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Dialogo e libertà… controllata

Intervista al cardinale Pham Minh Man, arcivescovo di Ho Chi Minh Ville

Dal 1976, quando in Vietnam è stato instaurato il regime comunista, i cristiani sono oggetto di repressione; le tensioni sono ancora forti nel nord del paese. La chiesa reclama la restituzione delle migliaia di proprietà confiscate, ma il governo, l’8 gennaio scorso, ha chiuso definitivamente il discorso. Nel sud le relazioni tra stato e chiesa stanno migliorando, grazie anche al dialogo a oltranza perseguito dal cardinale Pham Minh Man, arcivescovo di Ho Chi Minh Ville.

L a stupenda casa coloniale che ospita l’arcivescovado di Ho Chi Minh Ville, inizia a tingersi di rosa quando i caldi raggi di sole dell’alba vietnamita pennellano l’aria circostante. Di fronte alla cancellata, un ritratto di Ho Chi Minh ricorda che il paese, pur irriconoscibile rispetto a 30 anni fa, è pur sempre una delle ultime nazioni a seguire un indirizzo ideologico socialista. È lo stesso cardinale Pham Minh Man ad accogliermi nel suo studio privato.
Classe 1934, Pham Minh Man ha trascorso gran parte della sua vita in Vietnam, sperimentando in prima persona gli orrori della guerra e le difficoltà che il paese ha dovuto superare dopo la liberazione. Nominato vescovo da Giovanni Paolo II nel 1993, alla guida della diocesi di Ho Chi Minh Ville dal 1998, è stato elevato al rango cardinalizio nel 2003.

Eminenza, nonostante il paese sia stato unificato nel 1976, lo sviluppo economico e sociale del Vietnam sembra procedere su due differenti binari. Immagino che anche con la chiesa cattolica, il governo mantenga due tipi di approccio, come dimostra la recente diatriba con l’amministrazione di Hanoi sulla restituzione dei terreni confiscati negli anni ‘50. È davvero così diverso il rapporto che la chiesa deve instaurare con le amministrazioni del Nord e del Sud Vietnam?
La difficile situazione al Nord è data da una mancanza di dialogo e dall’oggettiva difficoltà di cornoperare con le autorità delle regioni settentrionali, ancora sospettose della religione. Quando andammo nella visita ad limina a Roma, il papa Giovanni Paolo II, che aveva una grande esperienza di vita e di confronto con i regimi comunisti, ci disse di perseverare con il dialogo, raccomandandoci di essere sempre sinceri e franchi, in modo da cornoperare per lo sviluppo del paese e del popolo vietnamita. E questo è quanto cerchiamo di fare.

Di recente i media hanno ipotizzato una visita papale in Vietnam. Non le chiedo quanto siano fondate queste voci, ma vorrei sapere: il governo vietnamita sarebbe pronto a ricevere una visita del papa?
Posso rispondere sì e no allo stesso tempo, perché non tutti i membri del governo vietnamita hanno la medesima visione nel valutare una eventuale visita papale. Dipende dalle condizioni contingenti della situazione politica, sociale ed economica che vivrà il paese nel periodo in cui questa visita verrà proposta.

Questa continua ricerca di equilibrio di poteri all’interno del governo vietnamita mi permette di addentrarmi in un’altra domanda, più strettamente politica: la storica divisione della nazione vietnamita, non solo ideologica, ma anche culturale e religiosa, porta allo scontro di due fazioni che si dividono cautamente le cariche del potere per raggiungere un equilibrio più o meno precario: semplificando al massimo possiamo dire che i membri del governo originari del Sud fanno parte della fazione progressista, aperta ai cambiamenti, mentre i membri originari del Nord sono più conservatori. Quale fazione prevale attualmente?
Effettivamente all’interno del governo vietnamita c’è una parte di membri che vuole cambiare lo stato delle cose anche in modo non repentino, mentre un’altra ostacola questa visione. La supremazia dell’una o dell’altra fazione non è sempre così chiara perché il bilanciamento delle forze si basa sulla contrattazione sulla base del do ut des.

La politica dei paesi si ripercuote anche sullo sviluppo interno della chiesa locale; così, seppur vicine, la chiesa vietnamita si è sviluppata in modo completamente differente da quella cinese: in Vietnam, ad esempio, non esiste la chiesa patriottica.
Ho avuto l’opportunità di conoscere la chiesa in Cina e di avere scambi di opinione con fedeli e preti cinesi. Noi abbiamo già conosciuto la situazione che la Cina sta attraversando attualmente: prima degli anni ‘80 avevamo anche noi due chiese, anche se il contesto era differente. La chiesa cattolica in Cina è chiamata chiesa «sotterranea» perché non riconosciuta dal governo. Allo stesso modo anche noi, nel Nord del Vietnam, prima degli anni ‘80, avevamo una chiesa non riconosciuta, con vescovi e preti nominati dal Vaticano, ma che erano impossibilitati a esporsi in pubblico. Nonostante questo riuscivamo ad avere contatti con il Nord e quindi in qualche modo la chiesa vietnamita era una chiesa unita e completamente in comunione con il Vaticano.
La situazione era chiaramente più aperta e libera al Sud, ma dopo che nel 1980 la Conferenza dei vescovi vietnamiti riunificò la chiesa, anche al Nord i preti cominciarono a esporsi pubblicamente. Al Sud, grazie al Concilio Vaticano II, la chiesa cattolica ha sempre cercato di avere buoni rapporti con il governo, per cornoperare a ricostruire la società e per il benessere, sociale e morale, del popolo vietnamita. Forse è anche grazie a questo corso storico, che ci ha permesso di assorbire un’esperienza di apertura e di dialogo, che oggi al sud abbiamo un confronto meno turbolento che al Nord.

Eppure questo confronto non è sempre stato esemplare per i cattolici: negli anni ‘60, il presidente cattolico del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem, non è certo stato un esempio di virtù: non pensa che abbia nuociuto alla chiesa cattolica una figura di questo genere?
Non condannerei completamente Diem. In certi aspetti è stato un buon presidente. Gli uomini che lo circondavano forse non erano all’altezza.

Un buon politico dovrebbe però saper scegliere gli uomini giusti.
Su questo ha ragione e in tal senso non è stato un buon politico.

L’area di Ho Chi Minh Ville è un melting pot di religioni: cattolicesimo, evangelisti, protestanti, buddisti, caodaisti, Hoa Hao… Come cornoperate con tutte queste religioni?
L’unico modo attraverso cui possiamo cornoperare insieme è tramite le attività sociali. Ma fino ad oggi a tutte le religioni è stato proibito lavorare nel campo sociale. Due anni fa i vescovi vietnamiti sono andati a parlare con il presidente del Vietnam, chiedendogli di potere iniziare a svolgere anche opere sociali. Il presidente promise che avrebbe cercato di risolvere il problema. Lo scorso anno ci siamo incontrati con il primo ministro, ribadendo la nostra richiesta e pochi mesi fa ci siamo incontrati anche con il direttore dell’ufficio degli Affari religiosi, i cui funzionari sono venuti appositamente da Hanoi per incontrarmi. Ci siamo lasciati con l’intento di organizzare una riunione con tutti i rappresentanti delle organizzazioni religiose operanti in Vietnam. Verranno raccolte le intenzioni avanzate dalle diverse chiese, per portarle poi all’attenzione del primo ministro e ai ministri interessati alle singole proposte. La nostra speranza è che il governo permetta a tutte le organizzazioni religiose di operare anche in campo sociale: scuola, educazione, sanità… Purtroppo non sappiamo quando questo sarà possibile. La buona volontà sicuramente c’è, ma i tempi burocratici sono molto lunghi.

Eppure già oggi la chiesa cattolica a Ho Chi Minh Ville è coinvolta in opera a sfondo sociale con partner governativi o con organizzazioni straniere ufficialmente rappresentate presso il governo vietnamita.
Non la chiesa cattolica direttamente, ma individui appartenenti alla chiesa cattolica, che lavorano in questi campi a titolo personale. Abbiamo preti, catechisti e singoli fedeli che cornoperano con organizzazioni non governative o con enti sociali, ospedali, dispensari. Quando l’attuale presidente del Vietnam era sindaco di Ho Chi Minh Ville, mi scrisse una lettera, invitandomi a mandare religiosi presso i ricoveri per anziani gestiti dal governo. Sedici organizzazioni religiose hanno mandato più di 100 volontari che ancora oggi collaborano con le strutture governative.
Ora vorremmo aprire un centro in Ho Chi Minh Ville per curare le persone colpite da Hiv. Abbiamo comperato la terra, registrato il progetto e svolto tutte le pratiche burocratiche per iniziare la costruzione.
Ad Hanoi, la chiesa sta protestando per poter ottenere i terreni su cui costruire opere sociali; quanto è difficile per la chiesa del Sud ottenere i permessi per costruire, non solo opere sociali, ma anche chiese?
Qui al Sud è relativamente facile, ma ci vuole tempo. Abbiamo almeno otto nuovi luoghi in cui stiamo costruendo, o intendiamo costruire, campus, chiese, ospedali, dispensari. Almeno quattro diverranno parrocchie. Il numero dei cattolici sta aumentando rapidamente e abbiamo bisogno di nuovi centri di aggregazione. Abbiamo comperato degli appezzamenti di terra in aree che erano considerate depresse, isolate e abitate da povera gente. Oggi, con il forte sviluppo economico e imprenditoriale di questa città, tutte queste aree sono diventate o stanno per diventare nuovi centri residenziali.
Le voglio raccontare un fatto divertente: nel 1998 ero in un’area depressa e in 4 anni il numero dei cattolici era salito da poche unità a 400. Necessitavamo di una chiesa. Comprammo la terra e chiesi il permesso alle autorità, ma per un anno non ricevetti risposta. Nel 2004, una rappresentanza di fedeli della parrocchia mandò una lettera alle autorità locali, dicendo che volevano farmi un regalo molto speciale per i miei 70 anni: costruire una chiesa. Due mesi dopo un funzionario governativo contattò questo gruppo di fedeli, chiedendo loro dove avrei voluto celebrare la posa della prima pietra. Era il marzo 2004. Dissi loro che avrei voluto celebrare la messa prima della fine del mese: un periodo strettissimo per i tempi vietnamiti e non avrei mai creduto che potessimo ottenere i permessi necessari. E invece, con grande meraviglia di tutti, i permessi arrivarono e entro la fine del mese di marzo 2004 potei celebrare la posa della prima pietra. Partecipò una folla composta da più di 1.000 persone cattolici, buddisti, caodaisti, hoa hao. Le ho raccontato questa storia per dimostrare il grande potere di convincimento che la gente comune può avere verso il governo.

Da allora quali passi avanti sono stati compiuti?
Ora abbiamo comperato 20 ettari di terra in un’altra area per costruire con le suore di Madre Teresa un centro per malati di Hiv. Era un’area paludosa bonificata e una compagnia di Taiwan vi costruirà un nuovo quartiere. Hanno comprato questa terra per 3 dollari al metro quadro, rivendendola poi a 50 dollari. Oggi un metro quadro di quello stesso terreno vale 3 mila dollari. Noi l’abbiamo acquistato all’inizio, quando nessuno voleva comprarlo perché troppo isolato e lontano dalla città. La compagnia ci propose di comprare questo terreno per costruire un asilo, in modo da attrarre gente. «Se la gente vede che la chiesa cattolica costruisce un asilo, allora sarà più invogliata a venire ad abitare in questo nuovo quartiere» ci dissero. Oggi, dopo 10 anni, il nuovo quartiere è considerato un quartiere modello nel District 7. L’asilo ha 300 bambini, mentre ogni domenica alla messa assistono circa 200 persone, di cui almeno 150 sono colf immigrate dalle regioni settentrionali.

E il governo come giudica questo espandersi della chiesa cattolica?
È stato favorevolmente impressionato da questa nostra presenza, tanto da concederci il permesso di costruire non solo un asilo e chiesa, ma una vera e propria missione che scaturisca dai bisogni della gente.

Pensa che questa visione favorevole dell’impegno sociale della chiesa da parte delle autorità del Sud, possa favorire il dialogo anche in settentrione?
Nel Nord c’è molta più difficoltà per diverse ragioni: il governo è tradizionalmente meno aperto alle innovazioni e la chiesa del Nord non ha sufficienti preti.

Come vede la chiesa vietnamita in un prossimo futuro? Sarà possibile avere in Vietnam missionari stranieri?
Le confido un segreto che sanno tutti: oggi in Vietnam ci sono già molti preti stranieri. Ovviamente non sono presenti sul territorio in forma ufficiale, ma tutti sanno che ci sono, anche gli stessi funzionari del governo. Lavorano nell’educazione e sanità, alcuni sono studenti di lingua vietnamita, altri cooperanti.
Le racconto un aneddoto. Durante l’ultimo conclave, il primo giorno ci sedemmo per cenare e di fronte a me, per puro caso, c’era il futuro papa; alla mia sinistra due cardinali statunitensi, tra cui quello di Chicago, Francis George che, quando seppe che ero vietnamita, mi svelò che due suoi religiosi erano in Vietnam, naturalmente in veste non ufficiale. Risposi che in Vietnam c’erano molti religiosi dall’Europa, Canada, Usa, Australia, Giappone. Solo a Ho Chi Minh Ville ce ne sono almeno 40 in veste non ufficiale. Allora Francis George mi disse: «Penso che la polizia sappia chi siano veramente, ma chiude un occhio». Risposi: «La polizia nel mio paese non chiude mai gli occhi, neppure quando dorme».

Son convinto anche io che il governo sappia che e quanti siano i religiosi «camuffati» in Vietnam. Secondo lei come mai non li espelle?
Perché i tempi sono cambiati e sono cambiati anche i politici. Prima il governo vedeva la chiesa cattolica come un avversario politico e sociale. Oggi, invece, la vede come un partner con cui può cornoperare per costruire il bene del paese.  

Piergiorgio Pescali

scheda biografica

N ato nel 1934 a Hoa Thanh, nella diocesi di Can Tho, nell’estremo sud del Vietnam, Jean-Baptiste Pham Minh Man compie gli studi secondari e la preparazione umana e spirituale nel seminario minore di Pnompenh (Cambogia) dal 1946 al 1954. Quindi viene inviato al seminario maggiore di San Giuseppe di Saigon (oggi Ho Chi Minh Ville) dove studia filosofia (1954-1956). Dopo un periodo di insegnamento nella scuola secondaria, nel 1961 riprende gli studi di teologia nel seminario maggiore di Saigon ed è ordinato sacerdote nel 1965 nella cattedrale di Cân Tho.
Giovane sacerdote insegna presso il seminario minore Beato Quy a Cai Rang (Can Tho), finché il vescovo lo manda, nel 1968, negli Stati Uniti per studiare presso l’Università di Loyola a Los Angeles. Rientrato nel 1971 in Vietnam, riprende l’insegnamento presso il seminario minore Beato Quy, fino al 1974.
Con la fine della guerra Usa-Vietnam (1975), la riunificazione del paese e l’estensione del regime comunista anche al Sud-Vietnam, il governo chiude o confisca alla chiesa strutture e centri per le attività pastorali, educative e caritative, come seminari, scuole, ospedali. In tale situazione, don Jean-Baptiste è incaricato della formazione sacerdotale. Dal 1976 al 1981 i seminaristi vengono formati insieme, secondo le limitate disponibilità di strutture; dal 1981 al 1988 sono distribuiti nelle parrocchie per completare la formazione, almeno dal punto di vista pastorale, con l’aiuto dei parroci e laici. Nel 1988, il governo concede di riaprire sei seminari maggiori in tutto il Vietnam e don Jean-Baptiste Pham viene nominato rettore del seminario di Cai Rang. Un incarico difficile a causa di concrete difficoltà: locali ridotti, mancanza di professori, anche perché dal 1975 nessun sacerdote può essere inviato all’estero per lo studio superiore delle materie ecclesiastiche.
Nel 1993 don Jean-Baptiste Pham è nominato coadiutore, con diritto di successione di mons. André Nguyên Van Nam, vescovo di My Tho. All’ordinazione episcopale sceglie come motto: «Come io vi ho amati». Nel 1996 si reca a Roma per la visita ad limina.
Nel mese di marzo del 1998, mons. Pham viene nominato vescovo di Ho Chi Minh Ville, sede vacante da tre anni. Nel 2003 Giovanni Paolo II lo eleva alla dignità cardinalizia. Oggi la diocesi da lui guidata conta 316 sacerdoti e 209 parrocchie, 646 mila laici iscritti a 16 grandi associazioni cattoliche.

Benedetto Bellesi


Piergiorgio Pescali