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Radio Americhe

José Carlos, Sania, Maria Helena, Alvaro: ognuno di loro con un percorso esistenziale diverso, ma con in comune la provenienza latinoamericana. Ogni domenica mattina si ritrovano in uno studio radiofonico di Torino, dove assieme conducono una (bella) trasmissione di informazione e cultura latinoamericana.
Il titolo del programma è intrigante: "Trópico Utópico. Voz de tantas raíces". "Trópico" fa riferimento alla collocazione geografica di gran parte dell’America Latina, mentre l’aggettivo "utópico" vuole ricordare la voglia di sognare di molti popoli latinoamericani, quel "realismo magico" di cui si sono fatti interpreti grandi scrittori come Gabriel García Márquez, Isabel Allende, Laura Esquivel e molti altri. "Voz de tantas raíces" nasce invece da una poesia diffusa durante le ricorrenze per i 500 anni (1492-1992) dalla conquista dell’America: "En un amanecer de luchas milenarias, despierta America, canta voz de tantas raíces", "In un’alba di lotte millenarie, alzati America, sii voce di tante radici".
Anche per questo ci sarebbe piaciuto titolare questo servizio "Radio America", ma non abbiamo voluto rischiare fraintendimenti: nel mondo, "America" è quasi sempre sinonimo di "Stati Uniti". Con grande (e comprensibile) disappunto di coloro che vivono a sud degli Usa.
Nelle pagine seguenti abbiamo dato spazio alle storie autobiografiche di José Carlos, Sania, Maria Helena ed Alvaro (stranieri, anzi "extracomunitari"…!) perché – una volta tanto – c’è un lieto fine. E questo è un bel segnale di speranza, ancorché piccolo, per un’Italia che, oltre le sue leggi punitive (in primis, la Bossi-Fini), fatica a trovare una sintonia con gli immigrati.

Paolo Moiola

Radio Flash, storica radio di Torino, ogni domenica ospita una trasmissione dedicata all’America Latina. Nulla di particolare, se non fosse che
i quattro conduttori sono latinoamericani. Così, un programma radiofonico – "Trópico Utópico. Voz de tantas raíces" – diventa ben più di un esempio
di integrazione. È la dimostrazione che, in un’Italia dove la convivenza tra immigrati e italiani è ancora irta di ostacoli, l’arricchimento reciproco
è auspicabile, ma soprattutto possibile.

José Carlos, dal Nicaragua

PER SUPERARE L’INDIFFERENZA

Ricordo la vecchia entrata dell’unico Mc Donald’s che c’era a Managua: un via vai di uomini con mitra semiautomatici alle spalle e bambini in braccio… Sono arrivato in Nicaragua nel 1986, proveniente da Cusco in Perù, dove sono nato, e ho trovato un paese in rivoluzione per tante cose e in guerra per molte altre… Il Nicaragua è stata la mia seconda casa, una casa sempre minacciata dalla controrivoluzione, che dal nord, dall’Honduras, dalle montagne, bombardava e bruciava i raccolti alla frontiera. Mentre in città arrivavano notizie di possibili interventi militari nordamericani, l’embargo alimentava la carestia e nei supermercati gli scaffali restavano immobili, ma sempre vuoti.
Per strada la gente si guardava negli occhi con rispetto: erano tutti complici di una sfida collettiva al padrone del cortile di casa… La guerra esalta il peggio di noi, ma allo stesso tempo può riscattare l’invisibile che abbiamo dentro: forse per questo sono diventato inevitabilmente nicaraguense.
Ho assistito alla fine della rivoluzione sandinista in concerto con la caduta del muro di Berlino. Per 10 anni il Nicaragua è rimasto sospeso nel tempo e si è ritrovato all’inizio degli anni Novanta – dopo 10 anni d’embargo -, vestito come alla fine degli anni Settanta, quando era cominciata la rivoluzione. Le macchine, le radio, gli abiti, tutto era passato di moda da un decennio quando questo piccolo paese dell’America Centrale si svegliò da un sogno di cui aveva deciso soltanto l’inizio.

Nel 2000 sono partito per l’Italia con un sacco di idee e progetti, una sindrome condivisa da tutti gli emigrati. A Torino ho fatto lo studente operaio, imballando ricambi di tutti i tipi. Per un anno, ho lavorato in un capannone della periferia torinese per una cornoperativa gestita da alcuni mafiosi, che ci pagavano una miseria mentre, soddisfatti della loro perfetta abbronzatura, si guardavano allo specchio della nuova Jaguar. Questa fabbrica assomigliava più a una maquila centroamericana, che ad una fabbrica della ricca Italia. In inverno entravo alle 5:30 "prima del sole" e a volte ci obbligavano a fare degli straordinari fino alle 16:00 quando il sole ormai se ne stava andando… In quei giorni l’unica luce che vedevo era quella che ogni tanto si rifletteva sulle scatole.
Oggi, dopo quasi 6 anni e tanti lavori diversi, sono alle prese con gli ultimi esami universitari della laurea in studi inteazionali.

Mi sono avvicinato alla radio per caso. Alvaro Duque, colombiano, mi invitò a Visión latina, la trasmissione radiofonica da lui condotta all’epoca, per presentare una mostra fotografica sulla povertà estrema che avevo visto nella discarica di Managua, la capitale nicaraguense dove ero tornato dopo anni d’assenza, insieme alle note da cui è uscito il mio primo articolo, pubblicato proprio su questa rivista nell’aprile 2005. A quella prima volta in radio, seguirono altri miei interventi in trasmissione: per parlare del Salvador e poi degli indigeni del Guatemala. E siccome non c’è 3 senza 4, un giorno Alvaro mi chiamò per offrirmi un microfono in una nuova trasmissione. Io accettai senza pensare molto ai perché: semplicemente mi sembrava fosse un’opportunità da non rifiutare. Era, allo stesso tempo, una gran responsabilità, giacché non si trattava più di cucinare pizze, bensì qualcosa di più malleabile ma anche delicato, necessario per vivere e per riflettere: l’informazione, servita con quella trasparenza che viene abitualmente calpestata dai grandi comunicatori da… "centro commerciale".
Io credo che la radio, come la carta stampata, dovrebbe essere sinonimo di comunità educativa, di educazione popolare che inviti all’autocoscienza critica e non all’indifferenza collettiva. Così, sulla base di queste convinzioni, il 26 di marzo ho iniziato a fare lo speaker nella prima puntata di "Trópico Utópico. Voz de tantas raíces".

Nello studio di Radio Flash tutte le domeniche, verso le dieci e quindici – a volte un po’ assonnati – si corre, si rilegge e si corregge quello che partirà per le onde radio: voci, parole, denuncie, improvvisazioni e molte volte agitazione, in un tutto che arriva fino alle persone che ci ascoltano.
Quando sta per finire il notiziario di radio popolare verso le 10:40 e suona la canzone dell’inizio del programma, la sensazione della prima volta entra in studio e invisibile, si siede in una vecchia poltrona che è di fronte a noi, quasi fino alla fine del programma, ma ad ogni domenica decide di andarsene prima, so che un giorno non verrà più… quando parlare in radio per me sarà diventato leggero come ascoltarla.
Durante il programma, da dietro la consolle, Alvaro ci mostra dei cartelli di colori diversi – simili a quelli dell’arbitro in una partita di calcio – con cui ci suggerisce o ci dà i tempi: invita a domandare se siamo nel corso di un’intervista e il personaggio dall’altra parte del telefono passa tutti i semafori in rosso o – come si dice in Nicaragua – "va como carreta en bajada" (va come un carretto in discesa), oppure a cercare di chiudere il discorso o il tema che stiamo trattando, se ci si avvicina "Conexão Brasil", il segmento in lingua portoghese tenuto da Sania, l’amica brasiliana nostra compagna d’avventura.
Abbiamo trovato una sorta d’equilibrio all’interno del collettivo di Trópico Utópico. Ognuno di noi quattro concepisce la comunicazione in modo diverso, ma le basi del programma si confanno bene alle nostre idee e al nostro sentire.

José Carlos Bonino

Sania, dal Brasile

PER SFATARE I LUOGHI COMUNI

Sono nata e vissuta fino a 17 anni nella piccola e tranquilla città di Laguna, nel sud del Brasile. Dei miei ricordi di quel periodo posso dire che convivevo con la tranquillità del luogo e le disparità regionali presenti nel paese, senza molte possibilità di crescita personale attraverso qualche esperienza. Solamente quando partii per Florianopolis, la capitale dello stato, per entrare all’Università (facoltà di ingegneria ambientale), uscii dal blocco mentale nel quale prima vivevo e cominciai una vita di scoperte ed esperienze positive e negative, che contribuirono alla mia formazione personale e professionale.

Nel 2005 sono venuta in Italia con l’obiettivo di conoscere una nuova cultura e fare nuove esperienze per un tempo determinato, più o meno 3 anni. Nella condizione di immigrata non ho avuto molti problemi, a parte quelli che all’inizio penso abbiano tutti: difficoltà per la lingua, trovare un lavoro d’accordo con la formazione ottenuta nel paese di origine, burocrazia nelle pratiche civili, ecc. Comunque, poiché sono facilmente adattabile alla diversità, posso dire che mi trovo bene in Italia, paese eccezionale per natura, cultura e persone.
La mia venuta in questo paese ha anche cambiato il mio rapporto personale con il Brasile. Da lontano guardo il mio paese in un modo diverso da prima, trovandolo ancora più bello e ancora più da amare.
Il Brasile, paese in via di sviluppo, vasto quanto un continente e con circa 180 milioni di abitanti, è descritto a livello internazionale come il paese del carnevale, del calcio, dell’Amazzonia e della criminalità. Però, chi lo conosce veramente, sa bene che è un paese fantastico in tanti sensi, ben oltre quelli codificati nei luoghi comuni. È certo che, a causa della sua condizione socio-economica, ci sono tanti problemi e molte cose da fare per svilupparlo in modo equanime e sostenibile. Tuttavia, dopo 500 anni dall’occupazione europea, pian piano il paese sta trovando una propria autonomia per consolidare la sua identità nel mondo.

L’opportunità di partecipare al progetto di comunicazione radiofonico di "Trópico Utópico" mi ha dato la possibilità di avvicinare Torino alla cultura brasiliana. Con la rubrica Conexão Brasil io cerco di trasmettere, pur in uno spazio temporale ristretto, notizie interessanti dal Brasile, informazioni di utilità generale, divulgazione della lingua portoghese e musica brasiliana di qualità. Insieme a Carlos, Maria Helena ed Alvaro, gli amici che in un’atmosfera multiculturale conducono il programma, molto umilmente tento di legare il Brasile al contesto latinoamericano e nel contempo di inserirlo in una scala globale.

Sania Fortunato

Maria Helena, dalla Colombia

UNA FOTO IN TASCA, UN SOGNO NEL CUORE

Per poter raccontare la mia vita ho dovuto fare ricorso alla cassetta dei ricordi (una vecchia scatola da scarpe in cui conservo amori, defunti, amici e sogni) dove ho dunque trovato lo spunto per scrivere: una di quelle foto che si conservano con diffidenza nei sacri album della famiglia; una di quelle foto perfette in cui tutti sono belli ed ordinati, pronti per la messa; una di quelle foto che, quando arriva il momento di partire, ti prende il desiderio di rubarla, di prenderla dal reliquiario del passato senza chiedere il permesso ad alcuno.
Io lo feci, poco prima di prendere la mia valigia per partire in direzione dell’ Italia. "La foto in blu" è stata per me per molti anni l’amuleto, la connessione con la mia verità, il mio conforto e la mia tristezza. In essa sta tutta la mia famiglia vestita di blu. Colore che non ha niente di che spartire con il colore del partito conservatore colombiano. Non siamo una prole "de godos" (nomignolo dato ai conservatori, ndr). Fu soltanto una casualità.
La nonna Emelina sta nell’angolo sinistro, appare in piedi e dà la sensazione di sostenere gli altri, di tenerli, quasi che fossimo sul punto di cadere da qualche parte. Cercando come sempre di raddrizzare il quadro storto della mia famiglia, compito a cui si dedicò fino alla sua morte. A lato di Emelina, seduto in poltrona, sta il nonno Pedro Nel, un vecchio rigido ed impenetrabile; un uomo di verità, grande, brutto e formale, direbbero a casa mia. In ordine decrescente di grandezza stiamo noi, i bambini: mio fratello Juan Carlos, tanto magro da sembrare morto di fame; il cugino Wardo, piccolino, carino fin dalla sua venuta al mondo; per ultima, ci sono io, progredendo pian piano nell’arte sottile degli sguardi civettuoli. La foto non è completa, mancando Beatriz, mia madre, che stava facendo la foto con la vecchia macchina fotografica ereditata da mio padre Silvio, unico avere che ci lasciò prima di andarsene.
Io sono Maria Helena, nata 36 anni fa a Cali, Colombia, la città che molti di noi chiamiamo "la succursale del cielo". Per quanto mi riguarda, debbo confessare che del cielo ha ben poco, anzi ha più dell’inferno con l’umidità, le zanzare e i mafiosi di tuo. Sono cresciuta in un quartiere popolare, con il nome di un eroe della patria, Atanasio Girardot. Un luogo povero, di strade sterrate, di bambini e cani randagi. Ricordo che trascorrevo molte ore a giocare per la strada, dopo i compiti della scuola. Credo che giocai finché arrivò la modeità anche là, attorno agli anni Ottanta: strade asfaltate, bordelli agli angoli, la prima televisione, la scuola superiore in un collegio di monache. Con il passare degli anni, vidi come i miei amici d’infanzia, con sogni differenti dai miei, si trasformarono in ladroni, sicari, trafficanti, e addirittura mafiosi di grido. Hoy todos estan bajo tierra: oggi tutti stanno sotto terra. Di quella generazione siamo rimasti in pochi, quelli di noi che si sono salvati dalla polveriera nella quale si era convertito il barrio Atanasio Girardot.
A 16 anni avevo terminato la scuola superiore e a 17 stavo seguendo il mio primo anno nella facoltà di sociologia dell’Università pubblica della mia città. Partecipai a tutte le assemblee studentesche che ci furono, a tutte le rivolte, fino alla protesta per la sparizione del mio compagno di banco. Tuttavia, Marco non ricomparve più ed io scoprii, con dolore, che la soluzione non stava nel lanciare pietre o nell’insultare la polizia o di trasformare in carne da cannone i miei compagni di lotta.
Mi dedicai quindi a studiare, a lavorare con la gente del mio quartiere, a viaggiare in autostop per il mio paese. Così scoprii un’altra Colombia: quella dei neri del Pacifico con la loro musica, la magia e il "biche" (una specie di grappa locale fatta dalla canna da zucchero, ndr); quella degli indios con il loro odore, il silenzio e lo sguardo perso; quella dei contadini con la loro generosità; quella della selva e delle grandi città.
Distinguere tra i miei doveri professionali e il mio impegno politico è il tallone d’Achille della mia esistenza. All’epoca, mi ritrovai così compromessa in situazioni che posero in pericolo la mia tranquillità. Questo perché la Colombia è un paese dove regna l’impunità, dove è meglio tacere che denunciare. A causa dei miei problemi e alcuni momenti di orrore e morte che non potevo cancellare dalla mia mente, decisi di andarmene da lì, di lasciarmi tutto alle spalle e ricominciare in una nuova terra. Così, grazie all’aiuto di amici di Florencia che facevano ricerche per la tesi in scienze politiche in collaborazione con l’Università del Valle dove io lavoravo, iniziai la mia avventura in senso opposto a quella di Cristoforo Colombo.
Arrivai in Italia nel 1998. Nei miei primi anni da emigrata provai quella sensazione leggera e strana che ti offre l’essere niente e nessuno. È come essere morto pur essendo in vita. Per sopravvivere, a Firenze ho pulito case, servito ai tavoli, venduto articoli di cuoio e souvenir al mercato di San Lorenzo a nordamericani e giapponesi. Fino a quando l’anonimato e la voglia di tornare a "giocare alla sociologa" mi fecero impazzire, come – è così che si dice in Colombia – "si la tierra bajo los pies me picarà", se la terra sotto i piedi mi pungesse. Nel 2001 ripresi dunque in mano la valigia per andare nel nord Italia per seguire un corso di mediazione interculturale, l’unica porta che mi sembrava fattibile da attraversare. Toai a lavare piatti e a pulire case però questa volta con un sogno: lavorare in quel laboratorio sociale che è Torino.
Da 4 anni lavoro come educatrice nel mondo della cooperazione. Ho lavorato con gli adulti in difficoltà, con le donne vittime della tratta, con i drogati, con ex carcerati, con adolescenti e con stranieri come me.
In tutto questo andare e venire di progetti e belle esperienze sono arrivata alla radio e mi sono fermata. Credo che l’importanza di questo progetto risieda nella sua stessa natura, nella sua caratteristica di relazione immediata con coloro che ci ascoltano, indipendentemente dal fatto di parlare in spagnolo, in portoghese o in italiano.
Il nostro programma radiofonico è fatto di amore, di sacrifici, di ore di lavoro e di tanta voglia di continuare. Trópico Utópico è per me parte del sogno che non ho potuto sognare nella mia terra.

Maria Helena Granado

Alvaro, dalla Colombia

STACCARE LE ETICHETTE CHE DEFORMANO IL MONDO

Quando mi sono chiesto che cosa avrei potuto scrivere in poche righe su un´esperienza di migrazione come la mia, forse poco significativa e, ad ogni modo, atipica, mi è venuto in mente il fatto che in questo processo di viaggi e scoperte che è in definitiva la migrazione, ho infranto, non sempre con successo, alcuni degli stereotipi che si hanno in mente come conseguenza dell´habitat in cui uno si è formato e come risultato dell´informazione che ognuno di noi, volontariamente o senza volerlo, ha acquisito.
La prima cosa quindi che potrei raccontare o, per meglio dire, confessare è che quando mi capitò l´occasione di venire in Italia (in quell´epoca stavo conoscendo quella che è ora mia moglie, un´italiana del Piemonte), io preferii viaggiare in Francia. A Parigi, precisamente, dove mi fermai un paio di mesi. Nella mia testa si annidava l´idea semplice e banale di un’Italia piena di "bulletti spocchiosi", di persone interessate esclusivamente al calcio o alle auto di ultima generazione, di gente poco affidabile e con modi di fare in stile mafioso. Insomma, uno stereotipo, una caricatura.
In fondo, lo stesso che causò in me disillusione nella "ville lumière": il mondo pieno di pensatori con la pipa che io avevo immaginato riempire le strade del quartiere latino, in realtà era costituito in maggioranza da tronfi i quali, anziché intonare i bei testi della Chanson, cantavano rap e altri ritmi in inglese. Oh, la là!

Quando arrivai in Italia, alcuni anni più tardi, finalmente scoprii, diciamo, un´altra Italia. Anzi, per essere più precisi, altre Italie: l’Italia della solidarietà, l´Italia che si preoccupa per quanto succede in Africa o in America Latina (a proposito, quante cose ho imparato della parte del mondo da dove provengo, a partire dalle varie visioni italiane sul tema!).
Quando mi trasferii definitivamente in Italia, quattro anni fa, lo feci dopo aver deciso di vivere con Franca. Ed ecco qui un altro stereotipo infranto: si emigra fondamentalmente per ragioni economiche o politiche e le altre migrazioni si dice che siano meno dolorose. In realtà sono semplicemente diverse, però non per questo meno traumatiche. La migrazione comporta sempre un abbandono e soprattutto un confronto permanente con l´altro e pertanto un processo di apprendimento per cercare di convivere con la diversità. Uno scenario nel quale, per vivere e non solo sopravvivere, è necessario lottare contro queste semplificazioni mentali che frequentemente ci creiamo noi esseri umani per (mal) intendere certe situazioni.
In questo gioco di incasellare tutto in comode etichette deformanti e di andare per le strade della vita con una specie di spada con la quale si tagliano strette definizioni (che non tengono in considerazione altri aspetti, che si dovrebbero invece considerare), ci troviamo imprigionati quasi tutti noi emigrati. E che dire di chi, senza neanche essere stato costretto a sperimentare la vita in un altro posto, considera il suo piccolo mondo come l´unico territorio possibile dell´universo?

E così, come una goccia in quell’oceano che è l’abbattere stereotipi, nasce Trópico Utópico. Poiché l´America Latina è sì musica, balli e festa, però è anche una realtà straziante che vogliamo mostrare. Per parte sua,l’Europa non è sempre l´Eden e non per tutti la vita qui è facile. I latinoamericani (e altri stranieri venuti dalle periferie del mondo) devono abbandonare i propri figli e i propri compagni di vita per lavorare spesso in case di anziani che, a loro volta, vivono in solitudine a causa del frequente abbandono affettivo da parte delle proprie famiglie. L’America Latina non è una sola, bensì sono tante e spesso sconosciute. E forse solo all´estero iniziamo a conoscere le sue molteplici facce.
Concludendo, Trópico Utópico vuole dare visibilità a questa e ad altre Americhe, che trascendono lo stereotipo dei bei fianchi in movimento, dei "caudillos" redentori, tanto idolatrati qui, ma che secondo me a volte ci fanno più male che bene. Il nostro programma vuole combattere questa battaglia contro gli stereotipi, poiché credo che, se la storia deve servirci per apprendere, non per questo deve segnarci in modo tanto definitivo.

Alvaro Duque

Bonino, Fortunato, Grananda, Duque