Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

IRAN, un paese da rispettare

La Repubblica islamica e il suo presidente sono un vero pericolo?

Mahamoud Ahmadinejad è presidente dell’Iran dal giugno 2005. Con le sue dichiarazioni è arrivato subito sulle prime pagine dei media mondiali.  Oggi la repubblica islamica (sciita) è “sotto osservazione” per i suoi progetti nucleari.
Ma la realtà ha molte sfaccettature, troppo spesso taciute. Per interesse…

Di certo il presidente Mahamoud Ahmadinejad avrebbe molti requisiti per essere scelto dal settimanale Time come il “Personaggio dell’Anno 2006” (Person of the Year 2006), come lo era stato nel 1979 il grande ayatollah, Segno di Dio, Khomeini. E così, 27 anni dopo la rivoluzione che dette vita alla Repubblica islamica, l’Iran sarebbe di nuovo sulla prima pagina del periodico statunitense che, nel 1927, varò questo Oscar editoriale ormai diventato una tradizione consolidata. Naturalmente non è detto che la scelta cada  su Ahmadinejad, poiché quando Time nominò Khomeini, mentre era ancora in atto il sequestro del personale dell’ambasciata Usa a Teheran, ricevette ben 14 mila lettere di lettori, che si lamentavano di quella nomina. Dopotutto fin da quando è apparso sulla scena internazionale Ahmadinejad, nonostante il suo sorriso raggiante,  non è che riscuota, anche lui, grandi simpatie.
La sua elezione a presidente dell’Iran sorprese persino i suoi connazionali. Figurarsi il resto del mondo. Infatti, a poche ore dalla sua nomina  i mezzibusti dei telegiornali si affannavano a pronunciae il cognome producendo suoni surreali. Ma nel giro di pochissimi mesi ci ha pensato lui a costringere tutti a imparae la pronuncia esatta e lo ha fatto con una brutale dichiarazione con la quale si è guadagnato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo: “Israele va cancellata dalle carte geografiche”. Apriti cielo. Da allora ci ha abituati ad un linguaggio di singolare durezza. Come quando, intervenendo all’Assemblea generale dell’Onu, ha ammesso di aver avuto un’illuminazione di fronte ad una recente tragedia aerea a Teheran e ha affermato che le 108 vittime hanno “indicato la strada che dobbiamo seguire”. Sulla questione religiosa è tornato quando il suo governo è entrato in carica e i ministri hanno sottoscritto i comuni obiettivi in una lettera indirizzata all’”imam nascosto”, che è stata poi gettata nella fonte di Jamkaran, poco distante dalla città santa di Qom, dove si cela. Poiché il dodicesimo imam al-Mahdi, scomparso nel 939 d.C., secondo la credenza sciita, toerà a vivere e darà la vittoria.

I “pasdaran”
Ahmadinejad  ha aderito a questo messianesimo fin da quando ha mosso i primi passi nella politica. L’apprendistato l’ha svolto tra i pasdaran, i guardiani della rivoluzione iraniana, il corpo scelto dell’esercito creato dopo la rivoluzione. E ad essi deve il sostegno, al limite della regolarità, nelle elezioni vinte nel giugno 2005. Costoro formano il gruppo politico della “nuova destra” neoconservatrice, composto prevalentemente dai comandanti dei pasdaran, da uomini della milizia e dei servizi, di età compresa tra i 40 e i 50 anni, formati sui campi di battaglia di diversi fronti: da quelli contro le opposizioni a quelli della guerra contro Saddam Hussein che durò 8 anni. I pasdaran combatterono negli anni Ottanta contro l’Iraq che a quel tempo era armato dagli Stati Uniti: sono uomini fortemente ideologizzati, che hanno visto cadere centinaia di migliaia di loro commilitoni sui campi di battaglia, chiamati i “campi della morte”.  Sono pervasi di un nazionalismo estremo, che si alimenta con la visione messianica religiosa appunto, con connotazioni millenariste e apocalittiche tipiche degli uomini che si votano alla morte; una falange di coetanei che, considerandosi inflessibili e forti, non tollerano alcuna variazione sulla visione piena, totale e organica del loro credo.

L’ingegnere conservatore
Nato nel 1956 ad Aradan, nella provincia di Semnam, un centinaio di chilometri a sud est di Teheran, figlio di un fabbro, Ahmadinejad arriva con i genitori a Teheran l’anno seguente. Laureato in ingegneria civile, consegue il dottorato in pianificazione del traffico e dei trasporti. Nel 1979 sostiene – secondo le affermazioni di Said Hajarian, ideologo del riformismo islamico e consigliere di Khatami – che bisogna occupare l’ambasciata sovietica e non quella degli Stati Uniti come di fatto accadde. Tuttavia alcune voci insistenti (di provenienza prevalentemente statunitense) lo collocano tra gli studenti che partecipano al sequestro del personale dell’ambasciata Usa a Teheran, ma sono voci non supportate da prove concrete. È il 4 novembre quando un gruppo di studenti che si definiscono “seguaci dell’imam Khomeini” prendono in ostaggio 55 persone tra funzionari e impiegati con il pretesto di volere l’estradizione dello scià rifugiatosi a New York. Il sequestro durerà 444 giorni durante i quali nel deserto iraniano muore un intero reparto dei Navy Seals, truppe d’élite e fiore all’occhiello della macchina bellica statunitense, commandos inviati dal presidente Carter per liberare gli ostaggi con un blitz. Su quella tragedia non fu mai fatta completa chiarezza, certo è che Carter subì un crollo d’immagine tale che non fu rieletto. Sarà Ronald Reagan, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, ad annunciare la liberazione degli ostaggi.
Nel 1985 Ahmadinejad è al fronte nella guerra contro l’Iraq (1980-1988). Come membro della brigata Qods partecipa a diverse operazioni oltre confine. Conclusa la guerra, diventa governatore delle città di Maku e Khoi, vicino al confine con la Turchia; poi per due anni è consigliere del governatore generale del Kurdistan iraniano e infine per tre anni è governatore generale della provincia di Ardebil, sempre nella zona nord ovest del Paese. Nel maggio 2003 viene eletto sindaco di Teheran grazie all’altissima astensione dell’elettorato nelle elezioni municipali di quell’anno che premiano i conservatori. Infine, nel giugno 2005 diventa presidente sconfiggendo al ballottaggio l’ex presidente pragmatico Akbar Hashemi Rafsanjani.

Teheran e Mosca: l’alleanza del gas
Quando a metà gennaio 2006 Teheran annuncia di voler riaprire le centrali nucleari, riprendono a suonare i tamburi di guerra, si diffondono di nuovo parole come fondamentalismo, radicalismo, islamismo e via dicendo. L’immagine del presidente Ahmadinejad e le sue dichiarazioni scatenano un’ansia planetaria che a ogni suo intervento si rinnova.
Eppure pochi sanno che nello stato iraniano esiste una legge che vieta al governo e a vari enti e organismi governativi di intraprendere qualsiasi attività nel settore militare relativo al nucleare. Come sostiene Rajab Saparov, consigliere della Duma, il parlamento russo, l’Iran è l’unico paese al mondo dove la costruzione delle armi di distruzione di massa è vietata per legge. Secondo Saparov, le pressioni che gli Stati Uniti esercitano sull’Iran riguardo la questione nucleare sono dovute alla presenza e all’influenza che la Repubblica islamica ha in Iraq, in Afghanistan, nel Caucaso e nell’Asia centrale. Buoni, se non ottimi sono anche i rapporti con la Russia di Putin, che non perde occasione per reclamare il suo diritto a una poltrona tra “i grandi della Terra” (il G8) con le enormi riserve di gas e petrolio a sua disposizione, in un pianeta sempre più affamato di energia. A luglio 2006 a San Pietroburgo, grazie all’Iran, Putin si è potuto presentare ai suoi ospiti del G8 forte di un altro successo raccolto a  margine del vertice dell’”Organizzazione di cooperazione di Shanghai” (OcS), poche settimane prima. In quell’occasione i due più importanti produttori di gas del mondo, la Russia appunto e l’Iran, avevano concluso un accordo strategico che tutela non solo i loro interessi, ma anche quelli del Pakistan e dell’India e, probabilmente, del Turkmenistan e della Cina. La Gazprom, compagnia statale russa, finanzierà la costruzione del gasdotto che dal 2009 collegherà l’Iran all’India passando per il Pakistan, un progetto invano osteggiato da Washington. L’idea di un gasdotto che colleghi l’Iran al Pakistan e all’India era stata avanzata da Teheran già nel 1996. La canalizzazione sarà lunga 2.775 chilometri e costerà 7 miliardi di dollari. A partire dal 2010, l’India e il Pakistan potranno ricevere 35 miliardi di metri cubi di gas all’anno e 70 miliardi nel 2015. Secondo alcuni osservatori, questo riavvicinamento tra la Russia e l’Iran nel settore del gas creerà le condizioni necessarie all’emergere di un’organizzazione di paesi produttori di gas, analoga al cartello petroliero. L’unificazione delle reti di trasporto di gas russo e iraniano permetterà a Gazprom di partecipare alla gestione della quasi totalità del sistema di gasdotti asiatici. Tanto più che il Turkmenistan ha in vista l’integrazione in questo sistema (grazie al già esistente gasdotto Turkmenistan-Iran). Seguirà l’Asia centrale e ne risulterà un mercato del gas che riunirà il Turkmenistan, l’Iran, il Pakistan, l’India e la Cina. Il futuro economico di buona parte dell’Asia sembra assicurato, nel momento in cui quello degli Stati Uniti e, in misura minore, dell’Europa occidentale sono minacciati.
Pochi sanno che i pragmatici ayatollah si sono rivelati da sempre maestri come pochi altri nel conciliare “il diavolo con l’acqua santa” e si sono mantenuti sempre cauti anche quando l’Urss era sull’orlo del collasso. Con la Russia del resto c’è una salda amicizia. Tra il 1989 e il 1993 l’Iran ha acquistato armamenti russi per 10 miliardi di dollari per riequipaggiare le sue forze armate dopo la devastante guerra con l’Iraq. Poi ha cominciato a comprare missilistica e tecnologia nucleare, a stringere le relazioni commerciali e a incrementare gli scambi energetici con Mosca.
Il rapporto di amicizia si è consolidato su una preoccupazione comune ai due paesi: considerare i talebani e l’influenza statunitense i due maggiori pericoli per la stabilità regionale. Sullo sfondo, l’impegno di non permettere agli Stati Uniti il controllo delle esportazioni di energia – gas e petrolio – in Asia centrale. È un’attenzione che Mosca coglie, apprezza, incoraggia. Infatti in nessun Paese dell’Asia centrale gli ayatollah propagandano i precetti della religione sciita o della rivoluzione islamica così come fanno in Medio Oriente. Il motivo è semplice e di natura religiosa: essi hanno capito che l’ideologia sciita non sarebbe bene accetta nell’Asia centrale di radicata tradizione sunnita. Molto meglio stringere relazioni tra stato e stato e saldarle con contratti commerciali cementati dalla riconoscenza, perché l’Iran è stato il maggior fornitore di armamenti dell’alleanza antitalebana e la sua caparbia volontà di tener testa ai talebani ne ha incrementato la stima nella regione. Naturalmente la Russia ha tratto un enorme vantaggio dal fatto di avere un alleato solido e non minaccioso nell’ambito dell’islam radicale, sebbene l’Iran appartenga alla fazione minoritaria sciita.

“No” al nucleare (ma non per tutti)
L’Iran è retto  da una teocrazia che non è la democrazia di tipo occidentale, ma non può essere nemmeno confusa con una dittatura. L’Iran non ha nella sua storia episodi di aggressività tali da allarmare la comunità internazionale. È membro dell’Onu e ha firmato quasi tutti i trattati inteazionali tra i quali  il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), nel rispetto del quale ha accettato le ispezioni dell’Aiea ai siti deputati allo sviluppo del programma nucleare civile. Nonostante le rotture diplomatiche, Teheran si è detta sempre disponibile a proseguire nelle trattative.
Anche il Pakistan è una potenza nucleare, ma è pure un paese amico degli Stati Uniti, quindi non gli si può chieder conto di nulla. Lo stesso accade con l’India, potenza nucleare che ha stipulato accordi per interscambi di tecnologia nucleare con Washington. Né Israele né il Pakistan né l’India hanno firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Eppure tutti e tre hanno armi nucleari. Tutti e tre hanno sistemi aerei e missilistici in grado di trasportare le bombe atomiche sugli obiettivi nemici. Tutti e tre sono in aperta violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’Iran rappresenta l’esatto contrario: non ha armi nucleari, non ha sistemi missilistici per portarle a destinazione, ha ratificato il Tnp e dichiara di volerlo rispettare. Per completare lo scenario va aggiunto che neppure la ricerca nucleare condotta dal Brasile ha sollevato i timori del mondo come quella dell’Iran, sebbene questo paese, membro del Tnp, abbia opposto e continui a opporre resistenza alle ispezioni dell’Aiea ai suoi impianti nucleari. Il Brasile ha realizzato quanto sta cercando di fare l’Iran, ma gli Stati Uniti non gli hanno chiesto di smantellare il suo programma nucleare e non lo hanno neppure criticato per la sua riluttanza ad aprire le porte agli ispettori Aiea.
Gli Usa  non hanno mostrato nei confronti del programma nucleare del Brasile l’ostilità riservata all’Iran in quanto se il primo è loro alleato strategico nel continente sudamericano nel ruolo di moderatore del Venezuela del bolivarista Chávez, il secondo è loro inconciliabile antagonista nella fascia strategica del Rimland (fascia marittima e costiera, ndr) eurasiatico. Mentre stigmatizza il programma nucleare di Teheran, Washington, senza preoccuparsi delle critiche generalizzate alla sua politica dei “due pesi, due misure”, continua a stanziare 27 miliardi di dollari l’anno per conservare e costruire nuove armi nucleari (in piena trasgressione del Tnp che impone agli stati nucleari il disarmo progressivo) e prepara nuovi piani per l’impiego delle stesse.

“Sì” alle sanzioni (ma non per tutti)
Bisogna ricordare, inoltre, che con le loro sanzioni gli Stati Uniti ostacolano lo sviluppo dei progetti iraniani nel settore del gas e petrolio.
Gli Usa con l’Iran Non-Proliferation Act del 2000 (firmato da Clinton) impongono sanzioni agli individui e alle società che aiutano i programmi iraniani per la costruzione di armi di distruzione di massa, ma colpiscono anche quelle società che investono nel settore energetico in Iran. In questo modo, le capacità estrattive rimangono modeste determinando minori introiti. E quindi l’economia va in crisi, aumentano i poveri  delle grandi metropoli come Teheran, quelle masse delle grandi periferie sensibili ai proclami populisti e nazionalistici che hanno determinato la vittoria di Ahmadinejad. Infatti, egli ha ottenuto i loro voti in cambio di grandi promesse di ridistribuzione del reddito e di un miglioramento delle condizioni economiche. Nessuno di questi impegni è stato fino a ora tradotto nei fatti. Anzi, nel bilancio di quest’anno – 1385 dell’Egira secondo il calendario persiano – che si concluderà il 20  marzo 2007, l’inflazione sta viaggiando, secondo le stime degli osservatori più ottimisti, intorno al 45 per cento, 15 punti in più di quanto aveva pianificato il governo. Che non entrerà comunque in crisi poiché da quando gli Usa continuano ad esercitare la pressione sull’Iran, inevitabilmente si rafforza il blocco conservatore che ha vinto le elezioni e governa il paese. Non credo che così agendo si possa esportare la democrazia in Medio Oriente   come predica il presidente Bush. Molto più realistiche le conclusioni dello studioso statunitense John Mearsheimer quando sostiene che lo scopo della politica di non proliferazione non è affatto quello di scongiurare possibili pericoli nucleari, “ma di prevenire tutto ciò che può limitare la libertà d’azione degli Stati Uniti nei loro rapporti con gli altri paesi: perché uno stato dotato di armi nucleari diventa inattaccabile”.
Dopotutto l’Iran per molti versi inattaccabile già lo è anche senza l’atomica, se si tiene conto che è un paese con una forte tradizione di nazionalismo e che è una delle più antiche nazioni del mondo.  Resta comunque il fatto che il diritto dell’Iran ad avere il nucleare civile costituisce un collante universale. Il 90 per cento degli iraniani, di destra o di centro (o della sinistra, ridotta però alla clandestinità), laici o religiosi, filostatunitensi o filo Hamas non tollerano un’imposizione dall’esterno. Su questo non c’è ombra di dubbio. Infatti in tutti questi mesi di affannose trattative l’Iran non ha ceduto di un millimetro, e il presidente non manca occasione per ribadire che mai Teheran fermerà il proprio programma nucleare, anche in presenza di sanzioni.
Quindi ben si comprende perché gli ayatollah al vertice del “Supremo Consiglio nazionale di sicurezza”, l’organismo che, tra le altre cose, gestisce e negozia appunto la politica nucleare di Teheran abbiano nominato come negoziatore il filosofo e matematico Mohammad Ali Ardashir Larijani. Larijani appartiene a una famiglia di religiosi di alto rango (con il padre e il suocero, entrambi  ayatollah), di cui ha acquisito lo stile, anche formale: la giacca di buon taglio, i capelli in piega, la compostezza sobria e disciplinata, i toni pacati. Non ha insomma l’aspetto trasandato e non usa le frasi terremotanti del presidente Ahmadinejad. È perciò uomo di fiducia del regime come pochi altri.
La guida suprema Khamenei non può che essee soddisfatto. Il fatto  che l’abbia scelto per negoziare il nucleare iraniano è l’ennesima riprova di quanto sia oculata la strategia degli ayatollah al potere in Iran. Se ci si ostina a ignorarla o a negarla, come fanno i neocon statunitensi e i loro simpatizzanti europei, ben difficilmente si raggiungerà la pace in Medio Oriente. 

Vincenzo Maddaloni

Un (ottimo) saggio di geopolitica

TEHERAN, WASHINGTON E GLI ALTRI

Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, ora la Casa Bianca ha nel mirino l’Iran.
Cosa c’è dietro questo desiderio di una nuova “guerra preventiva”?

“In questi tempi ammorbati da una rabbia endemica che stringe ed indurisce i cuori”. La frase si legge nella premessa de L’atomica degli ayatollah, un appassionante (e appassionato) saggio  di geopolitica scritto da Vincenzo Maddaloni e Amir Modini. Gli autori, un cristiano italiano e un musulmano iraniano, nell’ultima parte del libro si confrontano in un dibattito, anche aspro, sulle rispettive fedi, ma il lavoro non trova i motivi della “questione iraniana” nei contrasti religiosi. Al contrario, li trova in fatti tangibili come gli interessi petroliferi, il mercato, il businness, i rapporti di forza tra i paesi.  
L’interpretazione più semplicistica ed acritica della questione iraniana divide il campo in due: da una parte la teocrazia iraniana, dall’altra la democrazia statunitense.   

Iran, un grande paese. “L’Iran è una grande nazione, di raffinata cultura, di lunga storia. I suoi dirigenti non possono essere trattati come fossero dei criminali. Perché non sono dei criminali. Usano i toni forti? Qual è il paese che non li usa quando si sente stretto in una morsa? Certamente la Repubblica islamica dell’Iran non ha mai aggredito alcun paese. Al contrario è stata aggredita – è storia – da Saddam Hussein al quale gli occidentali avevano fornito le armi chimiche quando stava per soccombere agli iraniani” (pag. 62).

Dio e mercato. Negli ultimi anni la politica Usa è stata scritta dai cosiddetti “neocon”, neoconservatori, insostituibili sostenitori della famiglia Bush. “Essi hanno due archetipi a cui si riferiscono uno è il mercato che domina tutti ed assicura la ricchezza ai pochi che lo controllano; l’altro è il divino, cioè il mostrarsi al mondo in comunione con Dio, come i veri messaggeri della sua volontà. (…) È opinione diffusa che il free trade favorisca solo il grande business, danneggi il medio-piccolo, riduca lo Stato a servire gli interessi di bottega. I neoconservatori supporter dell’amministrazione Bush sono l’espressione dell’ala più aggressiva del capitalismo contemporaneo” (pag. 217).

Il dominio sulle risorse energetiche. L’Iran è un grande produttore ed esportatore di petrolio e gas naturale. Ed ha pessimi rapporti con Washington dal 1979, anno della rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini. I neocon statunitensi vogliono porre fine a questa situazione inaccettabile per un paese che vuole essere unica guida del mondo come previsto nel progetto del New American Century (nuovo secolo americano). “L’obiettivo dichiarato è quello di ridisegnare la mappa del Medio Oriente e mettere definitivamente le mani sulla quasi totalità delle risorse energetiche dell’area per assicurarsi il dominio sull’intero globo. Di conseguenza, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, il “presidente di guerra” George W. Bush avrebbe chiesto ai propri consiglieri: “Who is the next?” (Chi è il prossimo?). Questi ultimi, essendo la diretta espressione dei potentati economici nordamericani, gli hanno ricordato che l’obiettivo è sempre lo stesso: l’Iran. (…) La riconquista dell’Iran significa prima di ogni altra cosa: controllare quasi completamente tutte le aree circostanti e le risorse energetiche racchiuse tra il Golfo Persico e il Mar Caspio; mettere l’Europa e il Giappone, la Cina e l’India – gli attuali e futuri maggiori importatori e consumatori di idrocarburi – in una condizione di dipendenza dal nuovo assetto impostato da Washington. Poi gli consentirebbero di tenere sempre sotto osservazione Russia, Cina, India e di esercitare un’influenza diretta sull’Asia centrale ex sovietica, sul mondo arabo e sul subcontinente indiano” (pag. 23-25).

Dollaro ed euro. Gli Stati Uniti sono il paese più indebitato del mondo, ma stampano il dollaro, moneta internazionale per antonomasia. “Alcuni analisti – scrivono Maddaloni e Modini (pag. 96) – ritengono che il reale motivo del contrasto tra Washington e Teheran – e quindi la causa di un probabile conflitto armato –  non sia il programma nucleare ma il suo progetto di borsa petrolifera in euro. La stessa decisione era stata presa da Saddam Hussein prima di essere rimosso dal potere con l’attacco del marzo 2003. (…) In effetti, la guerra preventiva contro Saddam non aveva avuto niente a che vedere con gli armamenti di distruzione di massa, con la difesa dei diritti umani, con la volontà di difendere la democrazia e neppure con il desiderio di volersi accaparrare i campi di petrolio; lo scopo prioritario era invece quello di salvaguardare il valore del dollaro, di salvaguardare cioè il fondamento dell’impero americano. Due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano invaso l’Iraq (…) il mondo non poteva più comprare in euro il petrolio dell’Iraq. In questo modo la supremazia globale del dollaro venne ristabilita. (…) Tuttavia l’Iran ha deciso di raccogliere la sfida decretando di aprire entro l’anno 2006 la sua borsa petrolifera in euro in modo da inaugurare un circuito alternativo a quello del dollaro. Se ciò dovesse accadere, moltissimi clienti se ne avvantaggerebbero; per prima l’Europa che non sarebbe più costretta a comprare e mantenere riserve in dollari al fine di assicurarsi la moneta di pagamento per il petrolio perché potrebbe pagarlo con la propria valuta”. Anche Cina, Giappone, Russia e paesi arabi ne trarrebbero vantaggio, diversificando le proprie riserve e proteggendosi dalla svalutazione del dollaro. “Naturalmente gli americani non potrebbero permettere che ciò accada”. Naturalmente.

Questo e molto altro racconta L’atomica degli ayatollah, un libro che si legge con crescente interesse perché i tasselli – di storia, politica, economia, religione – non sono buttati lì alla rinfusa, ma si fondono in un collage complesso eppure comprensibile e quasi sempre condivisibile.

Paolo Moiola

Vincenzo Maddaloni – Amir Modini,
L’atomica degli
ayatollah, Nutrimenti, Roma 2006.

Anno 632, la scissione musulmana

ISLAM: SCIITI E SUNNITI

Gli sciiti rappresentano il 10-15 per cento del miliardo e 300 milioni di musulmani del mondo. Di questi, 180 milioni (sia persiani sia arabi) vivono in Medio Oriente. Sono la maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaijan e Bahrain e rappresentano una significativa minoranza in Afghanistan, Pakistan, India, Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In cosa il loro islam è differente da quello dei sunniti? Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Ali è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, “tradizione”) crede che sia necessario individuare nella comunità il successore (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi’ha, “partito”, da cui sciiti) crede invece che la guida dell’Islam spetti ad Ali, unico rappresentante della famiglia del profeta. Ali, proclamato imam (originariamente “colui che guida la preghiera”), rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia.
Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli ommiadi, poi degli abbasidi e infine degli ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all’opposizione. Contrariamente ai sunniti essi non credono che il corano sia esistito da sempre, bensì che sia stato creato  e quindi non enfatizzano l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, ma designano uno o più studiosi eletti dalla comunità dei fedeli a interpretare il corano e le altre fonti del diritto islamico. Diverso è anche il loro atteggiamento nei confronti del potere: nei Paesi a maggioranza sunnita i sacerdoti sono pagati dal governo e vi sono sottomessi, quelli sciiti sono indipendenti, vivono con le offerte dei fedeli, non riconoscono alcun potere temporale, perché secondo loro il potere legittimo appartiene al dodicesimo imam ritiratosi dal mondo visibile e che riapparirà un giorno trionfalmente per aprire un’era di pace e di giustizia.
È nel 1502 che lo sciismo diventa la religione di stato dei persiani fino ad allora, nella grande maggioranza, sunniti. Ad  imporlo – ben 10 secoli dopo la morte di Ali e gli avvenimenti che hanno originato la shi’ha –  è la dinastia turca dei safawidi, i quali fanno venire dalla Siria meridionale e dal Bahrain i predicatori e i propagandisti necessari alla loro opera di sciitizzazione del paese. Le motivazioni sono in realtà puramente politiche: lo si può capire dall’alleanza che i regnanti stringono con la chiesa di Roma per combattere gli ottomani. Messo al riparo dalla persecuzione sunnita, lo sciismo diventa il carattere fondante dell’Iran.

Quattrocento anni dopo lo sciismo (più che il clero sciita) è protagonista dell’ultima rivoluzione del XX secolo. Al pari di sant’Agostino, Khomeini sostiene la tesi secondo cui tutti i governi sono artificiali. Ma a differenza del filosofo cristiano, l’ayatollah non indica soltanto “la Città di Dio” come la soluzione ideale di riferimento. Egli ritiene indispensabile che ci sia sulla terra un governo islamico, composto dal collettivo dei giuristi, i fuqaha (i giureconsulti musulmani), uomini di grande virtù ai quali spetta il diritto di governare. È un richiamo forte alla tradizione degli sciiti che, diversamente dai sunniti che riconoscono fin dal VII secolo la legittimità dei califfi, accettano soltanto quella degli imam. In attesa della fine dei tempi e dell’imam nascosto, che verrà a ristabilire un regno di giustizia sulla terra, a chi spetta il compito di guidare la comunità dei credenti? Per l’ayatollah Khomeini tale ruolo spetta ai mullah (“teologi”) e al faqih (“il saggio”), vicario dell’imam nascosto e delegato alla sovranità divina. Questa dottrina del “governo del saggio” (velayat-e-faqih), che accorda ai mullah enormi poteri e che orienta il potere iraniano, è stata contestata in passato – e lo è tuttora – da altri ayatollah. È l’onda di questa dottrina che ha travolto lo scià e che oggi, come detto, è al centro di una controversia che rischia di spaccare il clero sciita e che ha avuto nell’ayatollah Montazeri, uno dei “padri della rivoluzione”, la sua vittima più illustre. Massima convergenza invece su un altro punto nel quale la teologia sciita si differenzia da quella ortodossa sunnita: il valore dato all’ideale, all’utopia, basato esclusivamente sulla sofferenza, sul martirio che nello sciismo assume un carattere quasi redentivo (dall’evento dell’anno 680, quando Hussein viene ucciso a Kerbala). La rivalutazione del dolore, della sofferenza, della sconfitta sulla terra diventano fatti religiosamente positivi. Non a caso Khomeini esalterà la figura dello shaid, del martire, durante la lunga guerra contro l’Iraq di Saddam. Da allora le missioni dei martiri (diverse da quelle suicide, sunnite) diventano una costante nella lotta armata di matrice islamica.                                                                               

Vi.Ma.

Se ogni mezzo diventa lecito

LA LEGGE DI WASHINGTON

Interrogatori “pesanti”, prigioni segrete, tribunali militari.

Il premio Pulitzer Thomas Friedman, sul New York Times non è stato tanto tenero con  Bush. “Il mondo -ha scritto – detesta George Bush più di qualsiasi altro presidente statunitense che io ricordi da quando sono nato. Bush è radioattivo, ed è così invischiato nella sua stessa bolla ideologica da essere incapace di concepire o predisporre strategie alternative”. Infatti, i fondamenti teorici del progetto americano che hanno portato alla guerra all’Iraq sono il risultato del lavoro intellettuale e politico di un piccolo nucleo di neoconservatori (neocon), a iniziare da Norman Podhoretz, Richard Pearle, David Frum, Beard Lewis, Fuad Ajami e dal “prediletto” del presidente Bush, l’ex dissidente sovietico e politico israeliano di destra Natan Sharansky. Sono uomini accomunati dalla stessa visione del mondo musulmano, descritto come un universo in decadenza continua, dovuta ai difetti culturali, psicologici e religiosi delle società islamiche. Questa caratteristica “genetica” spiegherebbe, secondo costoro, l’ondata di violenza terrorista sempre più virulenta cui assistiamo e si frapporrebbe come ostacolo ad una democratizzazione concepita come l’unico rimedio possibile a tutti questi mali. Di fronte alla quale l’America, secondo i neocon, non può aspettare, ma deve agire per modificare il corso della storia nel mondo arabo-islamico, ricorrendo anche alla forza, e se necessario con l’aiuto di Israele.
È una strategia politica che mette insieme il fondamentalismo cristiano di destra, il sionismo americano militante e un militarismo senza limiti. Questo spiega anche la facilità con cui si tollera la tortura e si investe di poteri illimitati il presidente, consentendogli di tenere in carcere indefinitamente persone che non sono state non solo giudicate, ma neppure accusate.

Si aprono pagine nere per la democrazia. Secondo Amnesty Inteational, dopo l’11 settembre oltre 1.200  persone di origine mediorientale (o appartenenti a comunità musulmane) sono state arrestate. L’attenzione pubblica si è soffermata sui sospetti membri di al-Qaida e sui talebani catturati in Afghanistan e deportati al campo X-Ray di Guantanamo, ma la questione della “sicurezza nazionale” ha portato ad abusi ed ha implicazioni che scavalcano il drammaticamente famoso reticolato delle basi militari.
Infatti, subito dopo i tragici eventi dell’11 settembre, circa 5 mila uomini tra i 18 e i 33 anni, provenienti da paesi del Medio Oriente sono stati interrogati, in quelle che venivano ufficialmente denominate “interviste volontarie” ma che di fatto costituivano una schedatura a sfondo etnico. Diecimila persone di origine musulmana, araba, sud-asiatica sono diventate obiettivo di investigazione. Uomini di tutte le età, provenienti da 25 paesi target (paesi  prevalentemente musulmani), senza che esistesse alcuna accusa nei loro confronti, sono stati richiamati dall’ufficio immigrazione per essere interrogati  e sono state loro prelevate le impronte digitali. Più di 82 mila  persone hanno dovuto subire questa “special registration”, per oltre 13 mila si è tradotta in espulsione. Tutto questo facilitato da una legge creata ad hoc, il 26 ottobre 2001, l’ormai triste e famoso Patriot Act. “U.S.A. P.A.T.R.I.O.T.” è, infatti, un acronimo che sta per “Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism” (“unire e fortificare l’America foendo strumenti appropriati per intercettare e ostruire il terrorismo”). È una legge approvata dal Congresso alla quale sono seguiti – 21 marzo e 21 giugno 2003 – i più incisivi “Military Commission Orders” del presidente e le 8 “Military Instructions” che li attuano.

Il 17 ottobre 2006, ecco il Military Commissions Act, la legge sui tribunali militari che è stata firmata da Bush e che consentirà alla Cia e in genere alle agenzie antiterrorismo americane di detenere a tempo indeterminato e senza la necessità di prove qualsiasi persona considerata un “nemico degli Stati Uniti”. E per i detenuti di Guantanamo si apriranno i processi davanti alle military commission, tribunali militari dove saranno giudicati senza la necessità che siano esibite prove contro di loro e senza che siano assistiti da un avvocato. La legge autorizza anche gli interrogatori “pesanti” – ma la Casa Bianca nega che si tratti di tortura – e la creazione di prigioni in luoghi segreti. “Sono rare le occasioni – ha detto il presidente Bush alla cerimonia della firma – in cui un presidente può firmare una legge che sa che salverà vite americane. Oggi io ho questo privilegio”. Un privilegio che però non gli è bastato per evitare la pesante sconfitta elettorale del 7 novembre.                 

V. Maddaloni

(*) Gioalista e scrittore, Vincenzo Maddaloni è stato capo della redazione romana del settimanale Famiglia Cristiana. È stato corrispondente da Varsavia negli anni di Lech Walesa e Wojcieh Jaruzelski e da Mosca durante l’era di Mikhail Gorbacev. Come inviato speciale è stato a Pechino, Kabul, Teheran, Santiago del Cile, Il Cairo, Berlino. È autore di diversi saggi tra cui: Memorie del vescovo Lukà. La religiosità nell’Urss; La rivoluzione di Allende; Noi (operai italiani) e Solidaosc (che vinse il premio Federico Motta); La Polonia, i polacchi (che si aggiudicò il premio Catullo). L’ultimo lavoro, scritto in collaborazione con l’iraniano Amir Modini, è “L’atomica degli ayatollah”, Nutrimenti, Roma 2006.

Vincenzo Maddaloni