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La terra dei passerotti

Majune: una missione a tutto campo

Da 3 anni tre missionari della Consolata si sono stabiliti nella missione di Majune, nel cuore del Niassa. Sono chiamati a sanare le ferite lasciate da decenni di violenza, per ricostruire nel tessuto sociale i valori di solidarietà e gratuità. Un lavoro duro, ma non impossibile.

Il distretto di Majune, a 150 km da Lichinga, capoluogo del Niassa, è il luogo in cui lavoro. Il suo nome mi aveva incuriosito sin dai primi tempi del mio arrivo, finché un giorno un anziano me ne spiegò l’origine.
Due secoli fa, Mataca, regolo del popolo ayao, voleva aumentare il numero dei suoi sudditi, favorendo l’immigrazione di gente proveniente dal sud del Niassa. Ma i nuovi arrivati rimanevano nei villaggi un anno o due e poi se ne andavano via, con vivo dispiacere del capo, che un giorno gli scappò detto: «Vengono, rimangono un poco e volano via proprio come i majune». I majune, infatti, sono degli uccellini gialli, tipici di questa regione. E da allora la zona cominciò a chiamarsi «Mataca Majune», terra dei passerotti di Mataca, e più tardi solo Majune.
«Povertà assoluta»
Gli economisti definiscono la maggioranza dei contadini mozambicani «poveri assoluti», perché vivono con meno di un dollaro al giorno. Per il contadino più povero, un dollaro deve servire per mangiare non uno, ma tre giorni; ciò significa che, prima o poi, qualcuno della sua famiglia morirà di fame.
Tale «povertà assoluta» è una conseguenza di decenni di guerra, prima per raggiungere l’indipendenza dal colonialismo, poi di conflitto civile che ha dissanguato il paese; ma è frutto anche di arretratezza. Buona parte dei contadini, infatti, hanno a disposizione solo la zappa; non conoscono né concimi né irrigazione; per avere un buon raccolto, devono sperare nella pioggia. Quando l’annata è buona, raccolgono qualche quintale di cereali e qualche chilo di fagioli, giusto il necessario perché la propria famiglia possa sopravvivere. Ma se le piogge non sono regolari, arriva la fame, soprattutto per bambini e anziani.
A Majune la fame non è occasionale, ma ricorre ogni anno e colpisce con violenza quasi tutte le famiglie contadine, che costituiscono la maggioranza della popolazione del distretto.
La fame costringe noi missionari ad assistere a spettacoli strazianti: persone che svengono al mercato, solo a vedere il cibo in vendita, ma che non possono comprare, perché hanno le tasche vuote; una mamma che prepara il pasto per due bambine bollendo qualche foglia di patata nella speranza di «ammazzare la fame»; una vecchia tutta pelle e ossa, con una zappa in spalla che va in cerca di qualche radice; neonati che piangono in continuazione, perché da giorni la mamma non ha più latte da dargli e il papà se n’è andato chi sa dove…
Una domanda assilla da tempo la mia mente: com’è possibile tutto questo? La regione di Majune non è una zona desertica; anzi, la terra è nera e fertile, vi scorrono due fiumi importanti e vari torrenti e ruscelli, tutti ricchi di acqua e pesce. Ci sono terreni umidi, adatti all’orticoltura o alle risaie. La savana è ancora ricca di cacciagione. Le piogge non mancano, anche se non iniziano e cessano con puntualità cronometrica.
Allora perché la fame? Ho voluto fare qualche domanda alla gente del posto. Un vecchio contadino mi ha risposto: «Un tempo non c’erano le carestie che sperimentiamo in questi anni, perché i vicini si aiutavano l’un l’altro. Quando, per esempio, il proprietario di un campo doveva assentarsi, ci pensavano le famiglie più vicine a vigilare le coltivazioni perché non venissero danneggiate da babbuini, elefanti e ippopotami. Oggi invece, bisogna guardarsi dai vicini più che dagli animali selvatici».
Un anziano portoghese ormai trapiantato in Africa ha aggiunto: «Quando il Mozambico era una nostra colonia, non riceveva tutti gli aiuti che riceve oggi. Anzi, era proibito ai portoghesi esportare capitali nelle colonie, perché queste dovevano essere autosufficienti. Certo, i missionari portavano avanti le loro attività come fanno oggi, ma a livello governativo, la colonia doveva arrangiarsi con i propri mezzi».
Anche alcuni dei nostri animatori fanno autocritica: «I nostri campi producono poco perché siamo pigri. Potremmo dedicarci molto di più alle colture, per organizzare un sistema d’irrigazione, togliere le erbacce, rinforzare le recinzioni, concimare con il letame… Invece, molti di noi passano il tempo nelle bettole. E poi sprechiamo il cibo. Quando i granai sono pieni, tanta gente consuma più del necessario e, magari, baratta sacchi di mais con bottiglie di bevande alcoliche, senza preoccuparsi di conservare le scorte fino al prossimo raccolto».
VALORI APPANNATI
I mozambicani non amano intristirsi con preoccupazioni economiche e politiche; è gente che, anche di fronte alle avversità, preferisce conversare e ridere insieme, meglio se davanti a un fuoco e a una bevanda. Inoltre, l’ospitalità è ancora un valore: il viandante affamato può bussare a una qualsiasi porta e la padrona di casa non gli farà mancare un po’ di polenta con fagioli e un bicchiere d’acqua, anche se ha tanti figli da sfamare e l’acqua deve attingerla, un secchio alla volta, da un pozzo lontano. Se uno ha un problema con la bicicletta o la moto, può sempre contare su un passante che si ferma per aiutarlo, con grande profusione di sudore e allegria.
Soprattutto, il Mozambico è un paese giovane: buona parte della popolazione mozambicana ha meno di 15 anni. E Majune non fa eccezione: basta entrare in un villaggio e si è subito attorniati da un nugolo di bambini.
Solidarietà e famiglia sono ancora valori fondamentali nei villaggi di Majune, come nel resto della società mozambicana. Ma siamo molto preoccupati, perché vediamo che tali valori si stanno sgretolando. In molte famiglie i bambini crescono in una specie di anarchia; i genitori tentano, a volte, di intervenire per richiamarli all’ordine, ma non riescono a farsi rispettare; forse anche perché non sempre danno il buon esempio e non sempre si interessano del benessere dei propri figli.
Di conseguenza, una volta cresciuti, molti figli non si occupano dei genitori, specie quando sono anziani. E quando si indebolisce la solidarietà familiare, viene meno anche la solidarietà verso le fasce più deboli della società, come malati, poveri, drogati.
In un villaggio di Majune, un giovane drogato, sorpreso mentre rubava, è stato bruciato vivo dal proprietario del negozio; l’assassino è in libertà, perché nessuno ha voluto testimoniare contro di lui, sebbene l’omicidio sia stato compiuto di fronte a molta gente. La domenica seguente, in chiesa, durante la messa, nessuno ha ritenuto fosse il caso di denunciare tale misfatto; l’ho fatto io negli avvisi parrocchiali, suscitando sorpresa e stupore tra la gente.
LA «MANO TESA»
Una volta non era così. Esisteva la «famiglia allargata», dove tutti si aiutavano in caso di bisogno: genitori e figli, zii e nipoti, cugini e altri membri della parentela. Oggi, nella «famiglia nuova», non sono molti i genitori che hanno la fortuna di avere figli che si prendono cura di loro. Ho incontrato tanti anziani che hanno figli benestanti, funzionari pubblici o commercianti, che si sono dimenticati dei propri genitori.
Anche questa situazione è una delle conseguenze della lunga guerra civile (1977-1992). Tanta gente è stata costretta ad abbandonare la propria casa per fuggire dalla violenza, creando la mentalità del «si salvi chi può», costringendo gli sfollati a pensare solo a salvare la propria pelle. Senza contare che molti bambini sono cresciuti da soli, orfani, senza avere altri valori di riferimento se non quelli della violenza e del sopruso. La guerra ha diviso famiglie, distrutto valori, fatto crescere una generazione priva di istruzione ed educazione morale.
Insieme all’egoismo, si sta affermando, a Majune come nel resto del paese, anche una «cultura della mano tesa». Se un bianco entra in un bar, o cammina per strada o viaggia in treno o in bus, incontra sempre qualcuno che tende la mano per chiedere un aiuto. E non sono solo i poveri.
La «mano tesa» sta diventando un malore endemico anche ai livelli più alti della società, da quando piovono gli aiuti inteazionali, in dollari o euro, per la ricostruzione delle strutture del paese, per iniziative di sviluppo nei 138 distretti in cui è organizzata l’amministrazione del Mozambico, per mantenere 140 mila funzionari, insegnanti, poliziotti, netturbini…
Tali aiuti sono indispensabili per evitare il fallimento di tutta la nazione; ma provocano pure il fenomeno della corruzione a tutti i livelli e, soprattutto, la diffusione della «cultura della mano tesa», che a sua volta affievolisce l’iniziativa privata e aumenta il complesso di inferiorità.
Mi è capitato spesso di vedere persone sgranare gli occhi per lo stupore di vedere un bianco andare a piedi o in bicicletta, o viaggiare nel cassone di un camioncino. Qui il bianco che si rispetti viaggia comodamente nella propria automobile. Anche più scioccante è stata l’espressione pronunciata da un alunno delle classi superiori della scuola di Majune: «Ci è andata male: siamo nati negri».
Non tutti i mozambicani si fanno abbattere dai pregiudizi razzisti; c’è anche chi lavora sodo per migliorare la propria situazione economica; ma anche in questo caso può capitare che amici e parenti lo apostrofino: «Adesso, vuoi metterti a fare il bianco mentre non sei altro che un negro come noi?». Se qualche amico apprezza il suo successo, gli chiede, magari, l’indirizzo dello stregone che gli ha procurato la fortuna.

Essere missionari a Majune

È questo l’ambiente in cui noi missionari della Consolata ci troviamo a lavorare; e non è un lavoro facile. La missione di Majune conta 42 villaggi: 14 di essi hanno una comunità cristiana di una certa consistenza; altri tre villaggi contano appena uno o due cristiani, spesso infermieri o insegnanti di passaggio, in attesa di essere trasferiti in luoghi più comodi.
La missione non è nuova. È stata fondata nel 1965; è intitolata a Santa Isabel (Santa Elisabetta), regina di Portogallo. Ma noi missionari della Consolata siamo presenti dal gennaio 2005 con una équipe stabile, formata da tre missionari: il padre kenyano Felix Odongo, il brasiliano fratel Ayres Osmarin e il sottoscritto, missionario laico, incaricato della caritas parrocchiale.
I missionari che ci hanno preceduto avevano avviato numerosi progetti di evangelizzazione e promozione umana: scuole, centri per la nutrizione infantile, allevamenti di bestiame, orti, corsi di taglio e cucito… Ma la guerra e poi la partenza dei missionari, ha provocato il fallimento di vari progetti, anche perché la popolazione non si è sentita interessata. «Abbiamo bisogno di qualcuno che ci tolga le bende dagli occhi» mi confidava un vecchio catechista.
È quello che vogliamo fare. Fin dall’inizio della nostra presenza a Majune abbiamo spiegato ai nostri parrocchiani che vogliamo lavorare insieme a loro, meglio ancora in progetti proposti da loro stessi, piuttosto che da noi missionari.
Uno dei primi progetti intrapresi riguarda la cura dei poveri, vedove, orfani, anziani soli, malati cronici. Non si è trattato di togliere le bende dagli occhi, ma anche dalla mente. Molti cristiani (e musulmani) pensano che aiutare i più bisognosi sia un compito esclusivo dei missionari. Ma noi abbiamo insistito e continuiamo a insistere che in ogni villaggio è tutta la comunità, cristiani e musulmani insieme, che deve farsi carico dei più diseredati. Per questo andiamo spesso nei villaggi, parliamo con i capi tradizionali, con gli imam musulmani e gli animatori cristiani e insieme visitiamo i bisognosi e decidiamo insieme come aiutarli.
Per gente abituata a chiedere aiuti, ma riluttante a dare qualcosa gratuitamente, non è facile far capire il valore della gratuità. Eppure qualcosa si sta muovendo: alcuni animatori hanno smesso di chiederci un po’ di tutto e ci sostengono nel convincere la popolazione dei propri villaggi a rivitalizzare e promuovere un minimo di solidarietà. Anzi, sono passati all’azione concreta: in alcuni villaggi gli incontri di preghiera sono accompagnati dalla raccolta di cereali, legumi e qualche soldo da destinare ai poveri. Oppure rivolgono appelli per chiedere che qualche volontario si presti a fare qualche lavoro a favore di chi non è più in forze. E c’è sempre qualcuno che si offre. Perfino i musulmani si sono uniti ai cristiani e, dopo la preghiera del venerdì, raccolgono cibo e denaro.
Da alcuni mesi abbiamo lanciato in 12 villaggi un progetto per aiutare i malati di Aids e i bambini che hanno perso i genitori a causa di questa malattia. Nel progetto lavorano 24 animatori (due per ogni villaggio) e vi sono coinvolte 180 famiglie che si occupano di oltre 350 bambini orfani.
Ma l’impegno più urgente è la formazione del personale coinvolto nelle varie iniziative. Non si tratta solo di spiegare la natura e le conseguenze della «malattia del secolo», ma di fornire anche gli strumenti più elementari per la sopravvivenza. Per questo i nostri formatori sono preparati per insegnare le tecniche più semplici di agricoltura, orticoltura, zootecnia, igiene, nutrizione infantile, conservazione dei raccolti e qualche trucco di… mercato.
In generale sono le donne che frequentano tali incontri di formazione. Alcune seguono con attenzione, mentre altre sono sopraffatte dal sonno. Quando però si parla di soldi, sono tutte sveglie: viene loro spiegato che, se vendono una tanica di mais nel mese di aprile, ricavano 510 meticais (14 euro), nel mese dicembre, invece, il prezzo sale a 2.550 meticais (72 euro), una somma sufficiente per comprare una bella bicicletta.
Il nostro impegno più importante, tuttavia, è l’evangelizzazione. Per questo abbiamo bisogno di formare catechisti e animatori maturi e responsabili. Anche sotto questo aspetto c’è bisogno di togliere le bende dagli occhi e dalla mente. Per qualcuno, infatti, l’incarico di animatore della comunità è sentito come un’investitura paragonabile a quello di un capo tradizionale, col rischio della ricerca del potere, invece della disponibilità al servizio.
Anche in questo campo il lavoro non è facile e non mancano i momenti di scoraggiamento. Eppure facciamo nostro un motto ormai in disuso: la lotta continua, per formare comunità cristiane sempre più mature, responsabili e solidali. E speriamo di farcela. 

Di Paolo Deriu

Paolo Deriu