DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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A parte tutto: «grazie di esistere»

F come Forum: il Forum sociale mondiale è …

Abbiamo chiesto a quattro giornalisti, tutti stranieri, di scrivere la propria opinione sul Forum di Belém cui hanno partecipato in prima persona. Non mancano le critiche, ma tutti ne sottolineano l’utilità. E criticano l’indifferenza, la superficialità o la supponenza con cui i grandi media mondiali hanno guardato alla manifestazione.

Se la resistenza
al «pensiero unico» non è raccontata

La crisi mondiale e la resistenza dei popoli indigeni sono stati al centro dei dibattiti della nona edizione del Forum sociale mondiale (Fsm) in Belém nello stato del Parà, nell’Amazzonia brasiliana. Questa volta il Forum è avvenuto in un momento unico, dove la globalizzazione neoliberale, dominata dalla finanza libera da qualsiasi controllo pubblico, è in crisi e sta perdendo la sua egemonia. Allo stesso tempo, in Davos, il Forum economico mondiale riconosceva il fallimento e la miscredenza nei principali pilastri del sistema, dando così maggior fiducia al processo del Fsm iniziato nel 2001.
Un consenso sembrava attraversare la maggior parte delle discussioni in Belém: la crisi finanziaria globale deve essere pensata congiuntamente alle crisi energetica, climatica e alimentare. Le conseguenze del processo egemonico hanno generato una crisi di sostenibilità. È importante notare che, oltre le giornate di lotta e azioni globali, molte delle riflessioni realizzate nelle riunioni del Fsm sono trasformate in decisioni politiche. Nonostante i problemi nell’organizzazione, il bilancio finale è stato positivo. L’aspetto più importante è che, attualmente, l’Fsm continua ad essere una delle uniche proposte multisettoriali e inteazionali con un progetto alternativo emergente. In un mondo carente di iniziative, questo è un fatto straordinario. Rispetto alle prime edizioni, l’evento di Belém è stato segnato da una maggior radicalità nelle analisi e una maggior articolazione tra i movimenti. Vi è un consenso comune verso il fatto che la definizione di strategie di lotta sociale e politica, per il superamento della società del capitale, si fa più urgente. Non si tratta più di salvare il sistema, ma di risolvere i problemi dell’umanità cornordinando le forze per uscire da una grave situazione, o vi è la possibilità che non avremo futuro.
Una delle maggiori sfide ancora affrontate dal Forum è la sua comunicazione con il mondo.
Partecipare al Forum è una cosa. Ascoltare parlare del Forum da parte di altri e soprattutto dai grandi mezzi di comunicazione di massa è un’altra cosa. La contraddizione è il non riuscire a «comunicare» ciò che realmente succede nell’evento, proprio perché il Forum stesso è sorto come un’operazione di «controcomunicazione» di fronte al Forum economico. «Un altro mondo è possibile» e non solamente quello del pensiero unico di Davos. Nonostante la presenza di una grande quantità di giornalisti (4.500), l’Fsm è sempre meno «relazionato/descritto» dai grandi mezzi di comunicazione, che quando lo fanno, non raccontano ciò che dovrebbe essere raccontato, ma rimangono sull’aspetto folclorico che l’evento offre.
Per ora l’unica soluzione è valorizzare i media alternativi e la comunicazione che ogni partecipante fa nel suo circolo di appartenenza.


di Jaime Carlos Patias


Guardare oltre, guardare verso chi sta fuori

Mi guardo intorno, a Belém, e vedo una quantità straordinaria di progetti che fervono in tutto il mondo. Al Forum passano in tanti. Ci sono ideologie ormai sclerotizzate. Ci sono missionari cattolici che in Mozambico, Colombia o  Roraima fanno quello che lo Stato o il mercato o chi dovrebbe farlo non fa. Ci sono associazioni che partecipano attivamente nel definire la vita della propria città, della propria regione e perfino del proprio Paese. Ci sono città che praticano quella forma di democrazia e cittadinanza che è il «bilancio partecipativo». Ma tutto ciò non è argomento per riempire pagine di giornali. Sì, al Forum vi è anche folclore; sì, resiste anche un ideario/insieme di idee vecchio, logoro e consumato, ma ciò che mi sorprende è che questo evento, che coinvolge più di 130 mila persone, sia appena una nota di fondo nei telegiornali o una breve notizia nei giornali.
È vero anche che il Forum sociale mondiale è palco di contraddizioni. Dove si accumula immondizia, mentre si discute di un mondo più pulito. Dove ci sono automobili in eccesso, mentre si discute di un mondo più verde. E vi è la mancanza di portare le istanze del Forum fuori dai suoi territori: uscire dalla discussione per andare alla prassi politica, uscire dalla tenda per andare alla città. Oltrepassare i semplici slogan o la parola d’ordine facile è un compito più arduo di ciò che appare. Il Forum è cresciuto molto (133 mila partecipanti, più di cinque mila organizzazioni), ora è necessario crescere nel mondo. Guardare verso chi sta fuori, a lato, al margine. Capire che è necessario tradurre, negli intervalli tra i forum, la ricchezza dei sei giorni di dibattito.
Basta guardare al Forum sociale mondiale di Belém del Parà. La sua realizzazione è avvenuta in due campus universitari enormi, che obbligavano a camminare molto. Ma altro tipo di esercizio è stato mettere insieme alle università, i quartieri di Guamá e Terra Firme, che sono una immersione reale in questo Brasile di contrasti. Favelas immense e poveri al bordo delle strade avrebbero dovuto interpellare maggiormente coloro che hanno partecipato al Forum, per superare la frontiera che separava queste realtà.
«Un altro mondo è possibile», ricorda lo slogan del Forum…

di Miguel Marujo


L’Arca di Noè non è disponibile …

Davanti all’estesa superficie a specchio del fiume Guamá, si è sviluppato il nono Forum sociale mondiale. Il luogo è stato per se stesso un simbolo del proposito di un evento così singolare: «un altro mondo è possibile». La vastità delle acque, il verde e l’esuberanza delle foreste sono una novità impressionante e, allo stesso tempo, scioccante. La ricerca di un mondo senza miseria, senza sfruttamento, senza fame, senza violenza fisica, dove esista comunione, solidarietà, frateità, e rispetto dei diritti di tutte le persone senza distinzione, si scontra però con la più nera e gridante realtà della miseria, rispecchiata nelle favelas e nel commercio informale che pullula in questo paradiso terrestre.
L’Amazzonia è una enorme regione del pianeta, ricca di biodiversità dove, come qualcuno scrisse, «la vita scorre attraverso i fiumi, respira attraverso la foresta, canta attraverso gli uccelli, si dona attraverso i frutti, sogna, soffre e spera attraverso il cuore umano, parla e adora nelle diverse lingue dei popoli amazzonici». In Belém ci siamo sentiti parte del pianeta blu, più vicini gli uni agli altri. L’armonia della natura, ferita dall’uso e abuso senza regole e senza rispetto, penetra nella nostra pelle e denuncia la situazione privilegiata di pochi ottenuta al costo del sangue della maggioranza. Lo stato del Pará porta un carico di problemi drammatici – la deforestazione, l’inquinamento dei fiumi, la moltitudine dei poveri e degli sfruttati, dei Sem terra e altri -, ma la stessa sostenibilità del pianeta è pericolosamente posta a rischio. La minaccia è grande. Come ha allertato Leonardo Boff: «Oggi noi non abbiamo più l’Arca di Noè, che salva alcuni e lascia morire  quelli in eccesso. O noi salviamo tutti o moriamo tutti».
La presenza massiccia di forze di sicurezza nella città e nei locali del Forum non ha oscurato un clima caratterizzato dalla spensieratezza e da una contentezza facile e contagiosa. A Belém, si è respirata un’allegria spontanea e una comunicazione facile tra persone che rispecchiano l’incontro di razze e popoli, provenienti dai vari continenti. Si è formato un ambiente cosmopolita, in contrasto con il Forum di Nairobi, accentuatamente africano, sebbene ci fosse un’allegria e colore che nulla hanno da invidiare a Belém. Di entrambi questi eventi resta la sensazione che è necessario andare oltre la rotta del tanto agognato «altro mondo», che nel frattempo da «possibile» è passato ad essere «necessario e urgente».

di Elisio Assunção

Per la «differenza», contro l’«indifferenza»

La ragione di questo titolo deriva da una delle molte realtà che abbiamo sperimentato nel Forum sociale mondiale (Fsm) di Belém, cioè che è possibile una globalizzazione alternativa e che è possibile unire i movimenti sociali e le Organizzazioni non governative (Ong) per lottare per un mondo più giusto e solidale. È stato in questo contesto, che ho sentito e vissuto l’Fsm del 2009 come un’alternativa effettiva per affrontare le cause sociali, i problemi che preoccupano l’umanità in generale e i popoli che soffrono in particolare.
Il Forum è dunque uno spazio aperto di incontro per l’approfondimento, la riflessione, il dibattito democratico delle idee, per la formulazione di proposte, per il libero scambio di esperienze e per l’articolazione di azioni efficaci. È su queste basi che l’Fsm riunisce entità e movimenti della società civile, che si oppongano al neoliberismo e al dominio del mondo da  parte del capitale o di qualche forma di imperialismo. Ho verificato che un indefinito numero di movimenti sociali, popoli indigeni e Ong inteazionali sono impegnati nella costruzione di una società planetaria incentrata sull’essere umano. Tutti, a viva voce, hanno ricordato che non ha senso, oggi, vivere in un mondo con tanta disuguaglianza e indifferenza.
Dal Forum di Belém sono emerse, in vari pannelli di discussione, proposte che aiutano a dibattere su alternative per costruire una globalizzazione solidale. Ovvero una globalizzazione che, rispettando i diritti umani universali e l’ambiente, si appoggi su sistemi e istituzioni inteazionali democratiche al servizio della giustizia sociale, della uguaglianza e della sovranità dei popoli. Questo significa garantire a tutti gli abitanti del pianeta Terra l’applicazione dei diritti fondamentali, che cominciano con il diritto alla terra, a un tetto, alla salute, al lavoro e all’educazione. Per raggiungere questo obiettivo noi tutti dobbiamo lavorare anche per finanziare questi progetti.
Sono uscito da questo Fsm del 2009 con la speranza che ci sono elementi nuovi e ottimistici rispetto alle alternative. E perfino in termini di lotta, dato che, quello che era impensabile soltanto dieci anni fa, cioè unire in un unico spazio uomini e donne per discutere l’utopico, oggi è stato realizzato. In tutto il mondo abbiamo movimenti che, pur abbracciando il pianeta intero, hanno radici locali create attraverso le proprie lotte e propri sistemi di economia solidale. Partendo da questi soggetti locali stiamo costruendo un nuovo ordine internazionale, più flessibile, più ampio, nel quale i movimenti sociali e i movimenti di cittadini di tutto il pianeta abbiano l’opportunità di dimostrare all’Umanità che un altro mondo è possibile. Un mondo differente, ma contro l’indifferenza.

di Beardino Silva

J. Patias, M. Marujo, E. Assunçao, B. Silva