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CUBA – Tutti uguali… ma alcuni più uguali degli altri

Note di viaggio, senza retorica, né pregiudizi…
Attente, però, alle piccole vicende di gente comune, che vive nell’ultimo baluardo del «socialismo» tra rassegnazione, intraprendenza e attesa del nuovo.

Miguel ha le spalle larghe e il fisico robusto. Istruttore di judo, arrotonda i guadagni con il suo lavoro sul ciclo-taxi: un mezzo pratico ed economico che si è costruito da solo, utilizzando una vecchia bicicletta e una sedia di ferro, imbottita di plastica. Quando riesce ad avere un turista straniero da accompagnare, è ben felice e il prezzo si alza. Miguel approfitta della nostra inesperienza e ci chiede una cifra assurda. Eppure, gli siamo grati, perché al nostro arrivo a L’Avana ci ha fatto conoscere la casa di… Maria e Gesù!

Cristianesimo misto
Maria è una donna in gamba. Con la sua casetta, affondata tra le vie più degradate di L’Avana vecchia, è riuscita a creare una piccola impresa. Le due stanze sono sempre prenotate, perché sono confortevoli e pulitissime. Qualche anno fa, il governo ha permesso ai privati di organizzarsi e mettere a disposizione dei turisti al massimo due camere, pagando 200 dollari al mese per ogni stanza. Questa apertura verso l’iniziativa privata comincia a dare i suoi frutti e chi ha voglia di impegnarsi riesce a migliorare la condizione della propria famiglia.
Scegliamo di prendere i pasti in casa e devo dire che ci troviamo bene. Gesù è il marito, un distinto signore dai capelli bianchi e la pelle scura. Le redini sono però in mano di Maria, che è riuscita pure a sistemare le due figlie sposate, entrambe con un bimbo. Yonaika e Yonaisis mi spiegano il perché di questi strani nomi, suggeriti da uno zio materno, che un tempo andava sovente in Russia, per studio e per lavoro.
L’antico centro coloniale di L’Avana è il più vasto e conservato in America. Purtroppo, c’è ancora molto lavoro da fare, ma i primi risultati dei restauri voluti dall’Unesco si vedono soprattutto intorno alla cattedrale e alle piazze principali.
Incontro monsignor Ramón Suárez Porcari nel patio dell’arcivescovado, nel cuore della città vecchia. Al centro dello spazio ombroso di vegetazione tropicale, una statua bianca di Cristo. Qui, nel ’98, giunse in visita Giovanni Paoloii. «La mia famiglia è di origine italiana, i miei nonni emigrarono da Potenza» – mi precisa il prelato. Parliamo della religiosità dei cubani, dopo tanti anni di dittatura castrista, ancora legata alla tradizione afro-cubana. La cultura africana si è sovrapposta a quella cristiana, portata dai missionari spagnoli, e tuttora è molto radicato il culto per gli orixa, divinità associate ai santi della chiesa cattolica.
Parliamo della situazione della gente. «Non vi è solo l’embargo americano – mi dice monsignore -; c’è anche un blocco interno, di un popolo che non si apre a una prospettiva mondiale. La gente non è al corrente di ciò che avviene nel mondo, è ripiegata su se stessa. Il populismo ha rovinato il popolo. L’ideologia sovrasta la cultura e ora tutti si lamentano dei servizi sempre più scadenti, in particolare la sanità».
A Cuba operano alcuni gruppi di suore che si occupano di sanità, tra le quali le Serve di Maria e le missionarie della Carità, di madre Teresa. Monsignor Porcari è cancelliere dell’arcivescovo e parroco di Guanabacoa, centro urbano situato al di là del canale del porto, abitato soprattutto da gente di colore. Con la rivoluzione, tutte le scuole sono state nazionalizzate e ora i religiosi si occupano di catechesi. Sono tre le diocesi a Cuba: Santiago, L’Avana e Camaguey.

Due sardine per pranzo
Non è un lungomare come lo intendiamo noi, questo Malecón, ma una striscia di cemento che costeggia il mare per diversi chilometri, collegando la vecchia città coloniale ai quartieri più recenti. A fine gennaio, la notte può fare anche freddo, ma oggi il sole splende e l’aria si sta riscaldando. Eriberto ha appoggiato la bici arrugginita al parapetto e sta pescando con lenza e amo.
Dopo aver lavorato 44 anni come muratore, ora che riceve la pensione di stato di 124 pesos, passa il suo tempo a pescare. Mi indica il magro bottino: due sardine, che cucinerà a pranzo per la moglie, anche lei con una piccola pensione di custode di un edificio multiplo.
La soddisfazione grande della coppia è avere tre nipotini e due figli ben sistemati. Uno è chirurgo ortopedico, con 500 pesos mensili; l’altro è chimico e prende solo 200 pesos. Incomincio a fare due conti per capire il valore del peso usato a Cuba dalla gente. Per una libbra di carne, ci vogliono 30 pesos e, comunque, ciascuno ha diritto a quote molto limitate di prodotti e non può fare acquisti nei negozi per turisti, dove sono accettati i pesos convertibili, del valore del dollaro. «Ascolta, stanno sparando le 21 salve di cannone per l’anniversario di José Martí, il nostro eroe nazionale».
L’indomani, decidiamo di partire per Trinidad. A Cuba vige l’ora legale per cui, alle otto del mattino, è ancora buio. Si avvicina un giovane e mi chiede dove siamo diretti. «Trinidad? Bene – replica -, se volete vi porto io per lo stesso prezzo del bus». Con il diploma di capitano di lungo corso, Alean ha molto tempo libero, perché la sua nave è ferma in porto da due anni. L’auto non è sua, ma di una cornoperativa. La cosa non mi è molto chiara, certo è che i posti di blocco della polizia per lui non sono un problema: con un saluto, li superiamo tutti facilmente. Comincio a capire che anche qui chi ha iniziativa e conoscenze riesce a cavarsela bene.
Giunti a Trinidad, scopriremo che la mamma di Alean ha già affittato le due stanze, ma non è un problema trovare una sistemazione. Vivienne è giovane, ma intraprendente. Originaria di Sancti Spiritus, è riuscita a permutare la sua casa con una nel centro storico di Trinidad, città turisticamente molto più importante.
A Cuba tutti hanno diritto a una casa di proprietà, ma non possono venderla, solo permutarla. Vivienne, aiutata dal marito che lavora nell’albergo di stato sulla penisola di Ancón, ha ricavato nel patio due linde stanze da affittare ai turisti; cura le relazioni con gli ospiti ed è riuscita a ottenere già da alcuni anni gli inviti tramite ambasciata, necessari per viaggiare in Europa. Una mail è giunta oggi per confermare che amici italiani hanno disposto una fideiussione, affinché anche la prossima estate lei si possa recare in Italia.

Il regime «migliore»
Iraida è molto triste, perché non ha notizie di suo figlio da quasi un mese. «Il ragazzo era stato espulso dall’università di Sancti Spiritus per cattiva condotta – mi confessa – così ha deciso di accettare un invito in Costa Rica e ora si trova molto male. Il suo sogno è Miami, dove vive una forte comunità cubana». Iraida ha perso il marito cinque anni fa e ha dovuto trasferirsi a Trinidad presso la cugina, per potersi mantenere. Trinidad fu uno dei primi insediamenti spagnoli. La sua è una storia affascinante, legata alla pirateria nel ’700 e, più tardi, alla coltura della canna, affidata a schiavi africani. La maggior parte dei turisti che arrivano la mattina con i bus, ripartono nella serata.
Ritorniamo a Trinidad, passando per Ancón, una sottile penisola sabbiosa che chiude una laguna densa di mangrovie. Alle 5 della sera, i dipendenti dell’albergo che smontano trovano un bus che li riporta a casa. Saliamo anche noi e così scopriremo i quartieri periferici dove vivono i lavoratori. File di case fatiscenti attraversate dalla ferrovia, ora in disuso, che un tempo serviva per trasportare lo zucchero proveniente dalla valle de los ingenios, dove un tempo decine di mulini trattavano la canna raccolta dagli schiavi africani, in una zona ora dichiarata patrimonio dell’umanità.
Piazza De Céspedes è il centro amministrativo di Trinidad, con il municipio, il tabaccaio che vende il Gramma, quotidiano cubano, e il cinema. Nei giardini sostano i pensionati anziani, per godersi il sole. Luis è stato insegnante di spagnolo, ora che è in pensione studia l’italiano, seguendo le lezioni alla televisione. È molto magro, ha le scarpe di tela rotte, ma tanta dignità. Il suo problema è la cataratta ed è in attesa dell’operazione. Anche Luis avrebbe bisogno di denti nuovi, gliene resta solo uno superiore.
A Cuba gli anziani rimangono attivi a lungo. In un laboratorio di ceramica, ho il piacere di conoscere tre personaggi, intenti a lucidare piccoli vasi di terracotta, seduti ad un tavolo. Il più anziano è un arzillo signore di 86 anni, magrissimo, dalle orecchie a sventola, che sorridendo mi dice con orgoglio di essere ancora utile in famiglia, con la sua modesta paga. Questi vecchietti hanno l’aria più serena dei nostri, che patiscono sovente la solitudine.
Anche Teresita è orgogliosa di avere un lavoro e lo si capisce dall’entusiasmo che mette nel preparare bibite e cocco fresco per gli avventori di uno dei tanti locali di Trinidad, dove si fa musica son, (tradizionale cubana) con strumenti originali. Una musica capace di incantare i visitatori, che passano da un locale all’altro per godersela.
Teresita è più che sicura: questo regime, imposto da Fidel, è il migliore che ci sia. «Dopo 5 anni di affitto pagato, lo stato mi ha dato la casa, 4 stanze e due bagni, per solo 10 pesos al mese. Anziani e handicappati sono assistiti e seguiti da medici e maestri». Poi, orgogliosa, aggiunge: «Potrei andare in pensione, ma mi piace lavorare; per ora non ci penso». Il suo entusiasmo mi pare esagerato.

Come nel farwest
Questa volta viaggeremo sul Viazul: il percorso è breve, grazie alla superstrada voluta da Castro per collegare le regioni occidentali dell’isola, un tempo arretrate perché difficilmente raggiungibili. Qui sorgono catene montuose e la campagna è fertile e irrigata. Conduttore e bigliettaio sono due distinti anziani signori in divisa, che desiderano darci qualche informazione sulla nostra meta, Vinales, amena località nel nord ovest di Cuba, famosa per le coltivazioni di tabacco.
Circondato da strani monti calcarei, coperti da una densa vegetazione, è un villaggio che ricorda il farwest. Per le vie del paese, dove le case coi portici sono dipinte a colori vivaci, passano i cowboys a cavallo, i carretti e qualche vecchia auto. Ci fermiamo volentieri alcuni giorni per via di quest’atmosfera tranquilla, fuori dal tempo. Anche qui, per visitare le vallate nei dintorni, useremo la bicicletta, che ci consente di fermarci per ammirare il paesaggio e i rari splendidi esemplari di alberi autoctoni sopravvissuti al disboscamento dei secoli scorsi. Sui monti che separano queste vallate dalla costa, il governo ha fatto mettere a dimora milioni di conifere per il rimboschimento, che risultano però poco adatte al paesaggio.
In un appezzamento di terreno ben coltivato a ortaggi, intervallati da file di fiori gialli e viola, incontriamo due contadini di una cornoperativa. Stanno preparando i buoi per l’aratura, sotto il giogo. Prima di iniziare il lavoro, uno di loro raccoglie un fiore per offrirmelo. Questi cubani mi rimarranno nel cuore, molti di loro mi hanno commossa con gesti simpatici. Scopro che a loro è proibito mangiare carne di bovino, pena la reclusione. Anche i buoi appartengono allo stato e si possono affittare per arare i campi. Le famiglie, se possono, cercano di allevare polli e maiali, o tacchini.
Juan Francisco ha un solo rene e un solo polmone. Ormai sono passati dieci anni dall’operazione, dovuta a un tumore. «Sono stato curato bene» – mi dice, orgoglioso del servizio sanitario cubano. Ha vissuto la rivoluzione, da giovane. Come allora è un entusiasta e convinto sostenitore della politica di Fidel. «Con la “Battaglia delle idee” abbiamo ottenuto università e cure mediche per tutti». Ne parliamo a lungo, dopo l’ottima cena che ci ha preparato.
Per essere un rivoluzionario, mi pare che Juan Francisco abbia troppo viziato i suoi due figli. Oggi ha dovuto ammettere che «il campo» socialista è ormai finito. «Prima avevamo ottenuto l’eguaglianza tra tutti i cittadini, ora invece mi rendo conto che si sono formate le classi sociali e che una fascia della popolazione vive con difficoltà, anche se vi sono alcuni servizi garantiti per tutti, come il litro di latte giornaliero per i bimbi e gli anziani».
Situata nel centro della cittadina, dopo 30 anni di chiusura e abbandono, la chiesa di Vinales è rinata otto anni fa in seguito alla collaborazione della diocesi di Pinar del Río con quella di Verona. Padre Gianfranco Falconi è originario di Verona e, da qualche mese, ha sostituito l’anziano padre giunto per primo a Vinales, nel ’96. Dopo la messa, alcuni giovani si fermano per aiutarlo: mi paiono motivati e volonterosi.
Il sacerdote è molto cauto nel parlare: «Quando si riaprirono le chiese, nel ’95, ci furono delle difficoltà e i sacerdoti erano pochissimi». Cerco di capire se la gente ha mantenuto la fede cristiana. A messa erano presenti alcuni giovani e un gruppetto di donne anziane. La maggior parte delle famiglie vuole che i figli siano battezzati, poi non si fanno più vedere.
La piazza della chiesa è il luogo di ritrovo per i giovanissimi, la sera. I «grandi» frequentano i due locali dove si fa musica e si balla; ma non ho mai visto, durante il mio soggiorno a Cuba, le scene disgustose di prostituzione, comuni in molti paesi latinoamericani. Pare che la polizia abbia stretto i controlli.

Claudia Caramanti