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L’altra faccia di Pechino

A spasso negli ultimi vicoli del gigante asiatico

La Cina ha indici di crescita da capogiro. L’immagine che si sta diffondendo è la modeità e l’efficienza. Ma non la sua millenaria cultura.  E neppure le disuguaglianze intee, che si stanno inasprendo. La capitale è il simbolo di tutto ciò. Racconto di un’osservatrice privilegiata.

Ormai quasi tutti i giorni si sente parlare della Cina. Da telegiornali, riviste e quotidiani riceviamo sempre notizie interessanti su una nuova scoperta, un ulteriore passo avanti compiuto dal gigante orientale. La Cina è continuamente descritta con aggettivi positivi e grandiosi. Ma la realtà non è sempre questa.
Studiando la lingua cinese, la sua millenaria cultura e avendo vissuto a Pechino per un breve periodo, posso dire che la Cina è anche costituita da una realtà ben più triste e poco sviluppata.
I passi da gigante compiuti negli ultimi decenni sono evidenti, ma non bisogna dimenticare che l’ingente sviluppo economico e culturale sta quasi esclusivamente coinvolgendo le grandi città. Il paese rurale, in gran parte escluso da questi grandi mutamenti, è ancora una realtà presente. Le stesse grandi città appaiono come un mix tra vecchio e nuovo, arretrato e avanzato, miseria e nuova emergente ricchezza. Pechino, Beijing significa letteralmente «Capitale del Nord». La sua municipalità ha le dimensioni del Belgio e conta 14 milioni di abitanti. Ho avuto la possibilità di scoprire questa città più da vicino. Di andare oltre quanto consigliato dalla guida turistica, inizialmente mia fedele consigliera, e di conoscere abitudini e usanze dei suoi abitanti. Aspetti non sempre piacevoli, ma che fanno parte della cultura cinese e che per questo vanno rispettati e apprezzati.

Le «tappe obbligatorie»
Prima della partenza avevo letto con scrupolosa attenzione la guida, evidenziando tutti i nomi dei luoghi che meritavano di essere visitati. Il primo mese del soggiorno è stato quindi dedicato alle cosiddette «tappe obbligatorie». Mi sono recata in piazza Tian’anmen (la più grande al mondo) per ammirare la sua maestosità, poi sono entrata nella «città proibita», dove ho trascorso diverse ore a visitare i padiglioni, i giardini e i cortili un tempo dimora dell’imperatore. Un’altra giornata è stata interamente dedicata al palazzo d’Estate, residenza estiva del «Figlio del Cielo» (l’imperatore), dove mi sono lasciata trasportare dall’atmosfera poetica del suo lago artificiale, dei ponticelli e dei salici piangenti scossi da una leggera brezza.
Ma Pechino piace ai turisti occidentali non solo per queste mete, anche per i suoi magazzini multipiani, dove si può comprare di tutto a cifre irrisorie. Così anch’io sono stata letteralmente travolta da questa febbre di «shopping estremo» visitando il famoso mercato dell’antiquariato e quello delle perle. Passeggiando per alcune delle vie più lussuose ho potuto ammirare negozi di sete con clientela esclusivamente straniera, dove venivano confezionati qipao (tipico abito cinese) su misura. Tutti questi posti avevano un non so che di affascinante, però si avvertiva chiaramente che non rappresentavano la vera cultura cinese, per lo meno non completamente. Ben presto mi sono resa conto della necessità di spingermi oltre. Incitata dalla curiosità, forte del fatto di avere una certa dimestichezza con la lingua, ho deciso di provare a uscire dai percorsi prestabiliti. E proprio allora il soggiorno è diventato molto più avvincente.
L’altra faccia di Pechino, quella estranea ai musei, alle visite guidate, alle vie lussuose e alle traduzioni in un inglese maccheronico, mi stava aspettando.

Tra i vicoli di Beijing
Un giorno mi trovavo, forse per la seconda o terza volta, ad osservare la grandiosità di piazza Tian’anmen sotto l’imponente effige dominatrice di Mao. Le mie gambe, spinte dall’interesse, mi condussero senza neanche accorgermi in una vicina via, trafficatissima di biciclette e risciò, troppo stretta per permettere il passaggio delle macchine.
L’impatto con questa «altra» realtà è stato notevole. Gente che spingeva, che mi tirava per invitarmi a entrare nel suo negozio a comprare, ragazzine che mi circondavano per farmi assaggiare il loro tè. Se mi dimostravo interessata all’acquisto di qualcosa, subito altri piccoli commercianti facevano capolino per assistere alle estenuanti trattative dei prezzi. Qua e là si vedevano gruppetti di uomini intenti a giocare a mah jong (l’equivalente della nostra dama). Purtroppo apparivano anche scene raccapriccianti di persone dal viso rovinato dall’acido, senza braccia o gambe. Dopo un’ora avevo già mal di testa. Ma ben presto mi resi conto che quella realtà mi affascinava e così, da quel momento, decisi di addentrarmi sempre più nei vicoli di Pechino.
I vicoli, sono proprio loro i veri protagonisti di questa città. A parte piccole zone create apposta per i turisti, strapiene di bancarelle e negozietti, il resto sono gli hutong, letteralmente «vicoli di case a corte». Si dice che questo termine sia apparso nel XIII secolo, dopo che la dinastia Yuan aveva stabilito la capitale a Pechino. Visto che la dinastia era di origine mongola, hutong deriva dal mongolo huto, pozzo. Infatti all’inizio la costruzione degli hutong seguiva la distribuzione dei pozzi; solo in seguito questa parola ha acquisito il significato attuale. Costruzioni basse e grigie, che a un occhio inesperto come il mio erano tutte uguali, si affacciano sulle strette viuzze. In questa distesa di casette la comunità pechinese trascorre le sue giornate, la sua quotidianità. Proprio qui vivevano (e vivono ancora) molti pechinesi, che attraverso i secoli hanno diffuso in tutti gli angoli della vecchia zona urbana questo tipo di abitazione.
Camminando senza meta sono entrata in contatto con un altro mondo, altre abitudini. La vita comunitaria è molto attiva, la privacy sembra quasi inesistente. Le porte delle case sono aperte, i bagni in comune si riconoscono dallo sgradevole odore che si avverte parecchi metri prima. Per strada si possono incontrare persone che si lavano i capelli sopra i tombini, uomini che si fanno la barba, chi mangia accucciato per terra.  Vecchi che fanno una siesta davanti alla porta di casa e bambini intenti a giocare in mezzo alla sporcizia. Lasciandosi trasportare dal fascino di questi vicoli, tutti e cinque i sensi vengono riattivati. Da certe case o da piccole botteghe provengono odori di piatti tipici e spesso la tentazione mi ha portata a comprare queste specialità, non sempre apprezzate.
Interessante è la reazione della gente. Era evidente che non sono abituati alla vista di occidentali in quelle zone. Mi guardavano come se fossi stata un’extraterrestre. Alcuni si mostravano un po’ scocciati per quell’invasione di territorio, mentre altri erano ben disposti a scambiare qualche parola, consigliare alcuni luoghi da visitare e indicare la strada per uscire da quel groviglio di viuzze. E così ho finalmente potuto constatare l’effettiva verità di un detto cinese che recita: «Se non si entra negli hutong, non si conosce Pechino».

«Sviluppo» inarrestabile
Frequentavo un corso di cinese all’università, con sede in un campus molto grande. La prima settimana mi ero addirittura comprata una cartina per potermi orientare. All’inizio, avevo scoperto nei dintorni un minuscolo ristorante (locali che i cinesi chiamano xiao chi, ovvero spuntini) dove venivano cucinati deliziosi ravioli al vapore. La prima volta ero riluttante ad entrare, perché l’igiene del locale lasciava un po’ a desiderare, ma poi la tentazione ebbe nuovamente la meglio. Così a volte, dopo lezione, mi recavo lì e poi passavo da una signora che vendeva frutta e verdura e  cercava sempre di propormi un frutto a me sconosciuto. Infine facevo tappa dal «signore dei pesciolini». Un allegro vecchietto che preparava sul momento dei dolcetti a forma di pesciolino ripieni di cioccolato per soli 10 centesimi l’uno. Azioni semplici e banali, che però hanno contribuito a farmi scoprire un’altra faccia di Pechino, quella che purtroppo nessuna guida descrive.
Questa quotidianità lenta, fatta di gesti, odori e sguardi appare spesso nella mia mente. Rimarrà un ricordo indelebile, perché spesso sono le cose più banali a rimanere impresse. E spero di poterle trattenere nella mia mente il più a lungo possibile, visto che questa città sta subendo un cambiamento repentino.

A rischio scomparsa
Proprio a causa dell’inarrestabile sviluppo, anche il volto di Pechino è in fase di stravolgimento. Già da anni sono stati eretti molti grattacieli, tanto che alcuni quartieri ricordano molto le metropoli americane. Ma adesso, con l’avvicinarsi dei giochi olimpici del 2008, si sta assistendo a un’impennata nella costruzione di casermoni. Edifici che non hanno nulla a che vedere con la Pechino degli hutong sorgono come funghi. Molte zone costituite da fitte reti di vicoli vengono abbattute per fare spazio alle costruzioni del futuro. Sulla mappa degli antichissimi hutong compare sempre più spesso l’ideogramma chai (demolire). Un’indagine dell’Istituto pechinese di ingegneria civile ha preso in esame 1.320 vicoli, rilevando come il 15% sia stato distrutto per far spazio a nuovi edifici, il 52% abbia subito seri danni e che solo un terzo ha mantenuto il carattere originale.
Basta visitare il sito di Amnesty Inteational per leggere le denunce rivolte alla municipalità di Pechino. La gente è brutalmente sfrattata dalle sue case ed è costretta a trasferirsi in questi nuovi appartamenti. Se da un lato si può pensare che queste abitazioni permetteranno condizioni di vita e igieniche migliori, dall’altro bisogna riflettere sul modo in cui questa operazione è condotta.
Tutte queste persone non solo vengono private della loro casa, ma soprattutto della loro quotidianità e dello spirito di comunità.
Purtroppo questo è il prezzo che deve pagare la Cina per poter diventare sempre più importante a livello mondiale e per reggere la competizione con l’Occidente. La popolazione cinese non è stata adeguatamente preparata a questo sconvolgente balzo in avanti e l’impressione è che tutto stia avvenendo troppo velocemente creando enormi squilibri.
Allarmato dalla possibilità che non resti nulla della vecchia Pechino, il governo ha approvato delle linee guida per il restauro degli hutong. Ma molti conservazionisti credono che ormai il danno sia irreparabile. Forse fra qualche decennio questi aspetti unici della quotidianità pechinese saranno solo un ricordo. 

Di Francesca Bongiovanni

Francesca Bongiovanni