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Minoranze etniche: problema eterno

Intervista a mons. Peter Nguyen Van Nhon, vescovo di Dalat

I montagnard (montanari) come li chiamarono i francesi,
o nguoi dan toc (popoli etnici) come li chiama il governo,
o degar (figli delle montagne) come si definiscono
essi stessi, rappresentano una quarantina di gruppi aborigeni, sospinti dai vietnamiti nelle zone
montagnose del paese. In buona parte cristiani e da
sempre gelosi della loro libertà, sono stati oggetto
di persecuzione e continuano a subire abusi dei loro
diritti umani da parte del governo comunista.

Gioiello della regione degli altipiani centro-meridionali, Dalat è forse la più famosa città vacanziera del Vietnam: le acque del lago in cui si rifrangono le colline che la circondano, abitate da etnie di montagnard, ricordano più i paesaggi provenzali che non le giungle tropicali vietnamite. Non è un caso che furono proprio i colonialisti francesi a sviluppare questo centro montano, favorito da un clima unico e terreni fertili, soprannominandolo «La piccola Parigi» e dotandolo di una Torre Eiffel in miniatura.
Qui vive la più alta concentrazione di cattolici di tutto il Vietnam: un abitante su quattro è battezzato. Incontriamo Peter Nguyen Van Nhon, vescovo della diocesi, nella sua residenza in riva al lago Xuan Huong. Consacrato prete a 29 anni, dal 1991 regge la diocesi che lo ha visto nascere e crescere. Dal 2007 è anche presidente della Conferenza episcopale del Vietnam.

Monsignor Peter, vorrei iniziare la conversazione parlando della chiesa incontrata in Vietnam: mi è parsa molto più libera e indipendente da quella dipinta dai mass media in Occidente; confrontata poi con quella in Cina, l’autonomia che si respira qui è davvero sorprendente. È solo una mia impressione?
Non conosco a fondo la chiesa cinese per fare un confronto, ma è vero che oggi la chiesa cattolica vietnamita è piuttosto libera. Devo comunque anche aggiungere che forse lei ha visto solo una parte della realtà cattolica vietnamita, quella che, effettivamente, gode di una certa libertà nella vita religiosa. Nel Vietnam ogni diocesi vive una situazione differente a seconda dei rapporti tra i vescovi e i preti con le amministrazioni locali. Sulla base di queste relazioni, anche individuali, la situazione può cambiare radicalmente.

Mi è sembrato che i rapporti tra chiesa e amministrazioni locali si stratifichino su tre livelli distinti: un dialogo problematico con le amministrazioni del Nord Vietnam, un attrito in via di limatura con le amministrazioni delle province abitate da minoranze etniche, un confronto più aperto e vivace con le amministrazioni del Sud Vietnam.
In effetti è così. Nel Sud i rapporti sono più lineari e meno conflittuali, perché c’è sempre stata una costante presenza della chiesa all’interno della società. Nel Nord i rapporti sono problematici semplicemente perché si stanno evolvendo, dopo decenni di stasi. Nelle province delle minoranze etniche, invece, siamo ancora piuttosto lontani dalla risoluzione dei problemi e il dialogo è ancora problematico.

Ho visitato anche le chiese di Sa Pa e Kontum, dove di fatto la situazione è più critica che altrove, però mi sembra sostanzialmente migliore di quanto mi ero prospettato.
Ha ragione, la situazione di Sa Pa e Kontum forse è la peggiore di tutta la nazione. Lì i fedeli appartengono a minoranze etniche e i rapporti con il governo vietnamita sono sempre stati molto difficili.

Vuole dire che, più che per la convivenza ideologica, le difficoltà incontrate dalla chiesa in Vietnam derivano da una problematica sociale più profonda tra vietnamiti e etnici, che ha coinvolto anche la chiesa senza che questa ne fosse direttamente responsabile.
Sì, la chiesa ha ereditato una situazione già tesa che si è acutizzata in due fasi: una prima fase ideologica, secondo cui la religione è l’oppio dei popoli, e una seconda fase che si concretizzava in un rifiuto delle regole governative da parte delle minoranze etniche, specialmente negli altipiani centrali.

È l’annoso problema dei montagnard, oggi meno acuto di qualche anno fa, ma sempre presente nell’agenda dei diritti umani.
Penso che il cuore del problema stia nella diversità dello stile di vita e dell’ambiente in cui le culture tribali e Kinh (i viet) si sono sviluppate. Vede, nella foresta la società è molto più libera che nelle comunità più organizzate, come quelle in cui vivono i Kinh, i quali, dovendo organizzarsi in spazi più ristretti e delimitati, hanno bisogno di leggi che regolino la convivenza. I tribali, invece, non hanno bisogno di tali regole: la giungla permette loro di vivere in modo autonomo, ma il governo vietnamita, dovendo controllare le popolazioni etniche, ha imposto le proprie leggi. Questo non è accettato dalle minoranze etniche, che rifiutano l’imposizione legislativa e, quindi, il controllo delle autorità centrali.

C’è però il problema delle alleanze storiche tra montagnard e europei, continuato anche dopo la liberazione con il Fulro, movimento indipendentista appoggiato dagli Usa.
Durante la guerra sembrava che i montagnard accettassero l’influenza francese prima, e statunitense poi. In realtà i montagnard sono stati sfruttati dai colonizzatori francesi e dagli americani in funzione anticomunista. Dopo la fine della guerra, nel 1975, gli Stati Uniti rafforzarono il Fulro (Fronte unito di liberazione delle razze oppresse), ma non penso che qualcuno abbia mai veramente pensato che un movimento così piccolo e isolato potesse raggiungere gli obiettivi di indipendenza prefissati. Piuttosto, il Fulro serviva agli Stati Uniti per «disturbare» il Vietnam durante la guerra fredda. Oggi il movimento non esiste più, ma il nome è tuttora utilizzato dal governo vietnamita per identificare qualunque persona o gruppo che compiono atti illegali e criminali.

Tuttavia negli Stati Uniti esiste ancora una Fondazione montagnard guidata da Kok Ksor, che si prefigge, tramite la lotta armata, la creazione di uno stato montagnard.
Kok Ksor non è in grado di costituire una minaccia per il Vietnam. Non ha i mezzi finanziari, né armi e neppure gli uomini per organizzare una resistenza contro il Vietnam. Il suo è un movimento che non si è espanso al di là degli Stati Uniti e oggi, con la nuova collaborazione diplomatica e economica tra Hanoi e Washington, non penso abbia un futuro.

E la chiesa vietnamita, da parte sua, cosa sta facendo nel campo dell’inculturazione?
Lei è stato a Kontum e avrà certamente visto la cattedrale e il campus, costruiti secondo l’architettura montagnard. Penso che quello sia un tipo di inculturazione, ma non esiste solo quello, perché la chiesa si è impegnata in questo campo in tutto il Vietnam. Siamo nel paese da 500 anni e quindi abbiamo acquisito un’ottica vietnamita. Un esempio concreto di come la chiesa cattolica si sia fatta vietnamita, lo si può vedere a Ninh Binh, a un centinaio di chilometri da Hanoi, dove c’è la chiesa di Phat Diem, costruita secondo l’architettura del tempio buddista cinese a pagoda.

Oltre all’estetica e all’architettura, quali passi sono stati compiuti nel campo liturgico per innestarsi nella cultura locale?
Sin dai primi anni della loro missione, i gesuiti hanno tradotto le preghiere secondo i canoni letterari e musicali vietnamiti. Nelle zone tribali i preti cercano sempre di imparare le principali lingue etniche. Le assicuro che non è compito facile, visto che per molte popolazioni non esiste una lingua scritta. Anzi, tra i montagnard è stata proprio la chiesa a codificare la lingua scritta, pubblicando libri di letteratura, leggende, racconti, fiabe e di storia per evitare la morte delle culture più deboli. Inoltre nelle case vietnamite buddiste e taoiste esiste l’usanza di avere un altare. Questa usanza è stata mantenuta anche dalle famiglie cattoliche, nelle cui case si trova sempre un altare con la croce e la Sacra Famiglia. La stessa pietà filiale presente nella vita famigliare tradizionale vietnamita, viene tradotta nelle famiglie cattoliche in rispetto verso i propri genitori, che si traduce in un rafforzamento dei vincoli di parentela e di fedeltà coniugale.

Il Vietnam è stato diviso per due decenni. In che modo questa separazione ha influito sull’evoluzione della chiesa cattolica vietnamita?
Non c’è alcuna differenza nella fede, anche se dal 1945 al 1975 la vita dei cattolici nel Nord è stata durissima a causa della guerra. Viceversa, la chiesa del sud ha avuto un decorso storico meno critico e forse per questo è riuscita ad accettare con più facilità la spiritualità del Concilio Vaticano II. Devo però aggiungere che, sebbene il Vietnam fosse diviso in due parti tra il 1945 e il 1975, in realtà la chiesa era una. La diversità a cui lei accennava prima, non era una diversità nella fede, ma si rispecchiava unicamente nelle relazioni diplomatiche.

Dopo la liberazione e unificazione, i rapporti tra chiesa e governo hanno avuto due fasi: nella prima, tra il 1975 e il 1990, tali rapporti erano tesi, nella seconda si sono registrati segnali di apertura: come pensa evolverà il dialogo con Hanoi?
Nessuno può conoscere cosa ci riserverà il futuro, specialmente in un paese socialista. Nel 1986 è stata introdotta la doi moi (innovazione) ma da allora, e sono passati più di due decenni, molte cose sono rimaste immobili. In quanto cattolici dobbiamo continuare a dialogare con il governo socialista nello spirito del vangelo secondo il Concilio Vaticano II.

Quando non è possibile dialogare?
Talvolta abbiamo l’impressione che il dialogo stagni, è come se fosse una conversazione tra sordi; ma anche allora dobbiamo perseverare. Abbiamo imparato che nella storia ci sono tempi adatti al dialogo e tempi in cui invece il dialogo stenta a decollare.

Questo periodo come lo classificherebbe?
Oggi le opinioni della chiesa sono ascoltate dal governo.

Quindi potrebbe essere un periodo propizio per sviluppare rapporti diplomatici tra Vietnam e Santa Sede: come sono le relazioni tra il governo e la Conferenza episcopale vietnamita?
Possiamo dire che il governo è convinto che, se il Vaticano è il «capo» della chiesa cattolica, la Conferenza episcopale vietnamita non è altro che un organismo nato per realizzare i progetti del Vaticano in Vietnam. Secondo il governo la Conferenza episcopale vietnamita agisce come diretta emanazione del Vaticano.

Beh, la Conferenza episcopale vietnamita non potrebbe andare contro il Vaticano; ne nascerebbe un caso internazionale. Se non sbaglio la chiesa patriottica cinese è in rotta con la Santa Sede perché sottomettendosi alle direttive dello stato, si rende indipendente da essa.
Le faccio un esempio: quando ci sono state le manifestazioni ad Hanoi per sollecitare il rimpossesso dei terreni ecclesiastici confiscati dal governo vietnamita negli anni Cinquanta-Sessanta, i fedeli cattolici si sono riuniti per pregare pubblicamente con delle candele in mano. Immediatamente il governo ha voluto sapere se questa manifestazione fosse stata ordinata direttamente dal Vaticano o se fosse, invece, un’idea della chiesa locale. Quando si è dimostrato che il Vaticano non aveva in alcun modo organizzato il raduno, l’amministrazione vietnamita si è tranquillizzata e ha lasciato che i fedeli continuassero le loro dimostrazioni.

Parliamo della diocesi di cui è a capo: Dalat. Questa è una città completamente differente dalle altre in Vietnam: un centro montano costruito apposta dai colonizzatori francesi per le loro vacanze che è riuscito a mantenere un’atmosfera rilassante. Come si è svolto l’inserimento di Dalat nel mondo socialista dopo la liberazione? Faccio difficoltà a immaginarmi un regime duro e autoritario come lo è stato in altre parti del paese.
Dopo il 1975, per un decennio la situazione politica è stata dura e difficile. In questi anni la diocesi ha perso chiese, l’università cattolica è stata requisita, così come il Pontificio collegio Pio X e tutte le scuole primarie e secondarie gestite dalla chiesa cattolica. Ma è anche vero ciò che afferma lei, che a Dalat l’avvento del nuovo governo non ha imposto drastici cambiamenti come in altre regioni. Questo perché, nella regione il 25% della popolazione è cattolica, inducendo le autorità ad assumere un atteggiamento più aperto verso la chiesa.
Infine non dimentichiamo l’aspetto climatico, che influisce sul carattere della popolazione. Il clima di Dalat è considerato uno tra i più belli dell’intero paese. Per questo la città è sempre stata sede di università e di scuole. L’atteggiamento della popolazione si riflette in questo clima gentile e il fatto che vi sia un’alta concentrazione di istituti scolastici permette di avere un’elevata scolarizzazione. Forse anche per questo il governo di Dalat si è sempre mostrato tollerante sia verso la chiesa sia verso le minoranze. 

Di Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali