DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Tra curiosità e paure

La difficile arte di capirsi, nonostante diversità di pensiero
e stili di vita. Sorseggiando insieme, magari, un po’ di tè,
nel sogno di una convivenza possibile, costruita attraverso piccoli ponti
di umanità.

Egiziana di Luxor, Shayma lavora come commessa dieci ore al giorno, sei giorni su sette per 140 pounds al mese (poco meno di 20 euro), in un negozio di fotografie 24 ore su 24.
Shayma indossa l’hijab (velo che copre il capo, lasciando libero il volto) da quando aveva tredici anni e si cancella il viso sotto il trucco pesante: rossetto, fondotinta e fard. Quasi con grazia, abbina il velo alla tunica o ai pantaloni all’occidentale e, sotto le maglie larghe a maniche lunghe, prova a nascondere il seno vigoroso, addolcito dallo slancio della figura. È la migliore amica di Mervet, 23 anni, la pelle chiara, gli occhi verdi e una croce copta tatuata sul polso destro; Said, dal sorriso bianco nel volto scuro segnato da un’acne leggera, indossa spesso la maglia della nazionale di calcio italiana, perché «Roberto Baggio and Totò Schillaci are great».

«Ciaomancia»

«Non sposerei mai un musulmano» – confessa Mervet: «I musulmani sono cattivi con i cristiani, specialmente con noi cattolici, non ci lasciano lavorare»; e lo dice sbattendo con forza zucchero e Nescafè in un bicchiere di vetro per preparare un buon cappuccino ai suoi amici Shayma e Said, musulmani anche loro ma, a differenza degli altri, hanno un nome, un volto e offrono, quindi, la possibilità di un incontro.
Mervet ha imparato i segreti del cappuccino da suor Maria del Crocifisso, della comunità delle francescane, che le ha insegnato anche a preparare la pizza, il calzone e le tagliatelle. Mervet vorrebbe andare a Roma a vedere il papa e il suo desiderio è quello di sposare un bravo ragazzo, «prima di tutto un buon cattolico», che possa darle figli e pensare a loro.
Vive con i genitori e due fratelli a Sawaghy, il piccolo quartiere cristiano di Luxor dove convivono, non sempre dialogando, copti ortodossi e cattolici. Oltre la porta segnata col sangue di un animale ucciso anni prima per inaugurare l’arrivo nella nuova casa, letti dai materassi alti e duri si ammassano contro le pareti e la povertà estrema stride con il computer che troneggia in una delle stanze, ben protetto da una coperta di lana.
Nel negozio di fotografie, la tv rimane accesa 24 ore su 24 e fa entrare prepotente la massiccia programmazione di telenovelas, in cui donne truccate e senza velo si struggono d’amore per aridi uomini d’affari, che si alterna alla pubblicità: «Welcome to Egypt», dieci, cento volte ripetuta ogni giorno dal canale di stato Nile Tv, che mostra piramidi, templi e il magnifico Mar Rosso, accompagnati dal sottofondo trionfalistico della marcia dell’Aida, che pochi autoctoni sanno essere di un italiano chiamato Verdi.
Il percorso tipico del turista che decide di visitare l’Egitto consiste in una settimana di crociera dal Cairo fino ad Assuan, in Nubia, quasi al confine con il Sudan, e in una seconda settimana sulle belle spiagge di Hurghada, facendo snorkelling negli incantevoli fondali di un mare la cui costa è, purtroppo, sempre più simile ai nostri paradisi estivi dell’Adriatico.
Andando in Egitto da turisti, non sempre si può cogliere il fatto che tutto ha il doppio prezzo e quello per stranieri è due, tre, persino dieci o cinquanta volte più alto rispetto a quello per egiziani.
Laggiù c’è uno strano culto dei soldi: c’è il denaro per vivere (la lira egiziana) e quello per vivere meglio (la valuta straniera), per cui le mance e i pagamenti in euro e in dollari sono ambiti e quasi pretesi. Specialmente nel sud, i bambini più poveri sono educati ad assalire il turista con il continuo «hellobaksheesh!» (ciaomancia, tutto attaccato), parola unica e concetto inscindibile: io ti saluto – tu dammi; sempre accompagnato dalla manina tesa e dallo sguardo deciso: tu hai, tu dammi. Se nonostante l’assalto di gruppo il turista non cede, la richiesta passa da «hellobaksheesh» a «pen, pen». Spesso sono i genitori a spingere i figli a rincorrere i turisti, nella speranza di ricevere una penna rossa o blu.

Una sera dopo l’altra

I coffee shops sono luoghi per uomini arabi e donne occidentali. «Non si incontrano ragazze arabe per bene lì – spiega Shayma, la commessa del negozio di fotografia -, ma a te, italiana e sola, frequentare un coffee shop è permesso, perché sei straniera e loro tolleranti». Si raccomanda solo che, uscendo, mi copra bene le braccia e le gambe.
Ed è proprio nei coffee shops che si incontra l’Egitto, quello vero: tra le maioliche gialle, bianche e blu, tra i tavoli sbilenchi disposti sulle strade polverose dei piccoli centri, tra i giocatori di tawla (backgammon) che ti accettano solo se hai la pazienza di tornare una sera e poi un’altra e poi un’altra ancora, allo stesso tavolo a bere lo stesso tè, fumare la stessa sheesha (narghilé), tirare gli stessi dadi e sorridere alle stesse persone. Una sera dopo l’altra, quelle persone diventano capaci di un saluto più caldo, il tè profuma di rito e la sheesha diventa l’aroma di mela che la bocca pretende.
La tawla è un linguaggio, un incastro di mosse guidate da fili sotterranei in cui i dadi fanno da controcanto allo scivolare delle pedine sul legno: nello spazio quasi intimo di un gioco a mosaico che si disegna nel tempo, nascono le amicizie e le conversazioni. E il tempo che si vive non è un sentito dire, ma un’esperienza nata da uno scambio.
La curiosità non è prerogativa occidentale: i volti acquistano nomi ed è con Mohammed, Omar, Ahmed e Said che la sera si parla di «noi». «Noi», cioè di Europa e mondo arabo che sorseggiano insieme una iansung (tisana digestiva) sempre troppo dolce, domandandosi a vicenda: «Come ci vedete? Cosa pensate della nostra cultura? Cosa pensate della nostra religione?».
I ragazzi arabi seduti al coffee shop vorrebbero sapere tutto di Dio, di Cristo, della Trinità: «Se Dio è Gesù, e Gesù muore il venerdì e risorge la domenica, cosa accade il sabato? Può esistere un sabato senza Dio? Gesù è profeta di Dio, Dio ama i suoi profeti. Perché permette che Gesù soffra e muoia?».
«Perché bevete alcol, se l’alcol è peccato?». I giovani arabi ascoltano con interesse una donna senza velo la quale pensa che saper gestire il proprio rapporto con l’alcol sia una questione che chiama in causa la persona con la sua capacità di controllo, e non l’idea assoluta di Bene e di Male. E i giovani arabi, che sorseggiano tè e iansung, ascoltano: forse non concordano, ma ascoltano e rispettano, probabilmente perché la giovane donna senza velo parla di alcol e in Europa lo beve – è educazione al gusto, dice lei – ma lì, seduta al tavolino sbilenco del coffee shop di Omar, sorseggia tè e iansung proprio come loro, tenendo le braccia e le gambe coperte in segno di rispetto. Per essere rispettata.
Ai discorsi occidentali sull’undici settembre o sulle bombe di Madrid, i giovani arabi rispondono parlando di Afghanistan, Iraq e Palestina e dopo accese discussioni, in cui le parti non si incontrano, perché separate da una convinzione profonda che si barrica su due poli opposti (le nostre ragioni – i vostri torti), si arriva insieme alla conclusione che, in fondo, la pena che si sente per la miseria umana è la stessa da entrambi i lati della barricata.

«Raccontaci,
donna
senza velo!»

Ed è proprio lì che ci si incontra, quando si smette di sostenere una causa e si torna ad essere semplicemente ciò che si è: uomini e uomini mortali per di più. Uomini che si uccidono tra di loro, ma che quando bevono insieme tè e si chiamano per nome non sono più mostri dalle sette teste, bensì persone, persino interessanti.
E allora, per favore, donna occidentale senza velo, dicci com’è il mondo al di là del Mediterraneo. Dicci come sono i colori, i sapori, le facce della gente, i colori della pelle, i suoni delle strade; raccontaci come sono i vestiti, i giorni di festa e le promesse che gli innamorati si scambiano quando decidono che, sì, staranno insieme per tutta la vita.
C’è fame di sapere, perché uscire dall’Egitto è praticamente impossibile: non solo perché è troppo costoso, ma, soprattutto, perché non è facile ottenere un visto di ingresso in un altro paese e, naturalmente, un permesso di soggiorno. La possibilità a cui molti ricorrono è quella di farsi fare una carta di invito da qualche turista straniera che, in Egitto per le vacanze e spesso in età matura, si lascia affascinare dalle galanterie maschili che promettono, chissà, una ritrovata gioventù.
Un musulmano può sposare una donna cristiana, perché l’eventuale prole eredita la religione dell’uomo; quindi i matrimoni con straniere sono frequenti.
Benché l’Egitto sia un paese laico, la religione è un fattore identitario importantissimo; il 90% della popolazione è di fede islamica e il restante 10% è in gran parte di fede copto ortodossa. Solo una piccolissima minoranza è cattolica, evangelista o di rito armeno. Può capitare di sostare in meditazione nella piccola chiesa francescana di Luxor e di sentire entrare dal portone spalancato la voce metallica del muezzin che invita alla preghiera del tramonto. Ed è in quell’attimo, in quell’aria così pregna di Dio – qualunque nome abbia – che sfiora la mente il pensiero di una coabitazione possibile.
Raccogliendo le impressioni dei cristiani che vivono a Luxor, spesso si sente parlare di «restringimento degli spazi vitali» e cioè che le religioni non islamiche sono tollerate, ma ad esse non viene permesso di fare proseliti. Le scuole cristiane, in cui la maggior parte degli studenti è musulmana, faticano ad avere i permessi di ristrutturazione e devono sottostare a continui controlli e a leggi di restrizione dei posti disponibili. Le comunità cristiane si chiudono, così, a riccio al proprio interno, diventando mondi quasi in autornassorbimento. Dicono che sia per pura conservazione, ma questa strategia diventa una morte lenta, un riprodursi a l proprio interno, che porta dritto alla sterilità.
È una questione di stato, di organizzazione sociale, di mancanza di informazione, di possibilità di controllo: per chi governa, per chi tira le fila dell’intero paese è molto più semplice separare che unire, creare zone attorniate da confini marcati invece che lasciare alla gente la possibilità di spazi in cui conoscersi e, quindi, costruire piccoli ponti.

Non c’è certezza di sapere fino dove sarebbe possibile arrivare attraversando questi ponti… forse solo fino al primo coffee shop, con i tavoli sbilenchi nelle strade polverose del souq (mercato) di Luxor; ma già, questo sarebbe, in fondo, un primo e vero reciproco viaggio dentro l’Altro, che non fa paura.

Paola Cereda