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Volontari «governativi»

Dal quartier generale del Peace corps (corpi di pace)

Prestano servizio in 67 paesi del mondo.  Sono giovani (e meno giovani) cittadini statunitensi. Sottoposti a regole ferree di comportamento e sicurezza. Li finanzia il governo americano, per promuovere l’immagine «buona» dello «Zio Sam». O anche qualcosa di più.

Manhattan, New York city, quartiere generale del Peace corps, letteralmente «corpi di pace». Le misure di sicurezza per entrare nell’edificio sono rigidissime. Mi accorgo subito che sto per entrare in un palazzo dove hanno sede gli uffici federali più svariati, la polizia sorveglia tutte le entrate e per i visitors, come me, il controllo è ancora più severo.
Finalmente mi fanno accedere all’ufficio del Peace corps. Ad accogliermi un’enorme bandiera americana e la faccia ben immortalata del presidente Bush. Mi presento, spiego che credo nei valori della pace e della democrazia e dico che voglio prestare servizio all’estero come volontaria. Mi chiedono se sono cittadina americana e non appena rispondo no, l’interesse della persona con cui stavo parlando svanisce.
Solo i cittadini americani possono partecipare. L’unica eccezione è se hai già presentato domanda per la cittadinanza e se sei in attesa di ricevere la green card (documento che permette di lavorare negli Usa, ndr). Mi offrono depliant e materiale informativo in abbondanza. L’organizzazione deve investire molto nella promozione del programma a vedere dagli opuscoli che producono. Slogan attraenti come «Ti sei mai chiesto cosa c’è dopo?» , «Un viaggio di speranza» o «La vita sta chiamando. Quanto lontano andrai?» ricoprono i muri e riempiono le pagine degli opuscoli. Continuo a chiedermi, (la stessa domanda la pongo all’impiegato che ho di fronte), perché se i Peace corps promuovono valori quali la pace e lo sviluppo, non può ammettere tutti coloro che vogliono contribuire a questa missione? Perché un movimento dallo scopo universale deve avere delle barriere nazionali nella propria struttura?

Voluti da J.F. Kennedy

Bisogna risalire la storia di 45 anni: è il 1 marzo del 1961 quando un ordine esecutivo istituì il Peace corps come agenzia federale indipendente degli Stati Uniti d’America. L’atto di fondazione fu approvato dal Congresso il 22 settembre 1961 con il «Peace Corps Act» che dichiarò la missione dell’ente.
Il Peace corps promuove la pace e le relazioni amichevoli tra gli stati mettendo al servizio di paesi e aree interessate uomini e donne degli Stati Uniti d’America. Persone qualificate e desiderose di prestare servizio, anche in condizioni di vita difficili, al fine di aiutare i popoli di tali paesi a soddisfare i loro bisogni e a crescere.
A monte dell’istituzione del movimento sono gli anni ‘50, il secondo dopo guerra e il delinearsi del bipolarismo. Vari senatori americani già in quel periodo avevano proposto la formazione di un esercito di giovani americani «missionari della democrazia». Alcuni tentativi portarono alla luce organizzazioni private non religiose che iniziarono a mandare volontari nei paesi in via di sviluppo.  Ma solo nel 1959 l’idea di creare un programma nazionale divenne realistica e soprattutto trovò l’appoggio di John F. Kennedy il quale fece stanziare dei fondi e coinvolse rinomati accademici per studiae la fattibilità e delineae gli obbiettivi. Nixon si oppose apertamente così come altri, che dubitarono dell’adeguatezza di far intervenire in contesti così rischiosi giovani collegiali, impreparati e spesso mossi solo dalla curiosità dell’esotico e ricerca dell’avventura.
Secondo Kennedy invece, il movimento dei Peace corps sarebbe servito a promuovere l’immagine positiva degli Stati Uniti nel «Terzo Mondo», così come veniva definito all’epoca l’insieme disomogeneo dei paesi in via di sviluppo. Gli americani non dovevano solo essere visti come i cattivi o come gli yankee imperialisti, in particolare nelle neonate nazioni dell’Africa o dell’Asia post coloniale.
La macchina organizzativa iniziò rapidamente a crescere, le selezioni avvenivano su tutto il continente americano e prevedevano un test attitudinale e uno linguistico (da capire quali lingue straniere potevano essere richieste considerando la varietà dei contesti geografici in cui i volontari avrebbero prestato servizio). In due anni dalla sua fondazione il movimento aveva raggiunto 7.300 volontari che servivano in 44 paesi. Nel 1966 il numero toccò i 15.000 volontari, il più elevato nella storia dei Peace corps. Con un pizzico di malizia viene da pensare che forse non è una coincidenza che tra il 1952 e il 1966, con lo sviluppo decisivo del movimento di decolonizzazione, la maggior parte dei paesi nel Sud del mondo raggiunse l’indipendenza e si delineò un nuovo assetto delle relazioni inteazionali.

propaganda o facciata?

Mentre il movimento cresceva si prefiguravano nuove prospettive di intervento. Se all’inizio i progetti si focalizzavano unicamente sul settore educativo e quello agricolo, a partire dagli anni ‘80, sotto la presidenza di Reagan, vennero sviluppati interventi nell’ambito della creazione di attività produttrici di reddito e del microcredito.
La composizione del movimento e dei suoi volontari sembra abbia sempre riflettuto l’evoluzione del contesto socio politico interno degli Stati Uniti e abbia subìto gli effetti dei tagli o degli aumenti di bilancio voluti dalla maggioranza in carica. Negli anni ‘80 ad esempio, i fondi furono drasticamente ridotti e il numero dei volontari scese a 5.000. Dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, invece, l’amministrazione Bush pensò fosse importante aumentare la presenza dei Peace corps per contrastare il sentimento antiamericano emergente in molte aree del pianeta. Rientra nella lotta al terrorismo proclamata dai conservatori l’approvazione per il 2004 di un bilancio di 325 milioni di dollari per sostenere il movimento e l’obiettivo di duplicare in 5 anni la dimensione dell’organizzazione.
«La reputazione americana non è mai stata così minacciata come in questo periodo – dichiara il politologo Joseph Kennedy – e la necessità dei Peace corps non è mai stata così urgente. Occorre mostrare al mondo la faccia migliore degli Stati Uniti d’America, la generosità della nostra nazione».
Risulta quindi importante agli occhi della direzione del movimento rinnovare l’immagine esportata in modo da riflettere al meglio lo spaccato buono della società americana.
Nel 2002  Gaddi Vasquez è il primo ispano-americano nominato direttore dell’agenzia. Il suo principale obbiettivo diventa quello di reclutare volontari che rappresentino tutti i gruppi etnici del melting pot americano. Campagne specifiche sono indirizzate a gruppi minoritari della società, quali afro-americani, latini, per arrivare anche ai nativi dell’Alaska e agli indiani della first nation. Si vuole cercare di coinvolgere le varie fasce d’età della popolazione e per questo vengono adottate misure per incentivare gli over 50 a servire nel corpo di pace.  Questi hanno una più lunga esperienza e maturità da mettere al servizio e possono contribuire in modo unico alla missione dei Peace corps. Circa il 5% dei volontari nel 2006 aveva più di 50 anni.
Nel 2007 quasi 8.000 volontari americani hanno prestato servizio in 73 paesi del mondo. L’età media è di 27 anni, il 59% dei partecipanti è di genere femminile e solo il 7% è sposato. Si può dire che la forza dei Peace corps è qualificata, con il 97% di membri laureati. Il bilancio del 2006 si chiude con 318 milioni di dollari.

Cosa offre in cambio

Viene spontaneo chiedersi cosa offra il Corpo di pace in cambio di 27 mesi vissuti lontani da casa in condizioni disagiate? Perché un giovane o un anziano americano dovrebbero essere incentivati a prendee parte? I vantaggi che l’organizzazione è in grado di offrire sono molti e spesso servono da incentivo per convincere classi della società emarginate a prendere servizio. Forse tali gruppi vedono il Peace corps non tanto come la possibilità per aiutare i bisognosi, ma piuttosto come l’opportunità per riscattarsi socialmente e per avere determinati benefit.
I volontari sicuramente possono rivendere sul mercato del lavoro l’esperienza che fanno all’estero, per cui il primo beneficio è in termini di formazione e di sviluppo di determinate competenze. I volontari rientrati ricevono assistenza per l’inserimento lavorativo e soprattutto hanno vantaggi diretti nell’assunzione federale. Possono infatti essere assunti dagli svariati uffici federali senza seguire l’iter di selezione ma su base discrezionale dell’agenzia che li assume. I volontari che hanno prestato servizio al loro rientro  ricevono una copertura sanitaria, che copre addirittura le spese dentistiche, per 18 mesi (è bene ricordare che l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti è totalmente privata). Inoltre possono beneficiare di speciali programmi di studio post universitario con agevolazioni a livello di tasse scolastiche e di iscrizione.
Infine, per meglio reintegrarsi al rientro a casa,  si riceve un fondo perduto di 6.000 dollari quale forma di supporto alla transizione.
Non stupisce a questo punto vedere alcune statistiche sui giovani che hanno prestato servizio nel Peace corps e notare come molti di loro abbiano proseguito la loro carriera in ministeri, uffici federali, Università o addirittura all’interno della stessa struttura sul territorio Usa.

Un’esperienza

Tory ha 27 anni e ne ha trascorsi più di due  in Kenya al servizio del Peace corps. I suoi genitori negli anni Ottanta avevano fatto domanda per entrare nel movimento ed erano stati accettati ma poi decisero di non partire. Lei è cresciuta in parte con il loro rimpianto e ha deciso di completare il percorso. Ci spiega come il programma negli Usa sia conosciuto da tutti e che rappresenti un sogno per molti. Le prime fasi della sua selezione sono avvenute nel campus universitario. Tory ha studiato psicologia e letteratura inglese.
Dopo la selezione è accettata e parte per Nairobi dove trascorre 10 settimane in cui riceve formazione riguardo il paese, le misure di sicurezza, nozioni di sopravvivenza, igiene e sanità. Una parte del training si concentra sull’apprendimento della lingua locale. Dopo questa prima fase viene assegnata ad un villaggio del paese dove vivrà per due anni insegnando inglese nella scuola locale e organizzando corsi di formazione per gli insegnanti sulla diffusione dell’Hiv. Ogni 4 mesi torna in capitale per una riunione con tutti i volontari e con i quadri locali dell’organizzazione.
I Peace corps sono inoltre tenuti a compilare rapporti dettagliati sul loro servizio e fornire informazioni sull’area in cui sono dislocati.  Le chiedo cosa pensa delle accuse che vengono mosse ai volontari di essere spie americane, pedine non consapevoli di un più ampio progetto di impronta neo-colonialista. Mi risponde solo che per lei l’esperienza è stata unica e meravigliosa. Non può immaginare di essere stata una spia del suo governo. Oggi lavora in Tanzania per una fondazione che finanzia progetti in ambito sanitario. Gran parte di quello che fa si basa sulla sua precedente esperienza in Kenya.

L’impatto che non c’è

Non è facile tracciare un bilancio conclusivo su un argomento così ampio e dibattuto quale quello del Peace corps. Chiunque abbia lavorato in un paese in via di sviluppo ha avuto modo di conoscere qualche rappresentante del movimento, di vederli ubriacarsi in capitale o affrontare lunghi tragitti nella savana in bici dotati di caschetto di protezione. Di alcuni non era facile cogliere lo scopo del loro intervento, altri invece erano preparati e professionali.
Le campagne di selezione in America così come la storia del movimento sembrano chiarire che al primo posto della missione dei Peace corps non vi è la promozione della pace o dello sviluppo ma piuttosto l’esportazione di un’immagine positiva degli Stati Uniti d’America, la faccia buona di una nazione che altrove condanna alla guerra e alla privazione di diritti fondamentali.
Tuttavia sembra legittimo quanto meno dubitare dell’impatto dell’azione dei Peace corps in termini di sviluppo e di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali. Non si tratta infatti di un approccio co-partecipato allo sviluppo, e neppure di progetti strutturati e sostenibili, ma della dislocazione capillare sul territorio di donne e uomini americani inquadrati da una sovrastruttura governativa che cura soprattutto i propri interessi politici. 

Di Ermina Martini

Voci dal campo

Quei giovani dal viso arrossato

Li ho visti impiegati in più settori: educazione, salute, promozione dei giovani, ecc… direi che in nessun caso hanno compiti operativi diretti: per esempio, quelli assegnati a un dispensario sono incaricati solo della sensibilizzazione (niente cure).
Tutto si riassume a due categorie: ci sono ragazzi che sanno fare qualcosa e ragazzi che non sanno fare niente.
I primi sono impiegati in modo efficace nei settori in cui c’è più bisogno: penso soprattutto a quelli assegnati a dei licei pubblici come insegnanti di inglese, chimica, fisica… Materie in cui il personale locale scarseggia e in cui la prestazione di un laureato americano si rivela molto utile. O penso anche al volontario che in Mali ha lanciato l’idea delle banche culturali (operazione volta a conservare e diffondere la cultura africana).
Quelli che non sanno fare niente: si ritrovano ad avere compiti di animazione e sensibilizzazione presso qualche dispensario, centro per giovani, ecc… Il risultato del loro lavoro è tutt’altro che scontato. Se una ragazza americana che non ha mai visto un verme e non sa dov’è la Guinea deve andare in giro a parlare del «verme di Guinea», è probabile che il risultato non sia un successone. Di sicuro l’operazione richiederà anche una mobilitazione abbastanza importante di altre persone in appoggio.
Poi c’è chi semplicemente non sa fare niente e non fa niente. In questi casi i danni sono limitati.

Mi sembra che questo illustri bene il principio del Peace corps. Ovvero poco importa che il volontario abbia qualcosa da apportare, da dire o da fare: il principio che anima l’istituzione è che questa permette di formare generazioni di giovani americani che attraverso l’esperienza in un paese povero rientrano più sensibili, informati, aperti. Il Peace corps serve al «terzo mondo» molto meno di quanto questo serva al Peace corps e, attraverso di lui, agli Stati Uniti. Credo che questo fosse uno degli obiettivi di John F. Kennedy, padre dell’istituzione.
Ma penso anche che questo rifletta tuttora un’idea che gli Usa hanno del resto del mondo: questo esiste in funzione di quanto può apportare all’America. I paesi poveri servono a far fare un’esperienza umana a dei giovani, di cui approfitteranno solo gli americani.
Il lato B di questo paradigma è che il semplice fatto di essere americani è una fonte di legittimazione della propria presenza. Soprattutto in un paese povero: io americano, per quanto ignorante, avrò sempre qualcosa da portare a te, africano magari multi laureato.
 
Alcuni dati confermano questa mia ipotesi:
1. Non esiste selezione: se di buona costituzione fisica, qualunque americano dai 18 anni in su è accettato.
2. I Peace corps godono di un forte riconoscimento sociale quando rientrano: facilitati sul lavoro e nell’ottenimento di borse per l’università. Molti ex fanno carriera in istituzioni inteazionali…
Fino a qui comunque stiamo parlando di un servizio globalmente innoquo. E al limite riuscito rispetto al primo obiettivo esposto sopra: è vero infatti che le condizioni molto rudi in cui vivono e lavorano i volontari permettono una grande prossimità alla popolazione e una conoscenza del contesto invidiabile. Per esempio parlano tutti le lingue locali, e questo fa loro onore.

Veniamo al sospetto che pesa sull’istituzione: che sia un’agenzia di informazione per il governo americano. Possibile, ma non direi che sia davvero un’agenzia.
La mia opinione è che l’istituzione dei Peace corps non sia in origine un’agenzia, ma che sia stato e sia tuttora molto semplice per la Cia usarla come copertura per un buon numero di suoi agenti.
Insomma il Peace corps non è una spia, ma una spia può facilmente essere mandata in un paese come Peace corps.
Dopo di ché, credo che i rapporti d’attività che loro inviano siano tutti registrati in qualche servizio di informazioni. Ma è difficile che il ragazzo che passa un anno sperduto nell’Africa profonda a fare poco o niente abbia delle informazioni interessanti per Washington. Immagino che con le tecnologie attuali gli Usa ne sappiano di più da un satellite che da un volontario.

Di sicuro i Peace corps non sono tutti spie, ma questo è evidente. Molto probabilmente alcuni di loro sono agenti che si passano per volontari. Difficile sapere il livello di connivenza tra la Cia e la direzione. Teniamo presente che i Peace corps dipendono dal Ministero dell’interno e non da quello degli esteri.
Il fatto che siano tenuti a rispettare delle procedure di comunicazione in codice e delle procedure di sicurezza quasi militare, non significa granché, si pensi che il personale delle Ong in situazione di emergenza fa la stessa cosa.
E che il ruolo di informazione del governo – tuttora probabilmente esistente – in realtà tocca un numero limitato di volontari consenzienti e inviati in alcuni punti caldi ben precisi.
Il resto sono ragazzi di buona volontà e spirito di avventura o solidarietà. Esistono molti siti e i blog fatti dai Peace corps. Che la Cia li utilizzi per aggioare i suoi archivi?                                      
  L.A.

Ermina Martini