DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Intrecci di solidarietà

Italia

La storia di un lungo viaggio attraverso i sentirneri di carte bollate e di cavilli burocratici, raccontato da chi, per lunghi anni, è stata una presenza di consolazione nell’Ufficio di Pastorale Migrantes (Upm) di Torino. Un breve racconto a lieto fine, pieno di luci ed ombre, pregiudizi, paura, ma anche tanta tenacia e incrollabile speranza.

Conobbi Sandra nel luglio 2007; era venuta al nostro Centro, incinta di due gemelli, per chiedere un sostegno e un aiuto. Nigeriana, 28 anni di età, conviveva con un connazionale dal quale aveva avuto una bimba riconosciuta da entrambi.
Quando si trovò incinta di due gemelli, il convivente voleva che Sandra abortisse, ma lei rifiutò e lui se ne andò. 
La nuova vita che attendeva, per lei, donna africana, non poteva che essere portatrice di speranza e gioia: «La vita è di Dio e nessuno può toglierla», mi disse. Le sue convinzioni culturali e religiose non le consentivano di abortire. Per questo Sandra, ormai sola, con una bimba di due anni, al quinto mese di gravidanza, si rivolse al Centro Migranti.
Mentre si avvicinava la data del parto, oltre ai problemi della sopravvivenza si aggiunse anche quello dell’abitazione: doveva lasciare l’appartamento perché non poteva più pagare l’affitto!
Cominciammo le ricerche e, finalmente, trovammo per Sandra una sistemazione provvisoria, segnalando immediatamente il caso anche all’«Ufficio stranieri minori» del Comune di Torino che riuscì ad inserirla in una comunità nei dintorni del capoluogo: era il primo ottobre del 2007. Il 25 novembre, nacquero Daniel e David!
La gioia per la nascita dei bimbi fu grande, ma per Sandra i problemi si moltiplicarono: le era scaduto il permesso di soggiorno che aveva ottenuto a Brescia, dove aveva lavorato prima della gravidanza.
Incredibile, ma vero, per uno sbaglio nella compilazione dei moduli, la questura bresciana rifiutò il rinnovo. Si tentò il ricorso, ma l’avvocato non se ne interessò. I ricorsi costano e se non si possono pagare…! Tutto si arenò. Coinvolsi l’Ufficio Diocesano Migrantes di Brescia, che ci aiutò moltissimo, riuscendo a far accettare l’integrazione dei documenti.
Nel maggio del 2008, Sandra ebbe di nuovo tra le mani il sogno di ogni emigrante: il permesso di soggiorno, valido però solo fino a luglio del 2008.
Il rinnovo era condizionato dall’avere un lavoro sicuro, regolarizzato, che dimostrasse che l’interessata aveva un reddito compatibile per il mantenimento suo e dei figli: 10.300 euro all’anno, richiesto dalla legge.
Come poteva, questa donna nigeriana trovare un lavoro in breve tempo con tre bimbi, due dei quali di pochi mesi? Inoltre, di lì a poco avrebbe dovuto lasciare la comunità che la ospitava.
Furono momenti di desolazione per tutti. Dove e come trovare una struttura che accogliesse la famigliola, dal momento che era impossibile per la donna trovare un lavoro a tempo pieno, che rendesse diecimila euro? Dopo molte ricerche trovammo un’Associazione che se ne fece carico.
Ma il calvario di Sandra non era ancora finito. Purtroppo, la soluzione non fu ottimale per la carenza ed inefficienza nella gestione della struttura.
Sorsero altre difficoltà, sì da far pensare, che la cattiva sorte perseguitasse Sandra e i suoi piccoli. Il ritardo nel rilascio del permesso di soggiorno della questura di Brescia, generò un errore anagrafico nei documenti dei gemelli. Nati nel torinese, risultavano residenti in Nigeria, perché la madre è nigeriana e non aveva ancora la residenza a Brescia. Questo disguido impedì a Sandra di inserire i bimbi all’asilo nido municipale e di conseguenza di poter cercare e trovare un lavoro. L’irregolarità della sua situazione civile impediva anche all’assistente sociale di venirle incontro, visto che i quattro non risultavano residenti.
La situazione era veramente drammatica e Sandra era esasperata al punto da decidere di cercare qualcuno che portasse i bambini in Nigeria, presso la sua famiglia di origine, anche se poverissima, affinché lei potesse trovare un lavoro che le consentisse di vivere e di mandare parte dei soldi nel suo paese per il mantenimento dei figli. Cercai, senza sosta, un’altra struttura che potesse accoglierla e aiutarla. La Caritas di Asti rispose all’appello, capì la gravità della situazione e decise di farsene carico, accogliendo Sandra e i figli nella sua struttura: la sostenne e l’aiutò a risolvere i problemi burocratici negli uffici dell’anagrafe e in quelli della questura.
L’Associazione Amici Missioni Consolata di Torino da alcuni anni devolve un’offerta all’Ufficio Pastorale Migranti, per le donne in difficoltà; il mio pensiero corse immediatamente a Sandra, per cui presentai la sua situazione. L’Associazione accolse con entusiasmo e con tanta sensibilità la situazione di questa ragazza e se ne fece carico.
I vari interventi consentirono a Sandra di far fronte alle spese più urgenti per lei e per i bambini. Alcuni amici di Asti, poi, riuscirono a trovarle un lavoro, come badante, presso una famiglia. Anche qui, però, sorse una difficoltà: i datori di lavoro non volevano regolarizzarla. La regolarizzazione per Sandra era fondamentale, era la sola condizione posta dalla questura per poterle rinnovare il permesso di soggiorno.
Un intervento della responsabile della Caritas sbloccò la pratica e si riuscì ad ottenere la legalizzazione lavorativa. Per Sandra iniziò una nuova vita.
La nuova situazione le fece accantonare il progetto di rimpatriare i bambini. Inoltre, comprese che non era più sola, ma aveva una rete di persone, che Sandra chiama «famiglia allargata», che si occupava di lei e dei suoi figli.
La storia di Sandra è simile a quella  di centinaia di donne che si presentano al nostro Centro.
Quando la donna straniera non è guardata come «l’altra» o «la donna che sbaglia», quando c’è sinergia tra il pubblico e il privato e gli interventi di carità e di solidarietà s’intrecciano; quando sorgono persone disposte a dare voce a chi non ce l’ha, allora la speranza si riaccende e si comprende che un mondo diverso è possibile.
Dio, oggi come nei tempi antichi, sente il grido del suo popolo oppresso e sfruttato, se ne prende cura: lo libera, lo guida, lo protegge, lo consola e lo sostiene con la sua Provvidenza. Oggi, come ieri, non interviene da solo ma si affida a noi per continuare a compiere le sue grandi opere nello scorrere del quotidiano.

di Suor Maresa Sabena

Maresa Sabena