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Giocando si impara

Come prepararsi ad affrontare i disastri naturali

L’Ecuador è un paese colpito spesso dalle calamità naturali, come terremoti e inondazioni. Una Ong italiana ha lanciato una iniziativa originale: insegnare agli alunni delle scuole come affrontare tali disastri. La risposta dei giovani è stata entusiasta: un buon auspicio per il futuro del paese.

C’era una volta una terra sfortunata. Poche risorse e servizi, zero industrie, un unico lavoro (mal) retribuito che va per la maggiore, quello di bananero, coltivatore di banane. E, come se non bastasse, un clima impazzito, che alterna eruzioni vulcaniche, terremoti e terribili inondazioni, le più frequenti di tutte, che si portano via case e, a volte, persone.
Benvenuti nelle province di Los Ríos e Bolívar, Ecuador. Una zona geograficamente, più che altre, depressa, non troppo lontana dalla Cordillera Central delle Ande ecuadoriane, quella dove regna il vulcano attivo più alto del mondo, il Cotopaxi (con i suoi 5.897 metri e le almeno 50 eruzioni negli ultimi 300 anni), ma abbastanza da trovarsi in una zona tanto calda quanto umida, non solo d’estate. Qui la gente, bananeros a parte (che costituiscono un mondo a sé, spesso divisi dal resto della popolazione avendo le loro case e i servizi, come le scuole per i figli, all’interno della hacienda, la piantagione di banane) vive di agricoltura di sussistenza e si arrangia come può, coltivando e rivendendo caffè, cacao, mais e soia.
Ma come in tutti i luoghi in cui la miseria sembra aver messo radici piuttosto salde, la speranza di una vita migliore impregna la popolazione di un ottimismo duro a morire. L’aveva capito anche l’ex vescovo Feando Lugo, noto nel mondo per essere ritornato alla vita laicale per diventare, nell’aprile 2008, presidente del Paraguay: negli anni ’80, Lugo era stato prete missionario a Echeandía, uno dei centri abitati più conosciuti della regione per la durezza delle condizioni di vita e il costante rischio di alluvioni.
Un ottimismo, quello della gente di questa parte dell’entroterra ecuadoriano, fatto di sorrisi, abnegazioni al destino che portano a scelte di vita impensabili per i giovani nostrani (il matrimonio a 15-16 anni, l’arrivo di un figlio subito dopo, poi un altro), e tanta volontà di cambiare le cose.
Ma la cosa più importante è che sono proprio i giovani i principali portatori di questo cambiamento. A Ventanas, Las Naves, la stessa Echeandía, sono loro che stanno prendendo in mano le redini della società, cercando vie per un futuro diverso per il loro paese nonostante l’assenza di modelli precostituiti.

Difficile da credere? Chiedetelo allo staff di Coopi, la storica organizzazione non governativa italiana che proprio in quei luoghi, da qualche anno, sta portando avanti dei progetti di cooperazione allo sviluppo. Attraverso uno di questi progetti, l’Ong ha mobilitato ben 3.500 alunni delle scuole superiori di cinque cittadine delle due province. O meglio, si sono mobilitati da sé, aderendo spontaneamente a un’iniziativa inedita che si è rivelata un grande successo per i risultati ottenuti nel campo dell’informazione e dell’educazione ambientale.
Stiamo parlando di Preparación ante desastres (Preparazione ai disastri); questo il nome del progetto di Coopi, finanziato da fondi dell’Echo (l’Ufficio di aiuti umanitari della Commissione europea) e implementato nei territori comunali di Ventanas, Las Naves, Echeandía, Quinsaloma e nella comunità parrocchiale di Zapotal, a partire dal settembre 2007 fino alla sua conclusione a fine dicembre 2008. In tutto 15 mesi, in cui i 100 mila beneficiari indiretti (la somma degli abitanti dei cinque centri abitati) hanno potuto rendersi conto di quali siano i passi da fare per reagire nel più breve tempo possibile di fronte a una catastrofe naturale, e quindi prepararsi ad affrontarla.
«Ma più ancora, l’obiettivo principale raggiunto riguarda, appunto, l’impegno dei giovani, primi destinatari, come beneficiari diretti, della formazione sulle strategie chiave per affrontare un’emergenza ed essere in grado di dirigere i soccorsi alla popolazione danneggiata» spiega Tiziana Vicario, 30 anni, capoprogetto di Coopi nell’Ecuador centrale e responsabile di Preparación ante desastres. «Ragazze e ragazzi che, per circa un anno, hanno partecipato a seminari, incontri, simulazioni sul tema del pronto soccorso e della capacità di autorganizzazione – prosegue la responsabile – e che, una volta terminata la fase di apprendimento, hanno potuto a loro volta tramandare le loro conoscenze ai loro concittadini».
Un lavoro di insegnamento e pratica che Coopi non ha svolto da sola, ma in congiunto con i principali enti istituzionali e di primo soccorso del paese: i pompieri, la Defensa civil (l’omologa della nostra protezione civile), i Dipartimenti provinciali del ministero di Educazione e salute, le municipalità coinvolte. «Ma in occasione dei disastri naturali, l’intervento degli esperti non basta, per questo serve una forte partecipazione della cittadinanza» continua Vicario.
L’ultima inondazione, datata febbraio 2008, ha travolto decine delle modeste case della zona, la maggior parte costruite in legno alla stregua di palafitte, che noi chiameremmo «baracche», ma che sono comuni in queste zone in cui i terreni, soprattutto nella stagione delle piogge, si trasformano in enormi acquitrini.
«Solo a Echeandía sono 300 le case costruite a lato del fiume e nelle colline circostanti, le prime a franare dopo i primi violenti nubifragi. In tutto, vivono 2 mila persone in costante e altissimo rischio ambientale – racconta la responsabile del progetto di Coopi -. Anche a Las Naves le abitazioni a rischio sono molte, almeno 180, e in tutta l’area un altro problema grave sono le vie di comunicazione: ponti pericolanti, fatti di legno, e strade troppo vicine agli argini dei fiumi». Per questo, oltre alla sensibilizzazione e alla formazione, un’altra parte dell’impegno dell’Ong italiana è dedicata, tramite manodopera locale, alla costruzione di strutture per rafforzare il manto stradale e i ponti cedevoli, alcuni dei quali sono stati invece ricostruiti.
M a torniamo all’impegno giovanile. La loro adesione in massa al progetto di prevenzione ai disastri è stata una grossa sorpresa anche per la stessa Coopi: «Ci aspettavamo una buona risposta, ma non questi numeri – rivela l’ecuadoriano Cristopher Velasco, 24 anni, responsabile tecnico del progetto -. Il loro interesse si è rivelato autentico in ogni fase e fa ben sperare nel futuro, poiché gli adolescenti di oggi sono gli adulti di domani: se dimostrano coscienza ambientale e voglia di lottare per costruire un mondo migliore, possono cambiare la mentalità corrente e realizzare un nuovo Ecuador, più sostenibile e meno disagiato».
Velasco, con uno staff di altri quattro cooperanti locali dell’Ong italiana, ha girato per tutta la durata del progetto le cinque località, organizzando incontri dei giovani delle scuole con gli enti di primo soccorso e gli esperti di educazione ambientale. «Incontri in cui i ragazzi si sono messi molto in gioco: a volte le simulazioni dei disastri risultavano essere momenti molto forti, per la loro capacità di immedesimarsi» spiega il cornoperante ecuadoriano.
Il gioco come strumento didattico ha rappresentato un punto fondamentale della conclusione del progetto: per mettere alla prova le abilità acquisite dai giovani nella formazione, Coopi e gli altri enti coinvolti hanno organizzato un evento inedito per il paese latinoamericano: i primi Juegos de preparaciòn ante desastres, una sorta di olimpiadi di prevenzione alle catastrofi naturali; tali giochi si sono tenuti nella cittadina di Ventanas dal 19 al 21 settembre 2008. «Ai giochi hanno partecipato una trentina di studenti per ognuno dei cinque centri abitati coinvolti nel progetto. Per sceglierli è stata davvero un’impresa, basti pensare che alle selezioni iniziali si sono presentati in 1.500 -riporta Velasco -; è stato difficile lasciar fuori tanti ragazzi motivati, ma quelli che c’erano li hanno davvero ben rappresentati».
Nei tre giorni di Juegos, i partecipanti hanno dovuto superare una serie di prove a tempo in cui dovevano dimostrare la propria capacità organizzativa in caso di inaspettato disastro naturale: hanno dovuto montare tende per gli sfollati, prestare primo soccorso ai feriti, pianificare una strategia per le vie di fuga degli edifici pubblici coinvolti dall’emergenza, gestire un campo base attrezzandolo delle necessità primarie, come servizi igienici, cucina, materassi.
Ogni prova veniva valutata da un’équipe di giudici formati da esperti delle varie istituzioni aderenti al progetto, funzionari ministeriali compresi. Alla fine, i giovani di Quinsaloma sono stati quelli più preparati, vincendo il maggior numero di competizioni. Ma quel che più conta, ogni gruppo ha prevalso in almeno una «specialità»: nessuno, quindi, è rimasto a mani vuote. «Siamo tutti vincitori – dice Maria, 16 anni, di Quinsaloma -; tutto quello che abbiamo fatto in questi tre giorni è merito non di singoli, ma di gruppi compatti e capaci di collaborare alla grande».
Una collaborazione riuscita che era un altro degli obiettivi iniziali del progetto di Coopi: per questo, l’Ong ha aggiunto allo staff organizzativo di queste olimpiadi sui generis due volontari di Paciamoci onlus, associazione italiana che si occupa di rafforzare le dinamiche di gruppo lavorando sulla risoluzione dei conflitti attraverso la nonviolenza.
«Tra una competizione e l’altra, abbiamo cercato il più possibile di rafforzare l’unità dei cinque team, lavorando molto sulla fiducia e sull’ascolto reciproco, sulla valorizzazione di leader positivi e puntando a far prendere le decisioni ai ragazzi attraverso il metodo del consenso» spiega Chiara Perego, 29 anni, volontaria di Paciamoci onlus, organizzazione che in Italia promuove percorsi nelle scuole e all’estero sostiene progetti di nonviolenza attiva. «Attraverso il consenso, una decisione viene presa quando tutti sono convinti che sia quella giusta per il gruppo. È una pratica che unisce molto, difficile da attuare – continua la volontaria italiana -, ma che a sorpresa i giovani ecuadoriani, pur praticandola per la prima volta, hanno fatto propria in breve tempo: i risultati si sono visti nelle attività della competizione, i ragazzi sono rimasti molto uniti e anche le decisioni importanti sono state prese in modo decisamente democratico».

In un paese ancora oggi molto violento come l’Ecuador, dove la violenza familiare è ad altissimi livelli e il numero di delitti è tra i più alti del continente, in particolare i tristemente famosi assalti ai bus pieni di gente, non è facile trovare terreno fertile per la crescita di pratiche nonviolente. «Ma noi ragazzi possiamo essere di esempio – interviene Miguel, 18 anni -; se siamo riusciti a risolvere fra di noi i “piccoli” conflitti di questi giorni senza arrivare agli insulti o alle mani, perché non provarci anche in famiglia, a scuola, e nella società in generale?».
Una domanda il cui impatto sulla società è da non sottovalutare. Ne è convinto anche un personaggio «speciale»: Damiano, cantante assai noto in tutto l’Ecuador per aver composto l’inno ufficiale della nazionale di calcio del paese, e presente nella serata conclusiva dei Juegos, diffusa su varie televisioni ecuadoriane: «Questi ragazzi hanno un messaggio forte da lanciare, vogliono essere protagonisti del cambiamento del nostro paese. Noi dobbiamo ascoltarli – ammette Damiano -, e, perché no, prendere anche lezioni da loro».
Ragazzi e ragazze che ora possono dirsi pronti alle emergenze e, soprattutto, sanno che il proprio paese conta su di loro. Proprio quell’Ecuador che, da qualche anno a questa parte, sembra essere uscito dalla spirale negativa del passato e, con altri paesi dell’America Latina, sta compiendo passi da gigante, da una parte per garantire i diritti fondamentali dei cittadini, dall’altra per interrompere la scia di violenze, abusi di potere, corruzione e clientelarismo del recente passato.
L’approvazione, a larga maggioranza (il 64% ha detto sì al referendum), della nuova costituzione (voluta dal presidente Rafael Correa, eletto nel 2006 con il sostegno dei movimenti sociali), che ha una forte impronta solidaristica e un grosso tentativo di «trasparenza» tra i suoi obiettivi principali, è un primo, ottimo segno. Il fatto che l’età media dei votanti al referendum si sia abbassata a livelli record, vale ancora di più: testimonia che i giovani ecuadoriani desiderano vivere meglio dei loro genitori. E i protagonisti del progetto di prevenzione ai disastri di Coopi lo hanno dimostrato. Eccome. 

Di Daniele Biella

Daniele Biella