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Intervista al vescovo mons. Macram Gassis

Sudan: la chiesa tra i nuba
40 ANNI DI CROCIFISSIONE

Nel gennaio scorso è stato firmato un accordo di pace per il sud Sudan, che suscita molte perplessità, anche perché il Darfur non è compreso nell’accordo.
Si spera, comunque, che l’accordo possa portare buoni frutti.


Il 31 ottobre 2004 mons. Macram Gassis, vescovo di El Obeid (Sudan) ha benedetto il restauro della chiesa di San Rocco «simbolo di pace» a Rivoli (TO). Gli abbiamo rivolto alcune domande sulla situazione della sua gente e un messaggio per i cristiani della vecchia Europa.

Eccellenza, come gruppo Bakhita-Follereau, la conosciamo dal 1994; attraverso le sue testimonianze e lettere partecipiamo alle sofferenze della sua gente, cercando di offrire concreti gesti di solidarietà. Può dirci com’è diventato missionario comboniano e poi vescovo di El Obeid?

Fu il vescovo di Khartoum, mons. Agostino Guaroni, italiano di Bologna, a incoraggiarmi perché diventassi comboniano. Nel 1955, partii per l’Inghilterra, feci il noviziato e gli studi di filosofia presso i comboniani. Nel 1960 mi fu concessa una breve vacanza e, dopo cinque anni, potei riabbracciare la mia famiglia a Khartoum, mio luogo di nascita.
Frequentai, poi, i corsi di teologia in Italia, a Venegono e Verona, e fui ordinato prete nel 1964, proprio a Verona alla vigilia della festa dei Santi Pietro e Paolo dal card. Gregorio Pietro Aghagianian, prefetto di Propaganda fide. Il giorno della festa dell’Assunta feci l’ingresso nella cattedrale di Khartoum: ero il primo e unico sacerdote religioso della diocesi di Khartoum. Attualmente in Sudan ci sono 12 vescovi, di cui 10 sudanesi, ma io sono l’unico vescovo del nord Sudan, di madre lingua araba e cresciuto in ambiente islamico. Riesco, perciò, a leggere tra le righe i discorsi del governo.
Provengo da una famiglia cristiana o meglio ecumenica: mio padre era cattolico, mia madre protestante ed i nonni matei ortodossi copti. Dal 1964 al 1979 prestai il mio ministero nella diocesi di Khartoum, prima come vice parroco e poi come parroco per aprire nuove parrocchie. Inoltre, poiché potevo dialogare con il governo, ebbi molti incarichi a livello diocesano (cancelliere, incaricato delle scuole cattoliche, cappellano dell’Associazione san Vincenzo de Paoli).
Nel 1984 fui nominato amministratore apostolico della diocesi di El Obeid, allora vacante, e nel 1988 vescovo della stessa. È così iniziata la mia via crucis. Portai, infatti, sacerdoti e suore di varie congregazioni (Maryknoll, Comboniani, Aposteles of Jesus, suore di Madre Teresa di Calcutta), ma a tutti non fu permesso di restare nel paese.
Nel 1990 lasciai la diocesi per motivi di salute; poi mi fu consigliato di non rientrare perché molto pericoloso. Avevo, infatti, denunciato apertamente le ingiustizie contro la mia gente. Come già dissi nella mia visita a Torino del giugno 1994, il 4 gennaio di quell’anno ero tornato in Sudan e potei visitare 4 diocesi del sud Sudan ma non la mia. Incontrai, però, una delegazione di circa 100 cristiani della mia diocesi che dai Monti Nuba aveva camminato per 70 giorni a piedi per potersi incontrare con me. Fu un incontro davvero ricco di emozioni.

Quali sono le cause della guerra che dal 1984 ha dilaniato i Monti Nuba? Quante sono state le vittime? È possibile descrivere la sofferenza dei cristiani?

La guerra è stata causata dalle ingiustizie inflitte dal governo. A dir la verità non l’ho mai chiamato governo ma «regime di Khartoum». I Monti Nuba sono sempre stati considerati popolati da negri e per questo si è cercato di arabizzarli, confiscando le 750 scuole private costruite dai missionari cattolici e protestanti.
L’espulsione dei missionari ha esacerbato l’anima della gente che ha visto, nel 1963, i loro pastori caricati sui camion come pecore da macello. Ha visto bruciare 161 chiese cattoliche e protestanti sui Monti Nuba. Quando c’è troppa oppressione e ingiustizia la situazione scoppia. Tutti i posti di potere sono sempre stati occupati dalla gente del nord, sia nel governo che nell’esercito. Alla gente del sud erano riservati ruoli subaltei. Le scuole ormai si erano trasformate in agenzie di arabizzazione e islamizzazione forzata. La gente si è ribellata.
È scoppiata la guerra civile, sfociata nel genocidio dei Nuba. Infatti, la parola genocidio è appropriata quando si vuole privare un popolo delle sue tradizioni, lingua e cultura. La questione del petrolio è venuta dopo. Abbiamo contato circa 2 milioni e mezzo di morti e 5 milioni di rifugiati.

Che cosa ha fatto la chiesa del Sudan e lei in particolare in questo periodo di guerra?

La chiesa ha portato la causa dei Monti Nuba davanti alla comunità internazionale, e io ne sono divenuto il portavoce. Per cinque anni ho presentato la causa dei Monti Nuba nei miei discorsi alla Commissione dei diritti umani di Ginevra. Sono diventato la voce della mia gente davanti al governo italiano, britannico, tedesco, svizzero, canadese e statunitense. Ho parlato apertamente dell’olocausto al presidente Oscar Luigi Scalfaro, Mary Robinson, Madelein Albright, Colin Powell, Butrous Ghali, al Congresso e al Senato americano.
Adesso il nome dei Monti Nuba è conosciuto. Il senatore americano John Danforth, nominato Presidential Envoy, ci ha visitati con la sua delegazione; abbiamo discusso sulle possibilità per arrivare al cessate il fuoco, che tuttora continua anche se ci sono ancora gravi incidenti commessi dalle forze armate di Khartoum. La chiesa per tutto il periodo dell’isolamento è stata ancora la speranza del popolo nubano.
Nel 1995 sono riuscito a portare due sacerdoti e un fratello religioso sui Monti Nuba; in seguito, altri sacerdoti hanno condiviso con la gente bombardamenti e devastazioni. Anch’io con grave rischio ho ripreso a visitare la mia gente per natale e pasqua. Malgrado tutto la chiesa è stata accanto alla gente come segno di speranza.

Può, con poche parole, definire la tragedia del Darfur?

Nel Darfur, che è parte della mia diocesi, si sta ripetendo quanto è successo sui Monti Nuba, cioè il genocidio di un popolo per la forzata arabizzazione e islamizzazione. L’unica differenza è l’interesse mostrato dai mass media. Molti nuba rifugiatisi nel Darfur, adesso, rientrano a casa e la chiesa cerca di aiutarli in questo reinsediamento, con appropriati micro-progetti.

Dopo il cessate il fuoco, stipulato nel 2002, e i colloqui di pace tra governo e Spla (Sudan People’s Liberation Army) terminati nel maggio 2004, quali sviluppi ha avuto e avrà la diocesi di El Obeid?

I catechisti sono sempre stati la «spina dorsale» della chiesa sui Monti Nuba: hanno mantenuto vivo il messaggio cristiano anche in assenza dei sacerdoti. Adesso stiamo, però, facendo aggioamenti e formazione, perché qualche catechista si riteneva diacono o addirittura sacerdote.
Dal 1995 ci sono sempre stati sacerdoti africani sui Monti Nuba nelle zone rurali, con grande rischio e pericolo, perché i grandi centri erano controllati dalle forze governative. Avevamo riaperto la parrocchia di Kauda, ripetutamente bombardata, e di Gidel. Ora è stata riaperta anche la parrocchia di Lumon, che ci ha dato parecchie vocazioni.
Abbiamo tre seminaristi che dovrebbero iniziare i corsi di filosofia a Khartoum. Ci sono sei sacerdoti e presto dovrebbero arrivae altri quattro. Abbiamo anche una quindicina di suore (Comboniane, Preziosissimo Sangue, Madre Teresa di Calcutta), che si occupano dell’istruzione e della promozione della donna, seguono i corsi di formazione e le cornoperative.
I catechisti sono circa 100 e le comunità cristiane con chiesa cappella una cinquantina. Abbiamo scuole elementari, ma procederemo con la costruzione di scuole superiori e tecniche. Abbiamo scavato 150 pozzi, portando acqua a molti villaggi. Stiamo costruendo un ospedale.
Abbiamo chiesto al card. Sepe di sollecitare le congregazioni missionarie a venire sui Monti Nuba, ora è possibile. I nostri sacerdoti sono giovani, ancora traumatizzati dalla guerra, e hanno bisogno di un sostegno morale, psicologico e di buoni esempi per ricostruire la chiesa su basi solide. I cattolici sui Monti Nuba sono ormai 100 mila. La nostra chiesa è una chiesa martire, che dona alle chiese d’Occidente i frutti del suo martirio.

Quale messaggio desidera inviare ai cristiani della vecchia Europa?

Viviamo in un mondo pieno di inganni, menzogne e falsità, permeato da secolarismo e indifferenza. Uomini e donne che vivono la verità sono crocifissi. Non abbiate paura di dichiarare che siete cristiani. Non dimenticate le vostre radici e tradizioni. Cristo era, è e sarà. Chi vive senza Dio non può portare la pace.
In Sudan essere cristiano vuol dire accettare la sofferenza. In Italia si dice che l’Europa è una chiesa che dona e l’Africa è una chiesa che riceve. Ed è vero. Ma anche la chiesa del Sudan è una chiesa che dona e la chiesa d’Europa è una chiesa che riceve. Noi doniamo la nostra sofferenza, il martirio dei nostri giovani, le lacrime delle nostre vedove, la schiavitù dei nostri bambini. Un dono grande di conciliazione alla chiesa universale perché siamo sulla croce di Cristo.
Pregate per il Darfur dove stanno sterminando cristiani e musulmani neri, perché ritenuti di seconda categoria. Dicono che è una guerra santa, ma non esiste una guerra santa! Dio non vuole la guerra.
Solo con un’adeguata conoscenza è possibile il dialogo. L’Europa si dimostra superficiale nel dare, dare senza adeguata conoscenza e preparazione. Non svendete i vostri valori e le vostre tradizioni. State giocando con il fuoco. Anch’io ho fatto pozzi, scuole e l’ospedale per cristiani e musulmani ed ho iniziato un autentico dialogo di pace.
Ricordate cosa disse il santo padre all’apertura della moschea di Roma: chiedete sempre la reciprocità.


Silvana Bottignole