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Latitud Barrilete

Viaggiando in America Latina

È possibile descrivere l’America Latina partendo dalla quotidianità della gente?
Sì, è possibile, come dimostra l’esperienza di Martin Flores e Ana Sofia Quintana.

Nell’immaginario di ciascuno di noi ci sono luoghi pericolosi e dunque poco indicati per essere visitati o esplorati. Proprio da quest’immaginario nasce la paura per le strade e i sentirneri dell’America Latina. Per confutare tale visione, ho parlato con Martin Flores e Ana Sofia Quintana, due viaggiatori che, partendo da una proposta di giornalismo alternativo chiamato «Latitud Barrilete», ci regalano una visione meno stereotipata del continente latinoamericano.
Parlando con loro, prima di ogni altra cosa cerco di sapere in cosa consiste il loro progetto e quando è nata l’idea. Risponde Martin: «Latitud Barrilete è, prima di tutto, il desiderio di avvicinarsi alla gente che fa la storia, giorno dopo giorno. In pratica, vuole essere un progetto di giornalismo poetico-documentale senza fini di lucro, che si propone di testimoniare le problematiche esistenti nella nostra America Latina e soprattutto i modi in cui esse sono affrontate dalla gente. Noi cerchiamo di fare un lavoro sul campo. Ci avviciniamo ai barrios e alle comunità e cerchiamo di convivere con le persone, in modo da poter capire la loro realtà e quotidianità. Il progetto nasce durante un lungo viaggio attraverso la Patagonia effettuato tra il 2005 e il 2006, quando ci proponemmo di diffondere nei grandi centri urbani le realtà che non diventano notizia. Ci ha profondamente coinvolti essere testimoni di avvenimenti che, per una ragione o per l’altra, il sistema nasconde o falsifica. Anche se avevamo sulle spalle già 10 anni di viaggi per l’America Latina, sempre confrontandoci con la storia e con la gente, fu là nel Sud che cominciò a prendere forma quello che più tardi chiamammo Latitud Barrilete».
Ascoltando Martin e Ana Sofia mi coglie una sorta di «invidia», soprattutto venendo a conoscere i territori che i due viaggiatori hanno percorso (magari gli stessi che, per paura, io non sperimentai quando ancora vivevo in Colombia). Continua Martin: «I nostri viaggi sono stati come onde che crescono e poi si rompono, ogni volta più grandi, ogni volta più lontane. Ogni volta cercando di raggiungere una visione propria e di conoscere i protagonisti dei fatti che non diventano notizia per un sistema che produce soltanto solitudine e paura».
Martin e Ana Sofia hanno viaggiato attraverso il Cono Sud (Argentina, Cile, Uruguay) e la regione andina (Bolivia, Perù, Ecuador), ma si sono spinti anche in Colombia, Venezuela e Brasile. Hanno viaggiato senza programmare una via precisa. Sono andati e tornati varie volte, ma sempre avendo Buenos Aires come base che permette a loro di lavorare, studiare, diffondere ciò che fanno.

Come ognuno di noi, anche Martin e Ana Sofia hanno una loro idea sulla propria terra d’origine, un’idea molto bella: «L’America Latina rappresenta uno scenario unico nel mondo, poiché qui si sono sviluppati processi storici che non si sono visti in altri angoli del pianeta. Per lo scontro tanto drastico tra due culture che non si conoscevano; per il processo di meticciamento tra indigeni, africani ed europei, che ha prodotto una realtà vasta e profonda. Senza dimenticare la sua quotidianità donchisciottesca, la forza unica della sua cultura, la sua natura esuberante; e, dall’altro lato, le sue musiche, i suoi balli e i suoi colori, che fanno di questa terra una metafora collettiva, sempre cangiante, rinnovata e feconda».
A questo punto, non posso non chiedere a Martin e Ana Sofia cosa pensano dei fenomeni sociali latinoamericani dei quali siamo stati testimoni in questi anni: «L’America non si rassegna a quella visione tradizionale che le hanno attribuito, quella cioè di continente satellite dei grandi centri mondiali. Non siamo stati sconfitti, né siamo un continente povero. Se finora non abbiamo ottenuto ciò che cercavamo non è perché siamo rassegnati, ma perché ci siamo persi lungo la strada. Tuttavia, se c’è una qualità che ci distingue come latinoamericani, è la nostra volontà di cominciare di nuovo».
«Davanti alle continue convulsioni sociali e alla resistenza della gente, i nuovi governi adattano le loro strategie apparentemente per generare aspettative di cambiamento, ma in realtà perché tutto rimanga eguale: il saccheggio delle risorse, la disoccupazione, la distruzione dell’istruzione (pubblica), con il conseguente risultato della povertà e della marginalità. In ogni caso, è confortante vedere come la gente risponde a questa ripetizione di un modello oramai esaurito. L’organizzazione autonoma, orizzontale e partecipativa cresce nei barrios e nelle comunità, perché una parte sempre maggiore della popolazione non crede nella capacità della politica tradizionale di trasformare la realtà».

A chiusura del nostro incontro, Martin e Ana Sofia mi confermano con felicità che, dopo aver viaggiato per tanto tempo, hanno avuto la conferma che la gente più amabile è quella più umile. «È una costante – spiegano -: la solidarietà si trova maggiormente tra le persone che possiedono meno. È molto comune che qualcuno ti ceda il proprio letto o ti chieda di dividere con lei l’unico pezzo di pane che ha». 

Di Maria Helena Granada

Maria Helena Granada