Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

PIEDRAS 1597

Reportage / Tra i bambini di strada della capitale argentina (1.a puntata)

Quasi tutte le metropoli del mondo vivono il fenomeno dei bambini di strada. Una tragedia fatta di droga, abusi sessuali, furti, violenze della polizia. A Buenos Aires abbiamo visitato un Hogar Don Bosco, dove volontari laici accolgono bambine e bambini cresciuti troppo in fretta. Un lavoro durissimo ma svolto con un entusiasmo straordinario. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Buenos Aires. L’indirizzo è Piedras 1597, ma l’entrata è su Avenida Caseros. Il barrio è quello di Constitución, noto soprattutto perché ospita la più grande e frequentata stazione ferroviaria del paese. L’ingresso è una porta in ferro, posta tra due finestroni protetti da grate metalliche di color giallo ocra. Daniel Blanco, giovane educatore salesiano, è un anfitrione entusiasta: «Benvenuti al Centro Miguel Magone».
Entriamo in un cortile interno, spoglio, ma funzionale. Da un lato, c’è una stanza con le docce, dall’altra un’aula scolastica e al centro un’ampio spazio per giocare a palla, protetti da spesse mura. 
Il Centro Miguel Magone (El Santa) è un centro di accoglienza per bambine e bambini di strada. O meglio, per attenersi alla terminologia usata da Daniel, per bambine e bambini in situazione di strada (chicas y chicos en situación de calle). A Buenos Aires, tra città e provincia, sarebbero parecchie migliaia, anche se non esistono dati certi.  Ma che età hanno?, chiediamo. «Ci sono anche bambini di 5 o 6 anni», risponde Daniel.
Provengono da famiglie povere, segnate dalla mancanza di lavoro o da un lavoro precario. Nel 90 per cento dei casi sono famiglie in cui la figura del padre è assente o negativa. Quando c’è un patrigno (padrasto), spesso questi non ha relazioni buone con i figli della donna. I motivi per preferire la strada sono dunque diversi, non ultimo quello della droga, che ha invaso Buenos Aires. I bambini fanno uso di colle e di paco, la pasta base di cocaina che dà subito assuefazione e che produce gravi danni fisici e mentali.
Il Santa è organizzato su due tui: uno per il giorno ed uno per la notte (Centro de día y de noche).  È un centro d’aiuto immediato. «Questo non è un centro residenziale – spiega Daniel -. Per chi vuole proseguire e costruire un progetto differente da quello della strada ci sono altri hogares, strutturati per una permanenza prolungata».
Al centro di Piedras 1597 i ragazzi trovano riparo, cibo, educazione. E quel po’ di affetto, che certamente a loro è mancato. Una scala in ferro porta al piano superiore. Qui ci sono i bagni ed alcune stanze. Sulla parete che precede la sala da pranzo e la cucina è dipinto il volto sorridente di Don Bosco, fondatore dei salesiani.
«Per camminare assieme – spiega Daniel -, occorre instaurare relazioni di fiducia reciproca tra bambini ed educatori». Una relazione di fiducia che chiunque può vedere osservando il comportamento degli educatori, tutti giovani ma motivatissimi e ricchi di entusiasmo.

Storia di Lisa, ex bambina di strada

Lalo ha 34 anni e da 15 lavora con i salesiani. Non ha competenze specifiche («Sono allenatore di calcio»), ma soltanto una predisposizione a lavorare con i bambini.  Mentre parla con noi, è abbracciato da due piccoli ospiti. «Io sono stato fortunato – racconta -. Anche se i miei genitori erano separati, la mia famiglia mi ha sempre seguito».
Non altrettanto può dire Lisa, occhi gentili, i capelli neri che le scendono lisci su un volto giovane. Ha soltanto 23 anni, ma è come ne avesse vissuti il doppio tante sono state le prove che ha dovuto affrontare. Papà mai conosciuto, mamma morta di Aids, quando lei era ancora una bambina. Poi la strada, la droga, un marito morto giovanissimo, due figli.
«Il Poxiran mi venne offerto per la prima volta a 8 anni. Cominciai a prendere di tutto. Mi ricoverarono più volte da tanta droga che avevo in corpo. Ma non ho mai provato il paco. Il paco è vizioso. Dura un secondo e subito ne hai ancora voglia. Ti viene l’ansia. Adesso nelle villas una dose costa un solo peso. In altre zone viene venduto a 5 pesos da gente che l’ha comprato nelle villas. Io vedo subito se i bambini sono fatti di Poxi o di paco».
In strada la vita è difficile, soprattutto per le ragazze, ma Lisa è riuscita a venie fuori. 
«Oggi sto bene. Sono tranquilla. Anche se la situazione che sto vivendo non è facile con due bambini. Non so immaginare come sarà il mio futuro. Ma non voglio che i miei figli crescano senza una madre. Non voglio che facciano le esperienze che ho fatto io».
«Vorrei stare qui al centro. Mi piacerebbe continuare ad aiutare le persone ad uscire dalla loro condizione, come ho fatto io».
Ci chiamano per il pranzo. Ci accomodiamo sulle panche, tutti – bambini, educatori, ospiti – attorno ad un grande tavolo di legno. È un pranzo comunitario, consumato con gusto e tranquillità.

La polizia, i vicini, i media

I bambini sono nell’aula al piano terreno, seduti dietro un banco scolastico per la lezione con due giovani insegnanti.  Ne approfittiamo per conversare con Hean, 23 anni, da 8 educatore.
Parla con calma, però le sue parole sono dure ed accusatrici.
«La polizia di Buenos Aires è molto violenta. Probabilmente ha mantenuto il modo di agire repressivo appreso durante il golpe militare del 1976. È aggressiva. Ad esempio, al mattino, quando alle 5 si apre la metropolitana, i bambini che dormono sotto vengono svegliati dai poliziotti a suon di botte». 
Chiediamo dei vicini di casa, che da tempo promuovono azioni – denunce, raccolte di firme, eccetera – per far chiudere il Miguel Magone.
«La cosa che dà più fastidio è avere questi bambini, mal vestiti e magari con una borsa di Poxiran tra le mani, vicino a casa. Se fossero lontani, non avrebbe importanza, ma sulla porta di casa non li sopportano. La verità è che la maggioranza dei vicini non conosce la situazione di questi giovani, non comprende i motivi della loro vita, non sa gli scopi di questo centro. Un giorno è venuta l’amministratrice di un palazzo a fianco. Era adirata perché diceva che la presenza dei bambini di strada faceva perdere di valore agli appartamenti del suo condominio».
Hean è durissimo anche con i mezzi di comunicazione. «Troppi programmi televisivi – spiega – mostrano il problema dei bambini di strada in modo distorto. Ad essi non importa nulla dei ragazzi:  mostrano le loro facce o quando si drogano. Si tratta di programmi sensazionalistici che cercano di suscitare emozioni nei telespettatori. Insomma, un giornalismo di m…».
Su istigazione dei vicini di casa questo giornalismo si è occupato anche del centro di Piedras 1597. Racconta Hean: «Un’importante rete televisiva – America Tv Canal 2 – ha filmato il centro durante il fine settimana, quando è chiuso. Ha fatto domande ai bambini che stavano fuori dalla porta. Non potendo entrare, hanno trasmesso immagini di altri luoghi. Hanno raccontato un mucchio di bugie: che il luogo non ha luce, che è sporco, che non c’è da mangiare, che non ci sono referenti. Una cosa incredibile! Alcuni bambini si sono sentiti responsabili, colpevoli per quel servizio televisivo. E noi educatori abbiamo provato un’arrabbiatura terribile, vedendo infangato in pochi minuti un lavoro in cui riversiamo fatica e cuore».

La notte picchia più forte

Piedras 1597, barrio Constitución, notte. La notte è più buia nel quartiere di Constitución.  I taxi passano veloci e per le strade è meglio stare accorti.  Il Centro Miguel Magone apre alle nove e mezza. La porta in ferro è il confine tra una notte all’addiaccio e una con doccia, pasto caldo, lezioni, materasso pulito e pareti protettive. Ma non tutti possono oltrepassare quel confine. Questa sera al varco c’è Adrian. Gentile ma fermo, Adrian si erge sulla soglia ed interroga i ragazzi che, da fuori, spingono per entrare: deve accertarsi del loro stato. 
«Non possiamo far entrare i bambini che sono sotto l’effetto del paco. Troppo alterati, troppo violenti. Purtroppo, non siamo attrezzati per affrontare quest’emergenza». Un’emergenza crescente, se si considera che il paco costa meno della marijuana e «sballa» di più.
Adrian è paziente. Ha studiato in una scuola pubblica, ma si considera un alunno salesiano. Conosce i bambini di strada e le loro problematiche. Conosce le dinamiche intee alle ranchadas.  «È il leader della ranchada – spiega – che decide cosa il gruppo deve fare. Può essere un capo positivo o negativo. Questo secondo abusa del suo potere, fa violenza sugli stessi membri del gruppo, non frena il consumo di droghe».  
Al Santa il tuo della notte è, più o meno, strutturato come quello del giorno: dopo l’entrata, i bambini si lavano, fanno cena, qualche attività di svago (lezioni di arti marziali o d’arte) e verso mezzanotte vanno a letto; al mattino, alle 8, viene servita la colazione e poi sono liberi.
Ci fermiamo a parlare con le bambine e i bambini che attendono la lezione. Le femmine, giovanissime ma già segnate dalla vita (anche fisicamente, qualche occhio pesto, qualche livido sul corpo), si atteggiano a «donne» con il rossetto sulle labbra e le movenze adulte. I maschi sono più bambini, anche se si comportano da bulli senza paura.  Mario, l’insegnante di arti marziali, chiama alla lezione e tutti corrono via.

Finalmente è mezzanotte

È passata la mezzanotte. Nelle due stanze – una per le femmine, un’altra per i maschi – la luce è stata spenta. Qualcuno già dorme, qualche altro ancora bisbiglia con il vicino di materasso. Adrian, Eduardo, Mario e il cuoco possono finalmente sedersi attorno ad un tavolo. 

Di Paolo Moiola

Le parole della strada
Il glossario  
paco: nome con cui si indica la droga più a buon mercato reperibile nelle strade di Buenos Aires. È pasta base di cocaina, mischiata con cherosene ed acido solforico (o altri agenti chimici). Viene fumata in rudimentali pipe di metallo. Lo smercio avviene nelle villas miserias più degradate.  Negli ultimi anni ha avuto una diffusione esponenziale, anche in ragione del suo basso prezzo: una dose costa da uno ad un massimo di 5 pesos. Il paco argentino è il bazuco diffuso in Colombia, il pitillo della Bolivia, il kete del Perù.

pegamento / pegar: è la colla inalata dai bambini di strada, di norma è racchiusa in un sacchetto da cui essi aspirano. Il termine «pegar» indica l’atto di inalare droghe. In Argentina, il pegamento più diffuso è il Poxiran.

ranchada: nel gergo della strada indica bambine e bambini che formano un gruppo. Si ritrovano in un luogo detto «rancho», che costituisce una sorta di rifugio dove dormono e si sentono teoricamente più protetti.  Ogni ranchada ha un proprio leader. Il termine deriva dal gergo del carcere.

villas miserias: si chiamano così i quartieri informali (cioè senza permessi e strutture) cresciuti nelle periferie delle città argentine, in particolare di Buenos Aires. Sono la versione argentina delle favelas brasiliane, dei pueblos jovenes peruviani, dei ranchitos venezuelani.
(a cura di Paolo Moiola)

Le droghe dei poveri
Gli inalanti 

Gli inalanti sono sostanze chimiche che producono vapori in grado di alterare l’umore. Vengono assunti per inalazione. Esistono più di 1.000 prodotti commerciali che rientrano in questa categoria. La maggioranza di essi è economica e facilmente reperibile, anche per questa ragione sono prodotti utilizzati più dai ragazzi che dagli adulti. I più diffusi sono le colle, le veici, i solventi.
Gli effetti degli inalanti sono simili a quelli dell’alcornol. A dosi basse negli utilizzatori si produce eccitazione, euforia, aumento della sicurezza, riduzione dell’ansia, comportamento disinibito. Poiché gli effetti di queste sostanze scompaiono in breve tempo, il soggetto tende ad assumere un’altra dose. Ciò determina un utilizzo pressoché continuativo, con rischi gravi per la salute, fino a mettere in pericolo la vita. I più pericolosi sono quelli contenenti toluene e nitriti.
Gli inalanti provocano mal di testa, nausea, vomito, disturbi dell’eloquio, perdita della cornordinazione motoria, riduzione dei riflessi, tremori, problemi respiratori. L’uso a lungo termine può provocare perdita di peso, disturbi cutanei, problemi cardiorespiratori, compromissione della memoria, danni al sistema nervoso, al fegato e ai reni.
È difficile stabilire a che livello inizia il pericolo di vita. La morte può sopravvenire quando si usano per la prima volta o dopo molto tempo. Va ricordato che il metodo di inalazione più diffuso – quello dal sacchetto – aumenta notevolmente la concentrazione delle sostanze e dunque i rischi per la salute.
Le inchieste suggeriscono che l’uso di inalanti nasce di norma in ambienti socioeconomici sfavoriti, dove sono presenti povertà, abusi sessuali infantili, abbandono scolastico.  
(a cura di Paolo Moiola)

Intervista – Padre Francisco De Rito, salesiano

Hogares Don Bosco
(e i guasti di una società diseguale)

Buenos Aires. In Calle Don Bosco tutto ha il marchio dei salesiani. Abbiamo appuntamento con padre Francisco De Rito, salesiano di origini calabresi, che dopo 10 anni in Patagonia da tempo ha iniziato a seguire il progetto degli Hogares Don Bosco.

Padre, come descriverebbe in poche parole il progetto degli Hogares?
«Delicato e di grande emergenza. A Buenos Aires ci sono almeno 4.000 bambine e bambini che vivono nelle strade. Molti di essi hanno famiglia, ma preferiscono la strada. Attraverso gli educatori noi li contattiamo offrendo case di accoglienza, scolarizzazione, recupero del rapporto con le famiglie d’origine. In una parola, un altro progetto di vita».

Dopo la spaventosa crisi del 2001, in questi anni  l’Argentina guidata dai coniugi Kirchner ha fatto dei passi in avanti, almeno a livello economico. È migliorato il problema dei bambini di strada?
«In questi anni la situazione è peggiorata. Molte famiglie sono arrivate dall’interno del paese, credendo di trovare qui la soluzione ai loro problemi economici. Ma non è andata così.  Oltre a ciò, sono aumentate le situazioni di violenza all’interno delle famiglie dove, tra l’altro, spesso ci sono patrigni o matrigne».

Perché tanta violenza?
«La causa prima è la società diseguale, con troppe differenze tra chi accumula e chi non ha nulla. La scelta liberista e di mercato ha prodotto questa frattura. Stiamo migliorando, ma l’Argentina rimane un paese diseguale».

Secondo lei, quali sarebbero le prime contromisure da adottare?
«Migliorare il mondo del lavoro. Offrire a tutti un’occupazione dignitosa con cui si possa affrontare la vita, provvedere alla salute e all’educazione dei figli. Sì, il peccato peggiore è non dare alla gente un lavoro degno.  Senza di esso si genera delinquenza e passività sociale».
(pa.mo.)

Paolo Moiola