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Condanna: impara l’italiano

Esperienza: insegnamento della lingua italiana nelle carceri

Le lingue sono strategiche per la pace e lo sviluppo. Lo dice l’Unesco. E per una migliore inclusione sociale. Anche nei luoghi più «speciali». Dal 2000 c’è un’importante esperienza nelle carceri del Perù. Oggi riconosciuta anche dall’Istituto italiano di cultura. Che ha indetto il primo concorso di composizione linguistica in italiano. Viaggio tra i frequentatori del laboratorio linguistico «Papà Cervi».

Nell’epoca della globalizzazione, in cui le distanze si sono ridotte e la terra è diventata più rapidamente percorribile, la comunicazione tende a omologarsi e vari linguaggi rischiano di scomparire, a causa dell’utilizzo massiccio delle lingue dei paesi di maggior sviluppo economico e di predominanza politica.
In relazione a questo, da varie parti si sta sentendo in modo sempre più consapevole l’interesse per le lingue nazionali, regionali e anche locali, come espressione di cultura, manifestazione di saperi, usanze, tradizioni, esperienze e storia. Si ha più viva coscienza che, quando muore una lingua, muore una civiltà.
Perciò, in questi anni, importanti organismi inteazionali hanno affermato l’importanza di ogni lingua, anche delle meno usate, e la necessità di valorizzarle e conservarle.
Le Nazioni Unite infatti hanno proclamato il 2008 «Anno Internazionale delle lingue» e l’Unesco (l’agenzia per l’educazione, le scienze e la cultura), a cui l’Onu ha affidato il cornordinamento delle iniziative, ha celebrato il 21 febbraio 2008 la nona «Giornata mondiale della lingua madre», con lo slogan: «Le lingue contano!».
Il direttore generale dell’Unesco, Koichiro Matsuura, ha dichiarato che le lingue sono «essenziali per l’identità dei gruppi e degli individui e per la coesistenza pacifica, esse costituiscono un fattore strategico per procedere verso uno sviluppo sostenibile e un’articolazione armoniosa tra globale e locale. Le lingue contano per raggiungere i sei “Obiettivi dell’educazione per tutti” e anche gli “Obiettivi del millennio per lo sviluppo”, sui quali le Nazioni Unite si sono trovate concordi nel 2000. Le lingue contano quando si tratta di promuovere la diversità culturale così come nella lotta contro l’analfabetismo e per un’educazione di qualità, che includa l’insegnamento della lingua matea durante i primi anni di scolarizzazione (cfr.  MC febbraio 2009, pp. 10-17).
Contano nella lotta per una migliore inclusione sociale, per la creatività, lo sviluppo economico, la salvaguardia dei saperi autoctoni».

Obiettivi ambiziosi

I sei «Obiettivi dell’educazione per tutti», a cui accenna Matsuura e che sono stati stabiliti nell’anno 2000, riguardano: lo sviluppo maggiore della cura e dell’educazione del bambino nella prima infanzia, l’offerta di un’educazione gratuita e obbligatoria per tutti, la promozione dell’apprendimento e della formazione professionale per giovani e adulti, l’aumento del 50% dell’alfabetizzazione degli adulti, il raggiungimento nel 2005 dell’uguaglianza numerica tra i due sessi a scuola e nel 2015 dell’uguaglianza effettiva nell’educazione, il miglioramento della qualità dell’educazione.
All’interno delle celebrazioni sulle lingue, dal 20 al 26 ottobre 2008 si è tenuta l’ottava edizione della «Settimana della lingua italiana nel mondo», realizzata dalla Direzione Generale per la promozione e cooperazione culturale del ministero degli Affari esteri in collaborazione con l’Accademia della Crusca per la valorizzazione della lingua italiana all’estero, attraverso iniziative delle rappresentanze diplomatico-consolari, degli Istituti di cultura, della Società Dante Alighieri, dei Dipartimenti d’Italianistica delle università straniere e delle Associazioni di italiani.

lima: dentro il
«castro castro»

Anche in un angolo dimenticato di un paese povero, in un carcere di massima sicurezza di Lima, in Perù, alcuni prigionieri, sensibili al miglioramento educativo e sociale dei loro compagni e della loro società, consapevoli del ruolo importante della scolarizzazione per tutti, coscienti della ricchezza culturale costituita dalla originalità e dalla peculiarità delle varie lingue, hanno celebrato l’Anno Internazionale delle lingue e la Settimana della lingua italiana nel mondo in momenti significativi e con diverse ed interessanti attività.
Il 13 dicembre un gruppo di prigionieri politici, su iniziativa del corso di italiano «Papà Cervi» ha preparato una giornata in cui, per stimolae l’interesse, sono state mostrate agli altri interni e ai visitatori le caratteristiche, le particolarità, le usanze dei paesi stranieri la cui lingua è per loro oggetto di studio.
Nel carcere di massima sicurezza Castro Castro di Lima, infatti, da anni si stanno studiando l’inglese, il francese, il cinese, l’italiano e le lingue native jak’aru (aymara) e runa simi (quechua). Fungono da insegnanti i prigionieri medesimi che autonomamente si dedicano a questa attività da soli o con l’apporto di professori che, gratuitamente, con periodicità o saltuariamente vengono dall’esterno.  Ad esempio per l’inglese il professor Michael Shano, che svolge lezioni due volte la settimana, e la signorina Ilse Van Nier, che una volta all’anno viaggia dall’Olanda e si dedica a tale insegnamento per un bimestre.

Italiano per tutti

Per quanto riguarda l’italiano, in questi anni ho prestato la mia opera per un mese o poco più nei periodi estivi nel taller (laboratorio) di lingua italiana «Papà Cervi», fondato e organizzato nel 2000 nel carcere El Milagro di Trujillo, dal prigioniero autodidatta Emilio Villalobos Alva, che, dopo alcuni trasferimenti, continua ora questa attività nel Castro Castro di Lima.
Tale impegno, costante e serio, da due anni circa è stato riconosciuto e valorizzato anche dall’Istituto italiano di cultura, che, attraverso alcuni insegnanti, come Isabella Lorusso, fino allo scorso gennaio, e Carmen Rosa Mendieta, tuttora in servizio, sottopone a esami gli alunni del taller «Papà Cervi» per verificarne e ufficializzae i vari livelli di preparazione.
A dare un significativo supporto all’attività linguistica all’interno del carcere, a novembre si è tenuta anche una lezione di didattica da parte del professor Maurizio Leva, insegnante nell’Università Cattolica «Sedes Sapientiae» di Lima, fondata ed organizzata dal vescovo italiano Lino Panizza, della diocesi di Carabayllo (fa parte dell’arcidiocesi di Lima, ndr), una delle più povere della città.
Il vescovo Panizza, persona affabile e intelligente, impegnato nella cultura, è soprattutto attento ai problemi umani e sociali delle persone che vivono nel territorio a lui assegnato. Si occupa infatti, oltre che dell’università, anche dell’educazione e dell’istruzione dei bambini e dei giovani di famiglie povere, difficili e a rischio.
Lo scorso ottobre, nell’ambito della «Settimana della lingua italiana nel mondo», nella stanza del padiglione 6B utilizzata per le lezioni del taller «Papà Cervi», nel carcere Castro Castro, si sono recati il direttore dell’Istituto italiano di cultura a Lima, Renato Poma, accompagnato dalla professoressa Carmen Rosa Mendieta, dal presidente dell’Istituto Nazionale penitenziario (Inpe), José Caparros Gamarra, e dal direttore del carcere stesso, Jaime Huamaccto Jimenez.
Essi hanno reso omaggio con questa presenza al lavoro svolto in tale attività da parte dei carcerati e hanno consegnato loro materiale didattico e alcuni premi agli studenti del taller vincitori del «Primo Concorso di composizione linguistica in italiano», indetto dall’Istituto italiano di cultura.

Riconosciuto,
 finalmente

Ciò è ancora più importante perché il programma è stato elaborato autonomamente, utilizzando libri usati in Italia dagli italiani. Negli anni passati si è bussato varie volte all’Istituto italiano di cultura di Lima, per chiedere consigli e suggerimenti, ma senza risultato. Ora finalmente si assapora la doverosa gratificazione per il riconoscimento dell’impegno costante di questi anni.
I libri donati servono inoltre ad arricchire la biblioteca creata nel 2004 dal taller di italiano e intitolata al poeta Javier Heraud, per il quale nel luglio scorso è stata organizzata una giornata di commemorazione in occasione dell’anniversario della morte e del recente trasferimento dei resti a Lima, accanto a quelli dei familiari.

la storia di emilio

La nascita e l’attività del taller «Papà Cervi» comunque, non ha sempre avuto vita facile, ma ha in precedenza incontrato numerosi ostacoli posti dalle autorità carcerarie, che hanno aumentato le difficoltà insite nella condizione di detenuto in un paese come il Perù.
Nel 2000, anno in cui l’Onu e l’Unesco organizzarono in modo più esplicito l’attività per la salvaguardia del multilinguismo nel mondo, nel penal El Milagro di Trujillo, Emilio Villalobos Alva, da autodidatta e quasi in sordina, iniziò a dedicarsi allo studio dell’italiano, come risposta alla solidarietà dimostrata da sconosciuti amici, che, in molti, in occasione del Giubileo, avevano inviato lettere e cartoline di solidarietà dall’Italia a lui e a vari altri prigionieri politici peruviani.
L’amicizia solidale e disinteressata dimostrata dai nostri connazionali ha stimolato in tal modo il desiderio di imparare la nostra lingua e ciò ha reso possibile anche l’approccio ad una conoscenza più profonda delle caratteristiche culturali su cui si fonda la nostra storia e la nostra società.
Una grammatica, un piccolo vocabolario, articoli di giornale, qualche libro sono stati i primi doni utilizzati per lo studio dell’italiano, a cui sono seguiti successivamente alcuni film in videocassetta e delle canzoni in nastri corredate da testi scritti.
Purtroppo nel penal Picsi di Chiclayo, dove Emilio Villalobos era stato nel frattempo trasferito, il direttore impediva l’ingresso di libri e materiale di uso didattico, provocando proteste da parte degli interni e degli amici italiani che corrispondevano epistolarmente con loro, fino a sfociare nell’attuazione di uno sciopero della fame.
Quando le autorità accettarono che si ricevesse ciò che era dovuto, Emilio Villalobos con i suoi alunni, per punizione, in quanto rei di sommossa e di insubordinazione, furono trasferiti nel carcere di Yanamayo, situato a 5.000 metri di altezza. Qui ricominciarono a studiare la lingua italiana (cfr. MC, febbraio 2003).
 
l’impegno continua

Questo impegno continua ininterrotto, nonostante non siano mancati anche in seguito ostacoli, intimidazioni, minacce, misure repressive da parte del personale della polizia nazionale che si è occupato di tale carcere dagli anni di Fujimori (ex presidente, ora sotto processo per massacri e violazioni dei diritti umani), fino al 2007. Ora il Castro Castro è sotto la tutela dell’Inpe, ma al primo ingresso la polizia fa ancora un iniziale controllo dei permessi e a volte crea difficoltà, disagi e ritardi anche ai collaboratori di associazioni umanitarie, soprattutto se stranieri.
Nel 2004 ho insegnato in modo ufficiale lingua e letteratura italiana a prigionieri politici e comuni del taller «Papà Cervi», anche nell’orario predisposto per la visita di parenti e conoscenti, attraverso l’associazione Frateidad Carcelaria del Perù, facente parte della Confrateidad Carcelaria Inteacional.
Nelle estati del 2006 e del 2008, invece, con l’appoggio dell’associazione Dignidad humana y solidaridad, diretta da Carlos Alvarez Osorio, ho ottenuto il permesso di tenere un corso di latino e di insegnare italiano affiancando nelle lezioni Emilio Villalobos Alva e Sandro Melendez Leon (quest’ultimo ex alunno del primo e ora insegnante nei corsi di base).
Ogni tipo di intervento e di analisi è stato fatto utilizzando esclusivamente la nostra lingua, non possedendo io la padronanza dello spagnolo, che ho cominciato a conoscere attraverso il rapporto epistolare con i prigionieri. Questi si sono mostrati interessati ad assorbire vocaboli nuovi, migliorare la fonetica e, soprattutto, a conoscere ed approfondire la nostra cultura.
Nelle ore di latino, spontaneamente sorgevano confronti fra questa «lingua morta», l’italiano e lo spagnolo. È stata per me un’esperienza molto più interessante di quelle vissute all’interno della mia attività scolastica con gli alunni italiani, in quanto gran parte dei partecipanti a tali corsi nel penal sono in possesso di un buon livello di studi universitari e, da liberi, ricoprivano ruoli adeguati. Ciò è particolarmente significativo se si considera che nella società peruviana la scuola culturalmente valida è la privata, riservata perciò alle classi benestanti, utile a mantenere vantaggi e privilegi.
All’interno degli argomenti esaminati con gli alunni del taller, particolarmente sentito è stato quello degli istituti di pena in Italia e in particolare del rapporto tra l’università e il carcere di Torino contenuto nel dossier dell’aprile 2008 di Missioni Consolata, che avevo da poco ricevuto e portato con me.
Questi articoli hanno stimolato analisi e riflessioni un po’ amare, ma anche cariche di speranza. Là, tra quelle mura, in quell’ambiente umano e sociale, ho sentito più pregnante il problema della pena acuita dalla solitudine, della sofferenza resa più profonda dagli atteggiamenti repressivi, ho osservato esempi di solidarietà tra compagni e ho anche verificato quanto, per noi, sia utile a superare pregiudizi un’esperienza simile.

Formarsi formando

Ho toccato con mano che, come dice la professoressa Maria Teresa Picchetto: «Questa iniziativa è utile anche per molti docenti che, con il loro bagaglio di inevitabili pregiudizi, si sono recati in carcere e si sono forse sorpresi del mondo che vi hanno trovato. Si impara molto di più a riguardo della pena e della giustizia dall’impatto emotivo che si subisce entrando in un carcere che dalla lettura di tanti libri.
Quanti luoghi comuni sul carcere vengono sfatati appena si faccia esperienza, anche sommaria della realtà materiale di un istituto penitenziario, dei vincoli, condizionamenti, impedimenti, regolamentazione dei tempi. Quelli che l’ex direttore della Casa circondariale Lorusso-Cutugno, Pietro Buffa, ha definito i “supplementi di pena”, cioè i riti, le mortificazioni, le situazioni frustranti a cui sono sottoposti i detenuti».
Nell’esaminare quelle pagine è emersa una sostanziale differenza a proposito dello studio in carcere: mentre l’esperienza di Torino è nata dall’accordo delle due strutture (università e carcere) e si avvale di aiuti economici, oltre che di docenti qualificati, in Perù l’impegno viene messo in pratica dai prigionieri, fra mille difficoltà, e le autorità in seguito prendono atto del loro lavoro.  

Di Franca Pesce

Franca Pesce