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Dalla iurta al soyuz

Reportage dalla più grande delle repubbliche ex sovietiche

A 16 anni dall’indipendenza (1991), il Kazakistan porta ancora segni vistosi, demografici e culturali, di 150 anni di russificazione. Lo sfruttamento degli idrocarburi ne fa un paese strategico e il più ricco tra le ex repubbliche sovietiche; ma la ricchezza non è per tutti: buona parte dei kazaki vivono ancora sotto la soglia della povertà.

S ono in Kazakistan o in Russia? Sapevo benissimo di essermi lasciata la frontiera alle spalle due giorni prima, ma continuavo ad avere la sensazione di non averla mai attraversata, sia perché le formalità erano state minime, sia perché paesaggio, abitazioni, stile di vita non portavano cambiamenti che mi segnalassero il passaggio dalla steppa russo-siberiana in quella kazaka.
Non mi aspettavo una steppa così verde e ricca d’acque. Non era il piattume ottuso della depressione caspica, attraversata qualche anno prima. Qui la linea dell’orizzonte era rotta da tratti ondulati e gruppi di alberi; campi coltivati si alternavano ad ampie distese di brughiera; sugli stagni volteggiavano uccelli selvatici; il verde tenero dell’erba era punteggiato e a volte vinto dagli esuberanti colori dei fiori; poi le isbe russe e gli orti. E di nuovo riaffiorava il dubbio.
All’interno dell’autobus su cui viaggiavo lo spettacolo era altrettanto vario: volti europei e volti turco-mongoli, dai caratteristici occhi a mandorla; il brusio delle conversazioni in un miscuglio di russo e uno strano cocktail per due terzi kazako un terzo russo. È il nord del Kazakistan, mi dicevo, dove è concentrata gran parte della minoranza russa; non c’è da stupirsi di sì grandi affinità.
affinità con la russia
Ma ho dovuto ricredermi: l’influenza culturale russa non si limita al solo nord. Ben presto ho scoperto che in Kazakistan manca il colorito locale. Le città, piccole o grandi che siano, sono sorte solo dopo la conquista russa e ne portano l’impronta: dal confine a nord fino a quello cinese, le abitazioni sono tali e quali a quelle della Russia centrale.
I kazaki erano un popolo nomade, vivevano delle loro greggi e si spostavano per garantire loro freschi pascoli tutto l’anno, abitavano nelle iurte, comode tende di feltro, smontabili in poche ore e per essere rimontate a centinaia di chilometri. Ora, però, di quelle tradizionali abitazioni non rimane traccia: l’unica iurta vista durante il viaggio era esposta al Museo statale di Almaty.
Anche nella lingua e costumi la russificazione è stata qui maggiore che nelle altre repubbliche ex sovietiche: non ho mai sentito parlare un russo così perfetto, così russo. Alcuni kazaki lo conoscono meglio della lingua nazionale. Arrivata ad Astanà ho scoperto, con mia grande meraviglia, che in Kazakistan si festeggia la «Festa dei paracadutisti», esattamente come si fa a Mosca: giovani russi e kazaki insieme, in maglietta a righe bianco-azzurre e basco azzurro si riversano nelle strade e nei parchi, cantano, ballano, schiamazzano e, bottiglie in mano, naturalmente bevono; non si può dire che, nel bere, i kazaki si lascino battere dai russi.
Il consumo di alcolici distingue i kazaki dagli altri popoli musulmani dell’ex Asia centrale sovietica (eccetto i kirghizi). D’altra parte, nella steppa l’islam non ha messo radici profonde e ha sempre convissuto con pratiche e credenze dello sciamanesimo, la religione tradizionale dei nomadi turco-mongoli. Presso di loro l’alcol era parte fondamentale di ogni convivio.
Con la fine dell’Urss questa identificazione di molti kazaki con la cultura russa pose non pochi problemi al nuovo Kazakistan, che doveva giustificare la propria esistenza come stato indipendente e teneva, quindi, a sottolineare le differenze, non certo le somiglianze, rispetto ai popoli vicini. I dirigenti della neonata repubblica dovettero in tutta fretta disseppellire da un passato ormai defunto simboli e riferimenti che ispirassero ai kazaki un senso d’identità comune: dovevano convincersi di essere una nazione, sebbene questo concetto, europeo e illuminista, fosse estraneo alla loro cultura. Tradizionalmente la società kazaka era organizzata intorno alla famiglia allargata e al clan, con cui il singolo s’identificava completamente. La questione del passato, della lingua, del recupero delle tradizioni ha suscitato nel paese un dibattito che dura tuttora.
Per capire tali affinità, occorre fare almeno qualche accenno alla storia degli ultimi tre secoli.
weste sovietico
L’avanzata dei russi in Asia Centrale si potrebbe paragonare alla conquista del West in Nord America. Quando, all’inizio del xviii secolo, l’impero russo si affacciò sulla steppa kazaka, si trovò di fronte un territorio sconfinato, che per la mentalità di un popolo stanziale era una sorta di terra di nessuno: non c’erano città, né fortificazioni, ma solo sparute tribù nomadi che si muovevano da un punto all’altro della steppa, senza lasciare dietro di sé tracce permanenti. Senza un’organizzazione statale né un esercito, tali tribù continuavano a vivere, come ai tempi di Gengiz Khan, una vita regolata dalle stagioni e dalle esigenze delle greggi, loro fonte principale di sussistenza e segno di ricchezza e potenza.
Avanzare su queste terre per i russi fu relativamente facile. All’incirca tra il 1720 e il 1850 nella steppa kazaka si combatté un’impari lotta tra il modello di vita stanziale e quello nomade. Era una guerra dall’esito scontato. I nomadi erano già stati sconfitti molti secoli prima, quando l’invenzione delle armi da fuoco aveva annullato i due grandi vantaggi che avevano permesso alle schiere turco-mongole di conquistare un impero mondiale: rapidità negli spostamenti, agilità e forza fisica. La resistenza dei kazaki s’infranse contro le mura delle fortezze russe, i loro attacchi furono spezzati dal fuoco dell’artiglieria zarista.
Nel 1846, con la fondazione di Veyj, futura Alma Ata, e di una linea fortificata lungo il Syr Daria, la conquista della steppa kazaka era ultimata. Man mano che occupavano un pezzo di steppa, i russi vi costruivano fortezze, nucleo originario dei futuri centri urbani, e vi facevano affluire i propri contadini, da sempre assetati di terra, che mettevano a coltura i terreni migliori, riducendo progressivamente i pascoli dei kazaki, compromettendone l’economia irrimediabilmente. L’arrivo sempre più massiccio dei coloni russi cominciò a modificare anche l’equilibrio demografico, a tutto svantaggio degli autoctoni.
Se a ciò si aggiungono le grosse perdite subite dalla popolazione kazaka, prima per la sanguinosa repressione della rivolta del 1916 e la conseguente emigrazione verso Cina e Mongolia, poi, alla fine degli anni ‘20, per la sedentarizzazione e collettivizzazione forzata (tra morti e deportazioni sparirono un milione e mezzo di kazaki), non sembrerà strano che già nel 1939 essi non fossero più la maggioranza in Kazakistan: 37,8% kazaki e 40% russi.
Dalla seconda metà degli anni ‘30 in poi tale sbilanciamento si aggravò, perché questa repubblica fu scelta da Mosca come luogo di detenzione e deportazione. Vi furono aperti numerosi campi di concentramento e vi furono fatti confluire interi popoli, della cui lealtà il regime dubitava e che venivano evacuati da territori strategicamente importanti: dall’Estremo Oriente arrivarono 100 mila coreani, altrettanti polacchi da Ucraina e Bielorussia; durante la guerra vi furono deportati 440 mila tedeschi del Volga, 400 mila tra balkari, karachai, ingusci, ceceni, turchi meschi dal Caucaso e tatari dalla Crimea.
Nel 1954 prese il via la campagna per il dissodamento delle terre vergini della steppa. Iniziò così un nuovo flusso d’arrivi, questa volta volontari, soprattutto da Russia, Ucraina e Bielorussia. Nel 1959 la percentuale di kazaki nella repubblica era precipitata al 30%, per poi risalire lentamente, fino al 39,7% del 1989, quando si registrò il sorpasso rispetto ai russi, scesi al 37,8%.
STABILITà
CONTRO DEMOCRAZIA
La situazione demografica fu subito percepita dai dirigenti del Kazakistan indipendente come la minaccia più seria all’integrità dello stato. Poiché nel nord del paese i russi costituivano la maggioranza degli abitanti, si temeva una secessione del territorio dal resto del paese; una soluzione sostenuta da alcuni movimenti politici e alimentata da infiammati discorsi dei politici russi, dall’una e dall’altra parte della frontiera. Col passare del tempo, invece della secessione, i russi hanno preferito prendere la strada dell’emigrazione e le loro comunità si sono andate assottigliando.
Per garantirsi un maggior controllo sul nord, il presidente Nazarbaev spostò la capitale da Almaty ad Astanà. Il passaggio di sede fu deciso nel 1994 e ufficialmente celebrato alla fine del 1997, sebbene a quei tempi la città fosse ancora lontana dall’avere un aspetto rappresentativo e molti non avessero nessuna fretta di trasferirvisi.
Nato nel 1940 da una famiglia contadina, fece una rapida carriera all’interno del Partito comunista (Pc) kazako e nel 1989 arrivò a occupae la massima posizione, quella di primo segretario. Quando nel 1990 in Urss fu creata la figura del presidente di repubblica, egli fu designato a occuparla e alla fine del 1991 divenne il primo presidente del Kazakistan indipendente, con il 98% dei suffragi.
La continuità di leadership è stato un tratto comune a tutta l’Asia centrale ex sovietica: i capi dei Pc locali sono diventati i presidenti dei nuovi stati indipendenti; ma, tra tutti, Nazarbaev si è dimostrato il più accorto e lungimirante. A differenza del tagiko Nabiev e del kirghizo Akaev è ancora saldamente alla guida del paese; a differenza dell’uzbeko Karimov e del turkmeno Niyazov, deceduto nel 2006, si è presentato come un moderato, attirandosi le simpatie e i finanziamenti dell’Occidente.
Il suo non è stato un compito facile. Come gli altri burocrati della vecchia guardia comunista divenuti improvvisamente capi di stati sovrani, Nazarbaev si è trovato ad affrontare situazioni di cui non aveva esperienza alcuna. Il Kazakistan, come le altre quattro repubbliche sovietiche d’Asia Centrale, non aveva mai condotto una politica economica ed estera autonoma, non aveva un esercito nazionale né il controllo dei propri confini. Bisognava inventarsi ex novo un sistema politico ed economico, in sostituzione del fallito modello socialista centralizzato, sotto la guida di Mosca. Il riferimento più ovvio, a quel punto, diventava il modello occidentale. Ispirandosi ad esso, furono create le prime istituzioni di democrazia rappresentativa e s’intrapresero caute riforme economiche.
A 16 anni di distanza, il Kazakistan può ormai considerarsi fuori dalle incognite della transizione: ha un’economia in rapida crescita, ha regolato tutte le questioni di confine con Russia e Cina, ha una discreta reputazione internazionale e si è affermato come leader regionale. Nazarbaev è anche riuscito a evitare al proprio paese i conflitti che hanno, invece, insanguinato le repubbliche confinanti, un esito inizialmente per nulla scontato.
Certo, il bilancio di questi anni non è stato positivo per tutti. Non lo è stato per la comunità russa, di cui si temevano gli umori secessionisti e che è ora sottorappresentata in parlamento, negli organi di governo e negli incarichi pubblici. E non lo è stato per la democrazia. Se, inizialmente, era parso che il Kazakistan si avviasse verso un assetto politico pluralistico, fondato sul principio della divisione del potere tra gli organi dello stato, ora il quadro è molto diverso. Il presidente e la sua cerchia detengono il controllo pressoché totale delle istituzioni. Il parlamento è diventato un docile strumento nelle mani di Nazarbaev. Alle ultime elezioni politiche, nell’agosto del 2007, il suo partito Nur Otan ha ottenuto l’88% dei consensi e la totalità dei seggi in parlamento. Si è, così, tornati al partito unico di sovietica memoria.
Inoltre, con gli emendamenti alla costituzione del maggio scorso, che hanno abolito i vincoli di mandato e d’età alla sua rielezione, Nazarbaev si è assicurata la presidenza a vita. Gli elettori, però, non sembrano preoccuparsene. Tra i kazaki, così come tra la minoranza russa, egli continua a godere di un consenso molto alto e, se lo si sente criticare per la diffusa corruzione o l’iniqua distribuzione delle ricchezze, alla fine tutti concordano che con lui ci si sente più tranquilli, perché lo si ritiene in grado di garantire la pace sociale. Nazarbaev, quindi, ha ragione quando, rispondendo alle critiche dell’Occidente, afferma che alla sua gente interessa più la stabilità della democrazia.
GAS E PETROLIO
Nel suo compito di fondare un nuovo ordine e una nuova stabilità in Kazakistan, Nazarbaev ha avuto un grande alleato: il sottosuolo. Oltre a essere di gran lunga la più estesa tra le cinque repubbliche ex sovietiche d’Asia Centrale, il Kazakistan è anche la più ricca, grazie alle sue ingenti risorse naturali. Gas e petrolio fanno la parte del leone nelle esportazioni e gli hanno consentito di diventare il motore economico della regione, con una crescita annua del Pil superiore al 9%.
Per le risorse di cui dispone, il Kazakistan è corteggiato da molti. La Russia è interessata a continuare a trasportare il suo greggio attraverso il proprio territorio, cosa che, oltre ai diritti di transito, le dà la possibilità di acquistarlo a condizioni di favore e rivenderlo all’Europa a un prezzo maggiorato. Occidente e Cina sono, invece, interessati ad acquistare gli idrocarburi kazaki direttamente alla fonte; a questo scopo hanno progettato, e in parte realizzato, vie per il loro trasporto alternative a quella russa. Tutti quanti, poi, sono interessati a partecipare allo sfruttamento dei ricchi giacimenti di gas e petrolio.
La competizione tra le compagnie straniere si sta facendo sempre più agguerrita, proprio mentre il governo kazako, dopo la fase di liberalizzazione degli anni ‘90, sta ritornando al controllo statale del settore energetico (di nuovo il parallelo con la Russia s’impone).
In questo contesto s’inserisce anche la recente vertenza con la nostra Eni, che dal 1997 guida un consorzio di compagnie straniere impegnate nella costruzione degli impianti per lo sfruttamento delle ricchissime riserve petrolifere di Kashagan, sul Caspio. Il contratto stipulato con il Kazakistan a quel tempo prevedeva condizioni molto vantaggiose, anche perché il paese non aveva il know how tecnologico necessario per affrontare l’impresa.
I ritardi nella realizzazione del progetto e la lievitazione dei suoi costi hanno portato a una revisione degli accordi iniziali, in un contesto politico e legislativo completamente mutato rispetto a 10 anni fa. Il parlamento ha approvato nuove leggi che danno all’ente idrocarburi di stato Kazmunaigas il diritto alla maggioranza in tutti i progetti futuri e al governo quello di modificare i contratti, anche retroattivamente, se sono messi in pericolo gli interessi nazionali.
LA GRANDE CRISI DEL 1993
Come sempre accade, la ricchezza che viene dallo sfruttamento delle risorse naturali non è arrivata dappertutto: si vede nelle città petrolifere del Caspio, nei quartieri nuovi di Almaty e, in massimo grado, nella nuova capitale; si vede poco o non si vede affatto nel nord russo, nelle città di provincia e nei villaggi.
Sono, però, lontani gli anni terribili della crisi economica seguita al crollo dell’Urss. Chi li ha vissuti ammette che le cose adesso vanno molto meglio. La riforma monetaria del 1993, quando il Kazakistan fu costretto a uscire dall’area del rublo e cominciò a battere moneta propria, innescò una svalutazione così galoppante, che la gente smise di usare i soldi e toò a praticare il baratto. In poco tempo stipendi e pensioni si trovarono azzerati. Per sopravvivere molti s’improvvisarono commercianti.
«Devo dir grazie ai cinesi, se sono riuscita a sfamare i miei figli a quel tempo» ricordava una signora kazaka sul treno che ci stava portando da Almaty a Semey, nel Kazakistan orientale. Condividere uno scompartimento per una mezza giornata predispone a confidenze e racconti. La nostra compagna di viaggio aveva tirato fuori polpettone di cavallo e pesce persico affumicato del Balkash, e s’apparecchiava a trascorrere nel modo migliore le lunghe ore in treno, spartendo con noi quelle prelibatezze. Chissà come, il discorso era caduto sulla crisi del ‘93.
Lei aveva lasciato l’impiego alle poste e si era messa a vendere al mercato quello che le capitava. Poi aveva cominciato a fare la spola con la Cina e questo piccolo commercio aveva permesso a lei, come a molti altri, di tirare avanti. A lavorare in posta non è più tornata. Gli stipendi statali restano, comunque, molto bassi, è difficile viverci. Adesso, però, ha smesso di procurarsi la merce in Cina, va a prenderla al mercato all’ingrosso di Almaty.
La crisi economica degli anni ‘90 portò anche a una drastica riduzione dei servizi pubblici: il sistema sanitario, quello scolastico, i servizi per l’assistenza ai più deboli, tra cui gli orfanotrofi, furono i primi a risentirne. In quegli anni lessi un articolo impressionante sui ragazzi di strada in Kazakistan, che avevano fatto delle fogne la propria casa: una popolazione di bambini e adolescenti che viveva sotto i piedi della gente.
Il fenomeno dei ragazzi di strada è tristemente diffuso in alcune repubbliche dell’ex Urss, ma non in quelle asiatiche; negli anni ‘90, però, il loro numero era cresciuto anche in Kazakistan, per le grosse difficoltà in cui versava il paese.
RAGAZZI DI STRADA
Il ricordo di quell’articolo era riemerso vivido parlando con padre José, dopo la messa domenicale da lui tenuta nella chiesa cattolica di Shymkent. Vi era arrivato 7 anni prima dalla Spagna per servire la comunità cattolica locale, formata da polacchi, tedeschi e ucraini, che non aveva un prete. Dapprima aveva preso in affitto un appartamento, poi, con l’aiuto di sponsor spagnoli, era stato aperto un complesso nuovo, con la chiesa, casa parrocchiale e oratorio.
Ci eravamo fermati a chiacchierare proprio sui gradini della chiesa. Padre José, che avevo appena conosciuto, si era dimostrata una persona gioviale, ben disposta a mettere a disposizione il suo tempo e condividere la propria esperienza del luogo con me, arrivata giusto quella mattina.
Avevo notato che alcuni ragazzini si erano seduti poco distanti da noi e non accennavano ad andarsene. «Vivono in condizioni famigliari difficili – spiegò padre José -, vengono qua al mattino, li tengo impiegati con qualche lavoretto o cerco di farli studiare un po’, poi condividiamo il pranzo. Non posso mica mandarli via, altrimenti starebbero per strada».
Tra di loro c’era Tanja, la più grande del gruppo, che la strada l’aveva conosciuta sul serio, ma se l’era lasciata alle spalle. Silenziosa e riservata, Tanja non dimostrò molto entusiasmo quando le chiesi di raccontarmi la sua storia. Ma padre José, che vedeva il mio interesse per l’argomento, non lasciò cadere il discorso.
«I ragazzi che vivono per strada sono soprattutto russi; di kazaki ce ne sono pochi, perché tra di loro si sono conservati molto di più i valori della famiglia tradizionale e perché, a differenza dei russi, possono contare su un’estesa rete parentale. I ragazzi, anche giovanissimi, scappano da situazioni di estremo degrado familiare, dove i genitori non sono in condizioni o non vogliono pensare a loro, oppure sono alcolizzati. Vivono in strada finché fa caldo e d’inverno si rifugiano nelle cantine, o dentro i tombini, dove passano i tubi dell’acqua calda. Tra di loro gira anche la droga. Rispetto ad alcuni anni fa, però, la situazione è migliorata, hanno riaperto gli orfanotrofi. La situazione peggiore si è vista dopo la fine dell’Urss, quando la gente diventò più povera dall’oggi al domani».
Se quei tempi, fortunatamente, sono superati, grazie a una ripresa economica cominciata nella seconda metà degli anni ‘90 e in accelerata dal 2000, bisogna dire che i livelli di vita reali stanno crescendo lentamente, non in proporzione con i dati del Pil. Anche in Kazakistan le risorse del sottosuolo hanno come conseguenza di consegnare una sproporzionata potenza economica nelle mani di pochi e di ostacolare il nascere di un’economia equilibrata: la crescita dell’importanza del comparto energetico ha portato a un maggiore controllo in tutti i settori da parte di alcuni potenti gruppi economici, frenando lo sviluppo della media e piccola imprenditoria.
sulla via della seta
C’è un angolo di Kazakistan, o meglio, un triangolo, dove si percepisce con certezza di aver lasciato la Russia ed essere entrati nell’Asia più autentica: è il sud del paese, il territorio che s’incunea tra Uzbekistan e Kirghizia e il cui centro principale è Shymkent. Qui siamo al confine tra il mondo della steppa e dei nomadi e la civiltà stanziale delle oasi e dei fiumi.
È una terra dove il clima arido riduce le possibilità di pascolo e dove l’uomo nei secoli si è ingegnato a sfruttare al meglio i corsi d’acqua, estendendo la superficie coltivabile attraverso laboriosi sistemi d’irrigazione. Qui scorre il Syr Daria, nelle cui prossimità, fin dai tempi più remoti, sono sorti insediamenti che erano anche tappe di uno dei tanti rami della via della seta.  Tra di essi si possono ricordare Turkestan, l’antica Yasi, dove c’è il mausoleo del maestro sufi Akhmed Yasavi, e Otyrar, tristemente famosa per un episodio che fu all’origine della calata dei mongoli in Asia centrale.
Nel 1218 il governatore della città depredò e massacrò una compagnia di mercanti provenienti dalla Mongolia. Otyrar faceva parte dei territori dello scià della Corasmia, Ala ad-din Mohammad, il sovrano più potente della regione, il cui dominio andava dalla catena del Tien Shan fino alla Mesopotamia. Quando Gengiz Khan gli mandò un ambasciatore per chiedere giustizia costui lo fece uccidere, attirandosi così l’ira del Gran Khan e le sue nefaste conseguenze.
Il sud è la regione che ha meglio conservato i costumi tradizionali e dove più forte e antica è l’adesione all’islam. Popolare vi è la sua corrente mistica: il sufismo (vedi riquadro).
Nel sud del Kazakistan, rimasto prevalentemente agricolo, è minima la presenza russa. Vi si concentra invece la comunità uzbeka, che, a differenza di quella russa, è in crescita. Per secoli uzbeki e kazaki si sono contesi il dominio su queste terre e ognuno le considera proprio territorio storico. La disputa è stata decisa dai sovietici in favore dei secondi, ma ai tempi dell’Urss i confini tra le varie repubbliche erano solamente amministrativi e non costituivano certo una barriera al passaggio di uomini e mezzi. Quello tra Uzbekistan e Kazakistan, tra l’altro, aveva una demarcazione approssimativa, tanto che si dà il caso di una provincia, quella di Maktaaral’sk (ora in Kazakistan) passata di mano una ventina di volte.
Con la fine dell’Urss, quando il confine diventò anche politico e si rese necessario stabilire un tracciato preciso, i due stati cominciarono a litigare, e a tutt’oggi non sono pervenuti a un accordo definitivo.
La disputa sui confini è solo una delle manifestazioni di una rivalità di vecchia data, che non accenna a sopirsi. Gli uzbeki rivendicano un’egemonia culturale sui popoli circostanti per la ricchezza del loro passato artistico, letterario e della tradizione religiosa. Vorrebbero vedersi riconosciuta anche quella politica, ma, per il momento, l’unico argomento indiscutibile a sostegno di tale pretesa è quello demografico: sono il gruppo etnico di gran lunga maggioritario nella regione. Il paese continua ad avere seri problemi economici ed è afflitto da una povertà cronica.
Dal canto loro, i kazaki vanno fieri del passato nomade e delle virtù guerriere che scorrevano nel sangue dei loro antenati e non si scambierebbero mai con un uzbeko, a maggiore ragione ora che la loro economia è in piena ascesa. Il Kazakistan è l’unica repubblica centroasiatica che non esporta, ma importa forza lavoro. Vi arrivano i lavoratori stagionali kirghizi, tagiki e, naturalmente, anche quelli uzbeki, che offrono mano d’opera a basso costo, impiegata per lo più nei cantieri.
La rivalità tra le repubbliche ha finora impedito loro di collaborare proficuamente per risolvere i tanti problemi comuni. Paradossalmente, sia il Kazakistan che l’Uzbekistan fanno meno fatica a intendersi con la Russia, la cui superiorità è accettata come un fatto in sé evidente. Riconoscerla non ferisce il loro orgoglio e non suscita sentimenti di gelosia, sempre in agguato quando si tratta dei vicini. 

Di Bianca Maria Balestra

Bianca Maria Balestra