti: Dushanbe la domenica ha un sapore di normalità.
Ben diverse erano le facce dei passeggeri, per lo più uomini, che ho visto in aeroporto mentre m’imbarcavo per Mosca. Consegnavano i bagagli al check in e poi, con fare incerto come di chi non sa dove andare, finivano per accalcarsi davanti alla strettornia del controllo passaporti.
Mentre aspettavo il mio tuo, un ragazzo mi ha superato ed è andato a occupare un passaggio che doveva rimanere libero. Quando mi sono rivolta a lui per avvertirlo, ho visto i suoi occhi smarriti, la sua espressione timida e ho capito: quel ragazzo non aveva mai messo piede in un aeroporto, arrivava probabilmente da qualche villaggio e andava a Mosca a cercar lavoro per mandare tutti i mesi un po’ di soldi ai famigliari. Era lo stesso sguardo disorientato che adesso leggevo sulle facce di tanti passeggeri. Molti di loro lasciavano le loro case per cominciare un viaggio il cui esito era incerto, ma che certamente sarebbe stato pieno di fatica e umiliazioni.
Ai lavoratori stagionali in Russia spettano i mestieri più umili e duri. Ma questo è il male minore: spesso ricevono una paga molto inferiore a quella dei russi e può capitare che non la ricevano affatto, se non possono far valere un regolare contratto; il datore di lavoro sa che, anche se insolvente, resterà impunito.
La recente crisi, che ha colpito duramente anche la Russia, ha peggiorato la loro condizione. I cantieri, dove i tagiki e altri stagionali costituiscono tutta la bassa manovalanza, hanno cominciato a chiudere, lasciandoli senza paga e senza impiego. Molti saranno costretti a tornare; tra chi rimarrà la concorrenza sarà più dura e la paga scenderà ancora. Tante famiglie rischiano di perdere la loro unica fonte di reddito.
È così che la crisi finanziaria sta arrivando anche in Tagikistan, dove non ci sono né capitali, né borse. Sta arrivando veloce, a dispetto della sua lontananza e delle inaccessibili montagne. 

Di Bianca Maria Balestra

Bianca Maria Balestra