Sulle orme di Saverio

In occasione dei 500 anni dalla nascita di Francesco Saverio, cinque sacerdoti ripercorrono il suo cammino di evangelizzazione in Giappone, per meglio conoscere la persona e l’opera avviata dal grande missionario. L’incontro con alcune comunità cristiane ed esperienze di dialogo interreligioso offrono l’opportunità di venire a contatto con l’attuale chiesa giapponese.

Domenica 19 febbraio 2006 rimane nei ricordi come un’esperienza unica, cuore del pellegrinaggio, che ormai volge al termine. Siamo invitati a partecipare alla messa in una delle parrocchie della periferia di Osaka, ognuno affidato a un missionario saveriano. Il mio angelo custode mi porta nella comunità cristiana di Kumatori. Dopo la comunione, il parroco, padre Angelo Manni, mi presenta ai fedeli e mi chiede di rivolgere loro un breve messaggio, che lui traduce in giapponese.
«Cari cristiani – esordisco -, sono un missionario della Consolata e vengo da lontano. Mi chiamo Vincenzo Mura. Ho lavorato per diversi anni in Italia e nella Repubblica democratica del Congo. Non vi nascondo che vi parlo con tanta umiltà, perché vedo in voi, innanzitutto, la chiesa iniziata da san Francesco Saverio e i fratelli diretti di generazioni di martiri. Questo mi emoziona tanto. Non è di tutte le chiese avere fondamenta e tradizioni così solide. Esorto ognuno di voi a continuare a dare la vostra bella testimonianza di fede in Gesù Cristo risorto. Grazie».

DUE ANNI EROICI
DI EVANGELIZZAZIONE

Siamo in cinque: tre sacerdoti della diocesi di Brescia, un missionario saveriano e il sottoscritto. Atterriamo a Kagoshima, nell’isola di Kyushu, la più meridionale dell’arcipelago giapponese. All’aeroporto ci attende padre Giuseppe, dei missionari Saveriani, nostro angelo protettore, che ci introduce nel mondo giapponese.
Anche per Francesco Saverio sarebbe stata un’impresa impossibile, nel 1549, raggiungere questa città senza la guida di un esperto del paese. La trovò, infatti in Anjiro, un giapponese sfuggito alla giustizia e ricercato per omicidio, che il missionario aveva incontrato a Malacca, presentatogli da Alvares, capitano di una nave.
Usciti dall’aeroporto, proviamo a immaginare cosa abbia provato il grande missionario di fronte allo spettacolo offerto dalla prima città giapponese che lo accolse. Purtroppo, una fitta e piovigginosa nebbiolina c’impedirà per tutto il tempo del nostro soggiorno di gustarne fino in fondo la bellezza della baia, lunga e stretta, dominata dal vulcano Satura-Jima, isolato in mezzo al mare. Così era e tale è rimasto fino al 1914, quando un’enorme eruzione di lava lo ha unito alla sponda orientale.
Sotto una pioggia torrenziale visitiamo il monumento a san Francesco, dove è raffigurato Anjiro che porta sulle spalle il missionario e lo introduce in Giappone. Passiamo quindi al castello del potente daimyò (governatore locale), dove il Saverio si recò, accompagnato da Anjiro, per avere la libertà di predicare il vangelo. Permesso che ottenne facilmente, anche perché il signorotto sperava di attirare nel suo feudo i commercianti portoghesi.
Continuiamo il nostro pellegrinaggio, visitando la città di Kagoshima e la cattedrale. La giornata termina nella casa del presidente della comunità cristiana, dove siamo invitati a cena, rigorosamente alla giapponese, con tanto di bastoncini (hashi) al posto delle posate.
A Kagoshima Francesco si fermò circa un anno, dando vita alle prime comunità cristiane. Poi si spostò a Hirado, piccola isola a nord di Nagasaki, e dopo quattro mesi raggiunse Yamaguchi. Facciamo anche noi tale percorso, ma prima ci fermiamo per un giorno nel centro di spiritualità Seimeizan, dove veniamo iniziati a tante piccole realtà giapponesi (vedi riquadro). Ci prepariamo a familiarizzare con il tatamì: spessa stuoia di paglia di riso usata come pavimento nelle case giapponesi, nelle quali si entra solo dopo aver lasciato le scarpe all’esterno delle mura domestiche. È piacevole camminare a piedi scalzi sul tatamì: dà una sensazione di leggerezza e di silenzio.
Ci abituiamo al futon, il materasso per dormire, disteso sul pavimento, che al mattino viene ripiegato e riposto in un armadio, lasciando libero lo spazio per i pasti e la vita familiare diua. Impariamo anche a fare la meditazione zen, appollaiati sulle gambe per mezz’ora… Che fatica, la prima volta!
Riposti i futon nei loro armadi, riprendiamo il viaggio sotto la guida di padre Franco Sottocornola, direttore del Seimeizan. Ci fermiamo a Nagasaki, per sostare in preghiera davanti al monumento che ricorda i martiri giapponesi e visitare il museo della bomba atomica (vedi riquadro), quindi anche noi raggiungiamo Hirado, dove visitiamo la bella chiesa dedicata al santo missionario; quindi raggiungiamo Yamaguchi, capoluogo dell’omonima prefettura, nella regione del Chûgoku, nell’estrema punta occidentale dell’isola di Honshû.
A Yamaguchi visitiamo i luoghi che portano la memoria del Saverio: santuario, museo, castello. Ci vengono ricordate le sue peripezie per ottenere piena libertà nella predicazione del vangelo. Tenendo presente la situazione sociopolitica del paese, il Saverio pensava di guadagnarsi i favori dell’imperatore; per questo si recò a Kyoto: un viaggio di 400 km a piedi, d’inverno, tra indicibili stenti e pericoli. Noi faremo lo stesso tragitto in poche ore sul treno velocissimo.
Francesco trovò la capitale dell’impero in preda a gravi tumulti e comprese che il monarca era privo di potere politico. Egli toò subito a Yamaguchi e si procurò l’appoggio del daimyò della regione, che gli concesse un vecchio tempio buddista (poi diventato la prima casa dei gesuiti in Giappone) e di annunciare liberamente il vangelo di Gesù.
Dopo circa quattro mesi, nel 1551, Francesco ripartì per le Indie, con l’intento di organizzare e dare solidità alla sua missione in Giappone ed estendere l’evangelizzazione alla Cina. Ma morì l’anno seguente.

LA CHIESA GIAPPONESE

Dopo due anni d’intensa ed eroica evangelizzazione, Francesco Saverio lasciava in Giappone più di 400 battezzati: piccole comunità cristiane che seppero tener viva la fede per secoli, sfidando contrasti e persecuzioni.
Nel nostro pellegrinaggio constatiamo quanto la presenza del Saverio sia ancora viva: li vediamo nei segni che ricordano i luoghi dove egli è passato; i cristiani giapponesi parlano di lui come uomo di Dio, un santo, divorato dalla sua missione; i missionari attualmente presenti lo hanno come patrono e ispiratore del modo di fare missione.
La prima evangelizzazione di san Francesco e altri missionari fu seguita da lunghi e tormentati periodi di persecuzioni e testimonianza nel martirio, silenzio e isolamento dal resto del mondo e dalla chiesa universale.
Il viaggio di Giovanni Paolo ii, nel febbraio 1981, le scelte pastorali dei vescovi e il lavoro dei missionari hanno contribuito, negli ultimi decenni, a frantumare un certo tipo di «congiura» contro il cattolicesimo.
Un papa che parla in diverse lingue, che celebra la messa e ordinazioni di preti locali in lingua giapponese, che si rivolge con umiltà e autorità ai capi di tutto il mondo per implorare la pace… non appare certo come un capo spirituale di una minoranza insignificante!
Ma è soprattutto con i suoi gesti e la sua catechesi che il pontefice penetra nel cuore dei giapponesi, quando, per esempio, invitato dalla nota cantante Agnese Chang, improvvisa un girotondo con alcuni bambini, durante l’incontro con i giovani; oppure quando, durante la messa celebrata il 26 febbraio a Nagasaki sotto una tormenta di neve, loda i martiri giapponesi, paragonandoli ai «primi martiri dell’era cristiana». Tutto questo contribuisce a far sì che il cammino della chiesa faccia notizia.
I vescovi, secondo lo stile giapponese, evitano lo scontro e non prendono posizioni; ma operano come fermento nella società. Significativo rimane il loro documento «Messaggio sulla vita», in cui essi presentano la dignità della vita nella visione cristiana, usando espressioni molto belle e incisive, capaci di penetrare veramente nel cuore della persona, aiutandola a cambiare. Anche aborto ed eutanasia vengono toccati da una prospettiva positiva, secondo il grande valore della vita.
La chiesa è anche propositiva sul problema della discriminazione di gruppi socialmente emarginati, sull’attenzione ai poveri, lebbrosi, orfani, anziani e sul concreto impegno nella giustizia sociale.

PICCOLA, MA DINAMICA

I missionari saveriani che ci accompagnano nel nostro pellegrinaggio sono felici di rispondere alle nostre domande, per darci un quadro sempre più completo sulla situazione della chiesa giapponese.
Oggi, la chiesa in Giappone conta più di 450 mila cattolici, distribuiti in 16 diocesi e 1.000 parrocchie, circa 800 sacerdoti autoctoni e altrettanti missionari esteri. Questa presenza missionaria opera in piena collaborazione con la chiesa locale, per rispondere a tutti gli impegni della chiesa giapponese nell’assistenza religiosa, nel campo dell’insegnamento, dell’aiuto ai poveri e anziani… oltre a dare quella spinta di missionarietà ad extra, di cui il Giappone ha ancora bisogno.
A dare visibilità e prestigio alla chiesa cattolica sono soprattutto le scuole: 559 matee, 54 elementari, 98 medie inferiori, 113 medie superiori, 26 istituti universitari, con corsi di due anni, e altri 18 a ciclo prolungato. Il rapporto tra istituzioni scolastiche e studenti, genitori ed ex alunni è molto intenso e dura tutta la vita. Nelle scuole cattoliche, poi, non c’è nessuna imposizione religiosa.
Gran parte degli studenti non diventa cattolica, ma rimane «simpatizzante» del cattolicesimo. Inoltre, il 90% degli adulti che si convertono e ricevono il battesimo hanno avuto il primo contatto con Cristo e la chiesa attraverso la scuola. La chiesa è molto presente anche in campo sociale: gestisce 234 nidi d’infanzia, 192 case per anziani, 80 centri sociali per i senzatetto o per altri servizi.
Se confrontiamo il numero dei cattolici (450 mila) con quello degli abitanti (126 milioni) la chiesa appare certamente una minoranza. Nonostante la piccolezza, i cattolici si sentono parte essenziale della società giapponese, profondamente radicati nella propria cultura e, al tempo stesso, totalmente integrati nella chiesa universale.
In Giappone sono presenti un centinaio di congregazioni religiose, di cui 5 autoctone, come le suore del Cuore Immacolato di Maria, fondate a Nagasaki. Grande attrazione riscuote la vita claustrale maschile e femminile: 5 monasteri di trappiste (con 30-60 religiose ciascuno), 9 di carmelitane (tutti pieni); e poi monasteri di clarisse, redentoriste, del Preziosissimo Sangue; 2 monasteri di trappisti. In tutto sono oltre 6 mila le suore giapponesi: la percentuale più alta del mondo, rispetto al numero di cattolici.
«Siamo un piccolo gruppo; non siamo certamente una forza come voi in Congo, Vincenzo; ma si lavora bene» conclude padre Franco.

TRA PARCHI E TEMPLI

Nonostante le grandi città e i complessi industriali disseminati in tutto il paese, la prima impressione che si prova in Giappone è quella di trovarsi in un grande parco, dove tutto è pulito e ordinato; e poi la gente, rispettosa di ogni cosa, cerimoniosa nell’accogliere i passeggeri in stazioni e aeroporti.
Il pellegrinaggio sulle orme del Saverio, è un’occasione per conoscere anche la storia, la cultura, l’animo del Giappone. Per questo visitiamo i suoi monumenti religiosi più importanti, come i kofun, tra i più antichi. Sono tombe a tumulo, che si trovano a migliaia in tutta l’isola di Honshû, la più grande del Giappone, e nella parte settentrionale dell’isola di Kyûshû. La loro fioritura ha dato il nome a un segmento della storia del Giappone, conosciuto come «periodo Kofun» (iv-vi secolo d.C.). Dopo questi secoli, i kofun non furono più edificati, sopraffatti dalla diffusione del buddismo e delle usanze funerarie ad esso collegate.
A Kyoto, la Firenze del Giappone, ci troviamo immersi nel parco di Kinkakuji (padiglione dorato) uno dei più pittoreschi tra i molti templi dell’antica capitale imperiale. L’ incantevole piccolo tempio, ricoperto di lamine d’oro, appollaiato su un laghetto, è allo stesso tempo unico tempio zen e sacro reliquiario di Budda.
Come preti ci viene naturale domandare ai nostri accompagnatori: «In che cosa credono i giapponesi? Qual è la loro religione?». Risposte e spiegazioni sono sorprendenti. Questo popolo ha nel sangue lo shintornismo, una religione atavica, secondo la quale tutto è abitato da Dio. La gente ha un profondo senso religioso della natura, un’innata capacità di cogliere la bellezza straordinaria del creato. I messaggi televisivi avvisano quando il pesco è fiorito a Nagasaki o il ciliegio fiorisce a Kyoto. A tali informazioni, tutti sospendono ogni attività e si riversano in campagna per godere della fioritura del pesco o del ciliegio.
«Non domandare mai a un giapponese quale sia la sua religione – spiega padre Marco -; potrebbe risponderti: “Per amor di Dio, non ne ho nessuna!”. Si può domandare, invece, a quale tempio appartenga. Di fatto, su 126 milioni, 80 milioni vanno a un tempio per pregare, ma appena il 5% dei giapponesi sanno in che cosa credono».
L’innata religiosità dei giapponesi è caratterizzata da una diffusissima superficialità. Nelle case si può avere l’altarino buddista per gli antenati e quello shintornista per gli dei. Ma pochi saprebbero dire il nome degli dei venerati in famiglia.
Quando arriviamo nelI’isola di Miyajima e visitiamo il bellissimo tempio shintornista (patrimonio dell’umanità, distrutto da un tifone nel settembre del 2004 e ricostruito), si sta celebrando un matrimonio. Anche questo è un argomento che ci interessa come preti.
«I giapponesi nascono shintornisti; si sposano in chiesa e muoiono buddisti – risponde lapidario la nostra guida -. Tutti sono presentati al tempio shintornista al momento della nascita; un numero sempre crescente si sposa nelle nostre chiese cattoliche (logicamente non si tratta di matrimonio cristiano); è compito dei bonzi fare i funerali».
E finiamo (si fa per dire) a Tokyo, camminando lungo i viali, sempre in ordine e puliti, del parco dove sono le abitazioni dei bonzi buddisti. Anche qui le domande si affollano: hanno costoro una speranza futura? Nessuno ci ha chiesto l’elemosina: ma i poveri ci sono? E questi giovani in visita come noi e ai quali chiediamo di fare una foto insieme, credono a tutto questo?
«Intanto sono qui – spiega la nostra guida -. Hanno fatto le loro abluzioni. Ora guardate come battono la mano destra sulla sinistra per farsi notare dalla divinità: chiedono la grazia di essere promossi o qualche altro favore materiale… E fanno tutto con molto rispetto. Ma non chiedete qual è la loro fede o a cosa credono. Esprimono con la loro presenza la gioia di far parte della natura che li circonda».

Vincenzo Mura

Vincenzo Mura

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