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Galleria degli «errori»

Chi è chi nel conflitto avoriano

Da una parte la coppia presidenziale degli onnipresenti Laurent e Simone Gbagbo, con la loro retorica aggressiva ma anche brillante, almeno nel caso del presidente, e le milizie armate. Dall’altra un’opposizione fatta di personaggi con antichi conti in sospeso, da cui si stacca il giovane leader dei ribelli Guillaume Soro, la cui reale volontà di uscire dalla crisi è però tutta da verificare. Galleria dei protagonisti del conflitto che da cinque anni impedisce alla Costa d’Avorio di risollevarsi dal baratro di miserie politiche ed economiche in cui è precipitata alla morte del padre della patria, Félix Houphouët-Boigny.

Laurent Koudou Gbagbo
presidente della Costa d’Avorio
dal 2000

Nulla descrive Laurent Gbagbo meglio delle sue stesse parole: «I miei avversari dicono che ho una propensione a ingannare tutti? Se io li inganno, è perché loro sono ingannabili». E ancora: «Per arrivare dove sono oggi, sono passato attraverso gli anni difficili dell’opposizione, della clandestinità, della prigione. I miei avversari, invece, non sanno aspettare il loro tuo nella storia: vogliono il potere anche quando non spetta a loro».
Pirotecnico nell’eloquio, ironico, insolente, ma anche appassionato, determinato, razionale, Laurent Gbagbo è l’animale politico per eccellenza nella Costa d’Avorio del dopo Houphouët-Boigny. Abilissimo a giocare al gatto col topo con la diplomazia francese, specialista nel negare oggi quello che ha giurato ieri; la lotta politica è il suo pane fin dai tempi in cui, insieme all’energica moglie Simone, tramava contro il regime a partito unico di Houphouët, il «Vecchio» che per quasi mezzo secolo ha regnato sulla Costa d’Avorio in un rapporto quasi simbiotico con la Francia.
Figlio di un poliziotto che aveva combattuto nell’esercito francese durante il secondo conflitto mondiale, Laurent Gbagbo nasce 62 anni fa vicino a Gagnoa, nella Costa d’Avorio occidentale, in piena cintura del cacao e area bété, una delle etnie non certo favorite dal vecchio presidente.
Storico di formazione, è già attivo negli anni dell’università come sindacalista, ispirato da «idee marxiste di tendenza maoista». Imprigionato alla fine degli anni ‘60, fonda nel 1982 il Front Populaire Ivorien (Fpi) e si autoesilia a Parigi per 6 anni, da dove continua il suo lavoro di opposizione a Houphouët e l’elaborazione del suo programma politico. Rientra ad Abidjan nel 1988 e nel 1990 è l’unico sfidante del Vecchio alle elezioni, dove ottiene il 18% dei voti.

Nel 1992 è al governo Alassane Ouattara, scelto da Houphouët per mettere ordine, nei conti e non solo. Le leggi anti-sommossa promulgate dal premier porteranno Gbagbo in carcere per altri 6 mesi.
Nel 2000, dopo la morte del Vecchio e dopo il colpo di stato del generale Robert Gueï, si ricandida alle elezioni presidenziali: i requisiti per candidarsi, tutti incentrati sul concetto di ivoirité, sono talmente restrittivi che Gbagbo è l’unico avversario di Gueï. A sorpresa vince le elezioni, ma rifiuta di rimettere in palio il titolo includendo anche i candidati che la clausola di ivoirité aveva escluso.
Il conflitto avoriano, secondo Gbagbo, si riassume in poche parole: si tratta di una guerra di successione, iniziata dagli eredi di Houphouët, Alassane Ouattara e Henri Konan Bédié, una guerra nella quale i francesi non hanno saputo stare al loro posto. Cioè fuori.

Acclamato dai suoi come il patriota che può portare a termine la seconda decolonizzazione e la completa liberazione dalla tutela della Francia, i suoi detrattori lo dipingono come il despota che controlla veri e propri squadroni della morte e che si è abbandonato al fanatismo religioso, dopo che la moglie lo ha convinto ad avvicinarsi alla sètta evangelica americana Inteational Church of the Foursquare Gospel.
Quel che è certo è che Gbagbo non ha nessuna intenzione di abbandonare il potere: attaccandosi strenuamente alle prerogative presidenziali garantite dalla Costituzione, ha più volte ostacolato il lavoro del primo ministro Charles Konan Banny, scelto dai mediatori africani e dalle Nazioni Unite per portare la Costa d’Avorio fuori dalla crisi. D’altronde Gbagbo ha tutto l’interesse a coltivare questa situazione di stallo: finché resta alla presidenza, la comunità internazionale non può attivare contro di lui le procedure che lo porterebbero davanti al Tribunale penale internazionale, dove dovrebbe rispondere delle sue ambiguità nel gestire la violenza organizzata, appannaggio dei Jeunes Patriotes, che lascia a briglia sciolta – o addirittura fomenta – contro le opposizioni e gli stranieri.

Simone Ehivet Gbagbo
moglie di Gbagbo
e first lady della Costa d’Avorio

Niente asili, orfanotrofi e tagli di nastri: la first lady avoriana Simone Ehivet Gbagbo non ha tempo per queste cose da moglie del presidente. Di etnia akan, discendente di una famiglia reale, non si veste all’occidentale, preferendo i tessuti e tagli avoriani, e non si interessa di diplomazia. Anzi, la detesta, se è vero che ha liquidato gli avversari di suo marito con espressioni decisamente non tenere: «Henri Konan Bédié? Un idiota. Guillaume Soro? Un giovane manipolato e sotto pressione. Alassane Ouattara? Uno straniero».
E nemmeno a suo marito risparmia critiche, frecciate e aut-aut: durante le negoziazioni degli accordi di Marcoussis, la first lady dichiarò: «Se i nostri uomini vanno a Parigi per prendere decisioni che non ci soddisfano, al loro rientro non ci troveranno nel loro letto».

Classe 1949, figlia di un gendarme, perde la madre alla nascita e si trova rimbalzata da un angolo all’altro della Costa d’Avorio, insieme ai suoi 18 fratelli e sorelle. Appassionata di politica fin dal collège, è durante gli studi in Letteratura all’università di Abidjan che inizia la sua militanza: aderisce alla sezione femminile del movimento studentesco cattolico, rimane affascinata dalle tesi marxiste e dalla loro riedizione in chiave africana nei pensieri di Patrice Lumumba e Kwame Nkrumah.
Nel 1972, sotto lo pseudonimo di «Adèle», aderisce al movimento clandestino che si trasformerà nel Front Populaire Ivorien  (Fpi). Qui incontra «Petit Frère», nome di battaglia di un giovane professore di storia, Laurent Gbagbo, che diventa suo marito. Con lui condivide le lotte politiche contro il regime di Houphouët-Boigny, la prigione e, dal 2000, anche il potere.
Eletta deputata del Fpi nella circoscrizione di Abobo, quartiere povero di Abidjan, la sua propaganda è intrisa di elementi religiosi: da quando è diventata seguace della sètta evangelica Shekinah Glory Memories (Church of the Foursquare Gospel), guidata in Costa d’Avorio da Moïse Koré, pare che la first lady passi molto tempo a leggere la bibbia e digiuni spesso.
Ma i richiami a Dio e i discorsi dai toni quasi messianici non l’hanno tenuta lontana dalle pesanti accuse mosse tra gli altri da Onu e Radio France Inteational. La moglie del presidente sarebbe implicata nello scandalo dei rifiuti tossici scaricati qualche mese fa ad Abidjan e il suo entourage controllerebbe da presso gli squadroni della morte e i Jeunes Patriotes di Charles Blé Goudé. Sembrerebbe quasi che alla lady di ferro avoriana spetti la parte di lavoro sporco che Gbagbo non può permettersi di fare in prima persona.

Henri Konan Bédié
il delfino di Houphouët

Definito «personaggio scialbo» da Le Monde Diplomatique, Henri Konan Bédié è l’erede designato del padre della nazione Houphouët-Boigny. Muove i primi passi della carriera politica all’ombra del Vecchio, che gli spiana la strada e lo mette al riparo dagli scandali e accuse di corruzione. Dopo gli studi di economia è nominato ambasciatore negli Stati Uniti dal 1961 al 1966, ministro delle Finanze di Abidjan dal 1966 al 1977 e presidente dell’Assemblea nazionale dal 1980 al 1993.
Settantatreenne, originario del centro paese, di etnia baoulé come Houphouët, Bédié diventa presidente della Costa d’Avorio ad interim alla morte del suo predecessore, sopraggiunta nel dicembre del 1993.

Appena un anno dopo il suo insediamento fa indispettire Parigi, decidendo di concedere ai giganti americani Cargill e Adm alcuni contratti di esportazione del cacao, senza consultare le multinazionali francesi. Ma il suo nome è legato soprattutto all’introduzione della clausola dell’ivoirité nella competizione elettorale.
Dopo aver dichiarato, nel maggio 1994, «non ritireremo mai il diritto di voto a persone che votano in questo paese fin dal 1945», cede subito alla tentazione di eliminare con un solo colpo di spugna il suo più temibile avversario politico, Alassane Ouattara, l’ex primo ministro avoriano accusato di essere in realtà un burkinabé. Incarica dunque una commissione di intellettuali di definire il concetto di «ivoirité» attraverso il quale stabilire chi è avoriano e chi no, di conseguenza, chi ha diritto a far parte dell’elettorato attivo e passivo.

Messo così fuori gioco Ouattara, Bédié viene eletto con il 96% dei voti in uno scrutinio elettorale boicottato da tutta l’opposizione. Il suo mandato si caratterizza per la corruzione dilagante, nepotismo e incapacità di uscire dalla crisi economica, cominciata già alla fine degli anni ‘80 sull’onda del crollo del prezzo del cacao.
Nel dicembre del 1999, il colpo di stato del generale Robert Gueï mette fine alla presidenza di Bédié e apre le porte a Laurent Gbagbo.
In esilio in Francia fino al 2001, Bédié rientra per prendere parte al Forum di riconciliazione nazionale. È attualmente il presidente del partito fondato da Houphouët, il Pdci.

Alassane Ouattara
il grande escluso

«Uomo distinto e cortese, dai modi lenti, ma dall’intelligenza viva» per il giornalista di Libération T. Hofnung, «creatura satanica» per l’entourage di Gbagbo, Alassane Dramane Ouattara ha tutti i tratti del tecnocrate razionale e posato.
Ado, come lo chiamano i suoi sostenitori, non infiamma le folle, non ingaggia duelli politici o gare retoriche. Fa conti. Nel gennaio 2006, in occasione del suo rientro in Costa d’Avorio dopo tre anni di esilio in Francia, sbriga in due parole la parte toccante del suo discorso e va dritto al punto: «Vorrei dire ai giovani che i momenti difficili sono davanti a noi. Dal momento che la situazione economica è difficile, come economista direi addirittura catastrofica, vorrei dire loro che è questa la nostra priorità e che la pace ci aiuterà a uscire rapidamente dalla crisi economica».
Nato 65 anni fa a Kong, nel nord della Costa d’Avorio, musulmano, Ado studia economia negli Stati Uniti e inizia una brillante carriera che lo porta al Fondo monetario internazionale come economista e alla Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale (Bceao) come governatore.
Nel 1990 Félix Boigny lo richiama in Costa d’Avorio per mettere ordine nei conti avoriani, estremamente provati da un corso sfavorevole del cacao e da anni di corruzione imperante. Divenuto primo ministro, si trova fuori dal gioco politico poco dopo la morte del Vecchio, quando il suo principale avversario Konan Bédié fa approvare la clausola di ivoirité: Ado, che nel frattempo ha accettato l’incarico di vicedirettore generale al Fondo monetario internazionale, è nato in Costa d’Avorio, ma è titolare di un passaporto burkinabé. Per questo non può candidarsi alle elezioni.
La sua temporanea alleanza con quel Gbagbo, che tre anni prima aveva fatto arrestare, non sposta minimamente le sorti del voto, e Konan Bédiè è eletto presidente.

La sua nazionalità avoriana è riconosciuta solo nel 2001 dal Forum di riconciliazione nazionale, voluto dal presidente Gbagbo, che però rifiuta di metter in pratica le decisioni prese durante lo stesso Forum.
Oggi però, Ado, alla testa del Rassemblement des Rèpublicains, può esibire la sua carta d’identità avoriana e affermare: «Sono un figlio di Kong e ne sono orgoglioso. Le carte d’identità dei miei genitori sono disponibili e non sono state fatte ieri. Tutti le conoscono perché sono state pubblicate». Ma per Ado la strada è ancora tutta in salita.

Guillaume Soro
il capo dei ribelli

Il suo nome in lingua senoufo significa «invincibile», come spiega con un sorriso malizioso al corrispondente della Bbc. Guillaume Kigbafori Soro, 32 anni, orfano di entrambi i genitori, originario del nord della Costa d’Avorio, non ha bisogno di trovarsi un nome di battaglia come fanno i suoi uomini, i ribelli delle Forces Nouvelles. Sul campo di battaglia non c’è probabilmente mai stato, ma delle lotte politiche, nonostante la sua giovane età, è già un veterano.
Comincia con la militanza come capo della Federazione degli studenti avoriani (Fesci), che gli procura numerosi soggiorni in carcere durante la presidenza Bédié, ogni volta che una manifestazione degenera in disordini e scontri con la polizia.
Dopo aver lasciato il paese per continuare gli studi in Francia e in Inghilterra, riappare in Costa d’Avorio all’indomani del colpo di stato di Robert Gueï e tra il 1999 e il 2000 per cercare un’intesa con la giunta militare e lanciare un’operazione «mani pulite».

Ma il «Che» avoriano, come lo chiamano i suoi compagni del movimento studentesco, divorzia presto da Gueï e si rivolge al Rdr di Alassane Ouattara, con cui ha in comune tra l’altro la provenienza geografica. Nei giorni dell’ivoirité e dell’estromissione di Ouattara dalla competizione elettorale, condanna pubblicamente la campagna xenofoba, messa in atto contro le etnie del nord e gli stranieri, e sparisce di nuovo dalla scena avoriana.
Riappare nell’ottobre del 2002, un mese dopo lo scoppio della ribellione e la divisione del paese. Noto ora come «il generale» o «dottor Koumba», Soro si presenta come capo del Mouvement patriotique de Côte d’Ivoire (Mpci), che rappresenta le Forces Nouvelles e altri gruppi ribelli armati (ad esempio il Mpigo, movimento nato a ovest da combattenti liberiani).
La sua opposizione a Gbagbo non potrebbe essere più netta. È passato molto tempo da quando il giovane Soro, affascinato dal socialista Gbagbo, vedeva in lui il leader in grado di permettere agli avoriani di «non nascere e morire sotto il governo di Houphouët».
Nemmeno la comunità internazionale è al riparo dalle sue critiche. «Non ci si mette tra due litiganti – dice il giovane leader – se non si ha abbastanza forza per separarli».
Guillaume Soro, come Simone Gbagbo e Charles Blé Goudé, figura sulla lista nera delle Nazioni Unite per le violazioni dei diritti umani in Costa d’Avorio: il segretario generale delle Forces Nouvelles sarebbe colpevole di aver avallato le esecuzioni sommarie compiute dai ribelli. Ma, osservano molti commentatori, la sua è l’unica faccia nuova in un panorama politico popolato da dinosauri: se si andasse a elezioni questo potrebbe rivelarsi un vantaggio non da poco.
Dopo essersi visto attribuire il ministero degli Intei e della Difesa, un rimpasto di governo lo ha nominato ministro delle Comunicazioni nell’esecutivo di transizione guidato da Charles Konan Banny.

Charles Blé Goudé
il capo dei Jeunes Patriotes

«L’esercito francese? Saccheggia, stupra, uccide. Occupa il nostro Paese come la Germania faceva con la Francia». Questa dichiarazione è una delle più pacate tra quelle rilasciate da Charles Blé Goudé, il leader del movimento nazionalista dei Jeunes Patriotes. Succeduto al coetaneo Guillaume Soro alla testa della Federazione degli studenti (Fesci), Blé Goudé studia inglese all’università di Cocody, nella capitale avoriana, e frequenta un master in prevenzione e gestione del conflitto a Manchester.
Blé Goudé è il braccio propagandistico e armato di Gbagbo nelle strade di Abidjan: il suo appoggio attivo alla repressione delle manifestazioni in favore degli accordi di Marcoussis, nel marzo 2004, contribuirà al bilancio finale di centoventi morti e venti dispersi.
All’indomani dello scontro tra esercito avoriano e militari della Licoe, nel novembre dello stesso anno, sarà lui a incitare la folla inferocita a occupare l’aeroporto al grido di «a ciascuno il suo francese». Grande ammiratore del presidente rwandese Paul Kagame per i suoi continui attacchi frontali al ruolo della Francia in Africa, Blé Goudé è noto per le dichiarate posizioni razziste, riprese anche nel suo libro La mia parte di verità, di recente pubblicazione.

Charles Konan Banny
il premier di Mbeki e Obasanjo

Sessantaquattro anni di vita consacrata alle istituzioni economiche e finanziarie e l’appartenenza all’etnia baoulé di Houphouët-Boigny sono i tratti salienti della carta d’identità di Charles Konan Banny, l’attuale primo ministro avoriano.
Scelto nel dicembre 2005 dal duo di mediatori incaricati dall’Onu – il presidente sudafricano Thabo Mbeki e quello nigeriano Olusegun Obasanjo – l’ex governatore della Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale (Bceao) non è per ora riuscito a raggiungere l’obiettivo primario del suo incarico: quello di organizzare le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio.
Lo scrutinio elettorale previsto per l’ottobre 2006 è stato rimandato di un altro anno, mentre Konan Banny si è visto colpito da velate accuse di connivenza con Gbagbo. Altre questioni spinose che si trova per le mani sono il mancato disarmo dei ribelli e le difficoltà nel regolare il funzionamento delle audiences foraines, i tribunali itineranti che hanno il compito di verificare l’effettivo numero di avoriani, e quindi di elettori, presenti sul suolo nazionale.

Di Chiara Giovetti

Chiara Giovetti