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DOSSIER VIETNAM -I Montagnard: i più tartassati e… dimenticati

CACCIA APERTA… AL CRISTIANO

I francesi li chiamarono montagnard (montanari)
e gli americani storpiarono il nome in yards;
i vietnamiti li chiamano moi (selvaggi)
e il governo nguoi dan toc (popolo tribale).
Essi si definiscono degar, «figli delle montagne». Sono uno dei popoli più antichi del sud-est asiatico e vivono nella penisola indocinese da oltre 2 mila anni.

I montagnard rappresentano una quarantina di differenti gruppi aborigeni, appartenenti ai ceppi linguistici mongolo-tibetano e malese-polinesiano. La maggioranza vive nel Vietnam centrale; numerosi sono in Cambogia, molto meno in Laos. I due gruppi principali sono i bahnar (circa 400 persone) e i jarai (300 mila), seguono i rhade, koho, sedang, bru, pacoh, katu, jeh, cua, halang, hre, rongao, monom, roglai, cru, mnong, lat, sre, nop, maa, stieng…

TRA DUE FUOCHI
I montagnard non sono sempre stati sulle montagne. Più di 2 mila anni fa, occupavano gran parte del sud dell’Indocina, da Hué a punta Ca Mau. Sui monti furono spinti progressivamente dall’espansione di popolazioni più forti e numerose: dal sud i cham, di origine hindu, dal nord i vietnamiti, di origine cinese.
Alla fine del secolo xvii, quando i vietnamiti conquistarono anche il regno meridionale dei cham, i montagnard si trovarono definitivamente relegati tra gli altipiani centrali del Vietnam, dove trovarono rifugio e vissero in pace per molte generazioni, sviluppando le coltivazioni e l’allevamento del bestiame.
I vietnamiti, pur continuando la loro espansione, non si avventurarono mai tra i monti, anche perché li credevano infestati da spiriti, che avvelenavano i ruscelli che scendevano da quelle montagne, provocando la malaria.
Gli unici a entrare e vivere nel loro territorio furono i missionari, che vi impiantarono scuole e avviarono l’evangelizzazione.
I francesi fissarono i confini tra la colonia vietnamita e i due regni di Cambogia e Laos, sotto il proprio protettorato, frenando così l’espansione dei vietnamiti. Nel 1895 entrarono anche nel territorio dei montagnard, ma riconobbero loro il diritto sulle terre che occupavano e coltivavano. Nei negoziati del 1946, fu ratificato il diritto di essere nazione, chiamata Pays montagnards du Sud Indochinois (paese dei Montagnard dell’Indocina del sud).
Nella prima guerra indocinese tra francesi e indipendentisti (1946-54), i montagnard furono presi tra i due fuochi e, con la fine del colonialismo, videro i vietnamiti prendere il controllo del loro territorio, si sentirono chiamare moi (selvaggi) e subirono lo stesso trattamento avuto dagli indiani in America o dagli aborigeni in Australia: massacri, sfruttamento delle risorse, privazione di ogni diritto.
In quegli anni la popolazione dei montagnard contava 3 milioni di persone. Se avesse avuto la possibilità di crescere con lo stesso tasso di incremento del resto del paese, oggi sarebbe più che raddoppiata. I superstiti sono tra i 700 e gli 800 mila.
La resistenza
Finita la prima guerra indocinese i montagnard non volevano stare con il Vietnam del nord e neppure con quello del sud. Nel 1957 nacque il movimento Bajaraka, che chiedeva pacificamente l’autonomia del loro territorio. Il governo sud-vietnamita, però, represse brutalmente il movimento e imprigionò i loro leaders.
Durante la seconda guerra di Indocina (1963-1975), i montagnard si dimostrarono fortemente anticomunisti e si schierarono con i governi sostenuti dagli statunitensi. E quando gli americani entrarono in guerra, 40 mila montagnard si arruolarono dalla loro parte, nella speranza di vedere riconosciute le richieste di autonomia politica, sociale e culturale.
Il territorio diventò un sicuro rifugio per l’esercito vietnamita e i montagnard si trovarono di nuovo tra due fuochi: l’85% dei loro villaggi furono rasi al suolo da bombardamenti e rappresaglie d’ambo le parti.
Nel 1969, tra le popolazioni cristiane delle montagne nacque un altro movimento: il Fronte unificato di lotta delle razze oppresse (Fulro). Tale movimento rappresentava politicamente le minoranze etniche presso il governo di Saigon e faceva parte di quella «terza forza», che manifestava per la pace e non voleva né il governo militare filoamericano né un regime comunista come nel Vietnam del nord.
La vittoria dei comunisti spazzò via tutte le formazioni pacifiche e democratiche: il Fulro, insediatosi in Cambogia, continuò la resistenza militare fino al 1992, quando gli ultimi 400 membri furono consegnati alle Nazioni Unite.
Oggi 800 montagnard, rifugiati negli Usa, continuano a tener desta la speranza di libertà di quelle centinaia di migliaia di connazionali sopravvissuti ai genocidi e che non hanno mai accettato di sottostare al giogo del regime comunista, nonostante le decisioni prese dalla comunità internazionale.

COLPEVOLI DI ESSERE CRISTIANI
A Kontum, nel cimitero dell’istituto delle Missioni estere di Parigi, si possono contare più di 200 tombe di missionari e suore francesi che hanno dato la vita per gli indigeni. I missionari cattolici e protestanti, infatti, sono stati quasi gli unici, con alcuni funzionari dell’epoca coloniale, a interessarsi di loro, aprendo scuole e ospedali, istituti tecnici e professionali.
Gran parte dei montagnard sono cristiani. Negli anni ‘70 essi costituivano quasi il 40% dei cristiani sudvietnamiti. Le diocesi di Kontum, Ban Me Thuot e Dalat avevano propri sacerdoti e parrocchie, con tante conversioni e vocazioni.
Con la riunificazione del paese e il trionfo di Ho Chi Minh (1975), il regime comunista di Hanoi ha nazionalizzato le terre dei montagnard, non riconoscendo nessun diritto sui territori che abitavano da millenni. Centinaia di villaggi sono stati distrutti e spostati su terre meno fertili per far posto alle piantagioni di caffè di proprietà dello stato.
Il governo comunista non li ha mai sopportati, prima perché si erano alleati con gli americani, poi perché molti di loro sono cristiani e adesso anche perché l’unico interesse del governo è prendere le loro terre.
Mai rassegnati al regime oppressivo e persecutorio, i montagnard hanno fatto numerose manifestazioni pubbliche per reclamare l’indipendenza e il ritorno alle loro terre ancestrali e alla libertà religiosa.
Nel febbraio 2001, 20 mila persone manifestarono contro il governo. Ma secondo alcuni, è possibile che il governo abbia ordinato ai suoi quadri di suscitare tali proteste, per poter decimare tutti i capi dei montagnard, attirandoli nella trappola.
Sta il fatto che, con l’impiego di migliaia di poliziotti e soldati, i manifestanti furono dispersi; alcuni rimasero uccisi e, nelle settimane seguenti, centinaia di leader politici e religiosi furono arrestati e poi condannati a pene comprese fra i 3 e 12 anni di prigione.
L’organizzazione Human Right Watch (Hrw) ha documentato gravissime violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione dei montagnard: arresti, detenzione e interrogatori arbitrari, torture della polizia e, più in generale, ripetute violazioni dei diritti alla libertà religiosa, restrizioni sui viaggi; rimpatri forzosi di coloro che avevano cercato di fuggire nella vicina Cambogia. Sempre secondo Hrw un centinaio di persone sono ancora detenute a causa di quella manifestazione.

«PASQUA DI SANGUE»
Più spietata fu la repressione della vigilia di pasqua, 10 aprile 2004. Oltre 130 mila cristiani, provenienti dai più sperduti villaggi, avevano raggiunto Buon Ma Thuot, capoluogo provinciale degli altipiani, per pregare e protestare pacificamente davanti agli edifici del partito comunista vietnamita contro la repressione religiosa e la confisca delle loro terre. Lo slogan era: «Felice giorno, Cristo è risorto!».
Le forze governative impedirono il raduno con le armi, causando centinaia di feriti e 10 morti (2 secondo il governo). La «pasqua di sangue» fu seguita dalla «caccia al cristiano», facendo salire a 400 il numero dei morti, secondo il Partito radicale.
L’incertezza delle cifre è dovuto al fatto che il governo ha chiuso l’area a tutti gli stranieri e giornalisti. Ma le notizie trapelano attraverso i fuggiaschi che riescono a raggiungere Phnom Penh, in Cambogia, dove esiste un rifugio per loro, sotto la protezione delle Nazioni Unite.
Centinaia di manifestanti sono stati arrestati, processati e condannati a vari anni di prigione a seconda delle accuse: turbativa dell’ordine pubblico, resistenza alla polizia, incitamento alla protesta, favoreggiamento della fuga oltre confine, attentato alla sicurezza e unità nazionale… I processi sono ancora in corso; l’ultimo di cui si ha notizia ha avuto luogo nel gennaio scorso.
Testimoni oculari, intervistati nei campi dei rifugiati in Cambogia, hanno parlato anche di uccisioni, varie forme di «crocifissione», iniezioni letali, pestaggi, trattamenti degradanti, cerimonie pubbliche in cui sono imposte dichiarazioni di fedeltà alla bandiera vietnamita e di ripudio della fede cristiana.

DIMENTICATI DA TUTTI
Nonostante l’allontanamento di preti, pastori e missionari, i montagnard continuano a tenere viva la loro fede grazie all’attività dei laici; seguono la preghiera liturgica ascoltando Radio Veritas, che ritrasmette da Manila i programmi della redazione vietnamita della Radio vaticana. In vari villaggi hanno ricostruito chiese di legno al posto di quelle distrutte dalla furia comunista.
Ma, più delle atrocità di cui sono vittime, i montagnard paventano il silenzio che regna sulla loro sorte. Non è solo il regime a nascondere i propri misfatti; ma anche l’opinione pubblica internazionale resta insensibile alle loro sofferenze. I paesi occidentali continuano a firmare accordi di cooperazione con il Vietnam, che includono solenni clausole sul rispetto dei diritti umani; dopo di che le clausole vengono ignorate e i finanziamenti arrivano regolari a foraggiare la tirannia.
C’è di più: i cristiani montagnard si sentono dimenticati anche dai loro fratelli di fede.

Benedetto Bellesi