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DOSSIER IMMIGRAZIONE (1)E se non ci fossero loro?

A Torino sono presenti ufficialmente
circa 15 mila donne extracomunitarie:
rappresentano il 39% del totale degli immigrati
e il 2% delle donne torinesi.
Marocchine, somale, camerunesi, nigeriane,
ecuadoriane, filippine, cinesi, ecc.
ma anche dall’Albania, Romania e Ucraina.
Sono impegnate soprattutto nei «lavori di cura».
Però non mancano sorprese.

GRAZIE (NONOSTANTE IL RITARDO)
«Lavoro di cura»: ecco una nuova espressione, entrata di recente nella lingua italiana, per indicare l’occupazione nell’assistere malati, anziani e bambini, oltre che il lavoro domestico. È un’espressione che, come un’eco, risuona in varie lingue e allude ai numerosi lavori delle donne che li esercitano: donne che provengono da tanti paesi diversi, ma accomunate tutte in uno stesso destino…
Oggi non sono puntuali le donne migranti, che giungono all’edificio della Facoltà di teologia di Torino per intervenire al «loro» incontro-dibattito su: «Le donne migranti si confrontano con la città». Il convegno è organizzato dall’ufficio Pastorale dei migranti dell’arcidiocesi di Torino e dall’associazione Alma Terra. Inoltre vi partecipa la Commissione pari opportunità uomo-donna della Regione Piemonte.
Il ritardo si dimentica presto grazie al caloroso saluto iniziale di don Fredo Olivero: «Grazie! Da voi abbiamo imparato tanto. Abbiamo imparato, soprattutto, un modo più sereno di affrontare la vita».

COLPO D’OCCHIO MULTICULTURALE

Funziona un servizio di accoglienza dei bambini. Pertanto le mamme entrano nella sala del convegno libere e rilassate; si salutano con calore nella loro lingua o in italiano e prendono posto vestite con i loro abiti migliori, rigorosamente europei. Vengono da nazioni extraeuropee: Perù, Ecuador, Marocco, Somalia, Nigeria, Camerun, Filippine, Cina… ma anche Albania, Romania ed Ucraina. Sono presenti, per lo più, donne che vivono in Italia già da alcuni anni, di età compresa fra i 25 e 40 anni. Ma intravediamo qualche signora decisamente più anziana.
Ci sarà, infatti, confermato che ultimamente si è registrato un innalzamento dell’età; per cui negli arrivi più recenti si trovano spesso persone di 40-50 anni, venute in Italia per lavorare e mantenere o far studiare i figli. Sono originarie specialmente dell’Est europeo; data l’età, anche se trovano lavoro, sono mal pagate, sfruttate e si esigono da loro tanti altri servizi.
Non vi sono solo addette a «lavori di cura», ma anche commesse, infermiere, cameriere e un’impiegata di banca. Scopriamo che numerose sono laureate all’università nei loro paesi d’origine. Oggi lavorano a Torino come interpreti, traduttrici e mediatrici culturali.
«Mediatrice culturale»: ecco una nuova figura professionale, già da alcuni anni operante in Italia (nelle istituzioni pubbliche, negli uffici per stranieri, nel terzo settore, nell’associazionismo); si va anche diffondendo nelle scuole e ovunque si presentano problemi che esigono una «mediazione» fra le «culture altre», per una buona convivenza.
A questo proposito, molti sono gli extracomunitari già inseriti che, nel tempo libero, si prestano (senza alcun compenso) per servizi di prima accoglienza nei riguardi di altri stranieri. Si va diffondendo pure un’altra forma di volontariato; riguarda mamme extracomunitarie di bambini che vanno a scuola: alcune hanno accolto l’invito di prestare qualche ora alla settimana per aiutare i bambini stranieri (della loro stessa lingua), appena giunti in Italia, a superare le prime difficoltà di inserimento.

“LAVORO DI CURA” MA NON SOLO

Dall’intervento di Mercedes Cáceres, rappresentante del gruppo «lavoro di cura» di Alma Terra, possiamo seguire il processo di integrazione della donna immigrata: dall’iniziale bisogno di lavoro fino alla necessità di riconoscimenti e gratificazioni, che vanno oltre la sopravvivenza economica.
In Italia fenomeni demografici come l’allungamento della vita e il calo delle nascite, uniti al cambiamento del modello familiare tradizionale, con la donna sempre più occupata fuori casa, hanno portato ad un bisogno crescente di delegare ad altre persone l’assistenza di anziani, malati e bambini, nonché i lavori domestici.
Quindi le donne migranti, arrivate nel nostro paese, trovano abbastanza facilmente una prima occupazione nei suddetti settori. Questo offre, nello stesso tempo, anche una possibilità di integrazione, che permette l’apprendimento della lingua, degli usi e dei costumi delle famiglie italiane. In tale contesto spicca l’azione di alcune donne torinesi, che si offrono per insegnare alle neoarrivate a cucinare, ad usare gli elettrodomestici e i detersivi, a gestire quotidianamente casa e famiglia.
Però la sussistenza non è l’unico significato che la donna immigrata vuole dare al suo lavoro. Essa ricerca, in misura più o meno accentuata, la realizzazione personale e professionale, un posto attivo nella società come lavoratrice consapevole dei suoi diritti e doveri.
In particolare: «il lavoro di cura», in un primo momento soluzione immediata del problema economico, si rivela in un secondo tempo un impegno di grande responsabilità, che stimola le persone coinvolte nel loro essere più profondo ed autentico. Aiutare un bambino a crescere, accompagnare un anziano nella sua malattia (spesso fino alla morte), dà alle assistenti la possibilità di contribuire all’armonia di una famiglia, ponendo sempre al centro la persona.
Di conseguenza le «badanti», consce dell’importanza della loro figura professionale e del valore sociale della loro azione, chiedono giustamente il riconoscimento economico, sindacale e curriculare delle proprie prestazioni circa retribuzioni, orari, tempi di riposo e possibilità di avere un figlio senza perdere il posto di lavoro.

LA CRISI INDUSTRIALE DI TORINO

Silvia Avila, sposata con una figlia, laureata in economia e commercio, proviene dall’Ecuador dove lavorava come contabile. A Torino è passata dal lavoro domestico alla ristorazione, alla metalmeccanica e, attualmente, è mediatrice culturale presso l’ufficio Pastorale dei migranti. Da lei apprendiamo che numerose «badanti» spesso hanno una buona cultura (anche a livello universitario); talora conoscono 3 o 4 lingue. Accettano questo tipo di lavoro solo perché sanno che non vi sono altre possibilità.
È quindi comprensibile che, nelle loro richieste, vi sia anche il bisogno di momenti di formazione e qualificazione per sostenere la loro speranza di nuovi progetti di vita. Essenziale è il ruolo delle istituzioni, che dovrebbero offrire delle possibilità, ma senza gravare sulle famiglie datrici di lavoro.
Apprendiamo che in Torino, negli ultimi tre anni, la richiesta di «lavoro di cura» è diminuita. Questo è dovuto alla crisi industriale del capoluogo piemontese e alle conseguenti minori disponibilità economiche delle famiglie, che spesso si vedono costrette a ridurre gli orari o a rinunciare all’aiuto esterno, cercando soluzioni più economiche anche per gli anziani.
D’altro canto, aumentano, sfortunatamente, le donne giunte con il marito o figli per il ricongiungimento familiare, poi abbandonate dal coniuge, unica fonte di sostentamento: si ritrovano sole, senza lavoro e senza casa, costrette spesso a rimandare i bambini dai parenti al paese d’origine.
Frequenti sono i casi di maltrattamento, ed enorme è la necessità di ascolto e di sostegno psicologico, oltre all’aiuto materiale.

CERCARE CAPIRE SAPERE

«Vi ho creati da un uomo e da una donna e ho fatto di voi dei popoli e delle tribù perché vi conosciate…».
Con questo versetto del Corano si è concluso l’intervento di Fatima Khallouk. Proveniente dal Marocco, laurea in biochimica conseguita in Francia e diploma di traduttrice, è particolarmente impegnata nei problemi dell’integrazione e del dialogo interreligioso e culturale. Lavora come consulente aziendale, traduttrice, interprete e collabora con l’Ufficio Stranieri della Cisl e con Radio Torino Popolare.
Abbiamo seguito con attenzione il suo appassionato intervento sul dialogo. Il modo più semplice e il ponte più «corto» per comunicare è capirsi. Ogni migrante porta con sé come unica e non effimera ricchezza la sua cultura, acquisita nelle famiglie e società dove è vissuto assimilando storia, tradizioni, letteratura, arte, musica, religione. Nell’incontro con l’«altro» tali valori possono unire senza scontri; ciascuno può mantenere la sua identità e, nello stesso tempo, arricchire la propria personalità.
Cercare i punti comuni delle rispettive religioni, trovare altri terreni d’incontro socioculturali, capire le differenze e promuovere il mutuo rispetto… sono tutti elementi che devono affiancare la politica di integrazione giuridica degli stranieri. Naturalmente, alla base di tutto, ci deve essere l’istruzione, poiché solo una solida base culturale rende il dialogo e l’accordo sui valori fondamentali facile e naturale.
Lingua, lavoro, casa, servizi sociali
Aisha Asli, marocchina di 40 anni, laureata in giurisprudenza, nubile, fa parte del settore che si occupa di accoglienza nell’ufficio della Pastorale dei migranti. Con entusiasmo ci illustra il suo lavoro, che considera gratificante perché aiuta ed orienta gli altri e, contemporaneamente, costituisce un continuo arricchimento culturale per se stessa. L’accoglienza è il punto di riferimento fondamentale, quando lo straniero arriva. Non è un puro inserimento di dati nel computer, ma un accompagnamento della persona nei suoi primi passi in Italia.
I problemi più urgenti da affrontare sono tre: l’apprendimento della lingua (senza la quale uno straniero non può muoversi), la ricerca di lavoro e la sistemazione abitativa. Poi viene l’orientamento nei servizi sociali, scolastici, sanitari e amministrativi, unito all’ascolto dei problemi e delle sofferenze con il sostegno psicologico di esperti, quando è necessario.
Vivienne Maradas, della Repubblica Centrafricana, sposata con due figli, diplomata, si occupa in particolare del problema della casa. È un settore dove l’immigrato, debole e vulnerabile sotto tutti gli aspetti, finisce in molti casi per essere sfruttato dai proprietari di alloggi o da altri immigrati che subaffittano. Le difficoltà maggiori sono rappresentate dai prezzi troppo alti, dalla diffidenza razziale e dalla disinformazione sulle possibilità esistenti e sui diritti in materia di contratti.
Si lamenta, soprattutto, la mancanza di cornordinamento fra i servizi che danno informazioni; inoltre dovrebbero essere più accessibili nelle lingue d’origine e sempre aggioati. Con campagne di sensibilizzazione rivolte ai proprietari si dovrebbe reperire alloggi a prezzi calmierati, garantendo i proprietari.
Una parziale risposta al problema «casa» arriva nell’intervento di Malvina Cagna, rappresentante del Cicsene (Centro italiano di collaborazione per lo sviluppo edilizio delle nazioni emergenti), che dal 1990 ha iniziato un monitoraggio habitat sul territorio nell’ambito di un progetto nazionale.
Poiché lo straniero sta diventando appetibile nel mercato della casa, le agenzie immobiliari hanno intrapreso degli studi sull’argomento. Oltre a forme di sfruttamento abitativo e di subaffitto (senza che gli stessi inquilini ne siano al corrente), ci sono i problemi di discriminazione, a seconda dei paesi di provenienza, e si sta allargando la forbice tra qualità e prezzo.
Occorrono finanziamenti per la ristrutturazione e riqualificazione degli alloggi (che comportano minori guadagni), oltre a fondi di garanzia e bonus di entrata per i proprietari che accettano di affittare a stranieri e che necessitano di assicurazioni per il futuro. Con un occhio alle sanzioni previste dalle leggi sulla discriminazione razziale, è necessario un cornordinamento efficace dei servizi di informazione e controllo e regolarità dei contratti.

IN UFFICIO E DIETRO UNO SPORTELLO

Varie donne migranti, da qualche anno in Italia, superati i primi problemi, hanno la capacità di guardare oltre lo stretto orizzonte di un lavoro domestico. A Torino si parla già di «secondo inserimento» o «seconda fase», con progetti per venire incontro a queste esigenze.
Grace Bassey, nigeriana, da 14 anni nel nostro paese, ci illustra il progetto «Dedalo». In tale ambito il Ministero degli Affari Sociali, anni fa, promosse dei corsi (comprendenti settimane di stage) sia per l’avviamento ad un lavoro autonomo, in collaborazione con la Conferesercenti, sia per l’inserimento in uffici pubblici.
Recentemente 12 donne extracomunitarie fanno parte del personale bancario, grazie al progetto «Percorsi contro l’esclusione sociale e per l’autonomia delle donne», nato dalla collaborazione fra banche, ministeri e Alma Mater.
Ce lo riferisce Rosine Noubissie, giunta in Italia 8 anni fa dal Camerun per studiare. Prima ha lavorato come badante e babysitter per mantenersi agli studi; poi è riuscita ad entrare nei «Percorsi contro l’esclusione», superando tests attitudinali e di lingua italiana, per essere ammessa ad un corso di formazione comprendente stages pratici con i clienti. Grazie al permesso di soggiorno per studi universitari e alla convenzione fra università e banche, oggi lavora presso l’Istituto San Paolo con un contratto part-time di 4 ore per 5 giorni settimanali. Così può continuare gli studi.
Rosine parla dei suoi rapporti con i colleghi e clienti, di come abbia dovuto superare la paura di sbagliare e di essere giudicata secondo il colore della sua pelle. Ma è entusiasta della sua esperienza e si augura che altre donne possano usufruire di tali possibilità.

DARE VOCE A CHI NON HA VOCE

Enrica Recanati, responsabile del servizio Drop in del Gruppo Abele, si definisce nel contesto del Convegno «una voce fuori del coro». Infatti si occupa di migranti in tali situazioni dove, probabilmente, l’integrazione nel contesto italiano non avverrà mai.
Si tratta di donne (e uomini) provenienti dall’Est europeo (Romania, specialmente), ma anche dalla Nigeria e Sierra Leone: spesso non più giovanissime e con problemi di salute, chiedono asilo politico.
Il servizio loro dato è «a bassa soglia», cioè facilmente accessibile: una prima accoglienza come a persone senza dimora, affinché il vivere in strada si arresti, si prevengano i rischi di barbonizzazione e si tuteli la salute
Innanzitutto si mira a soddisfare i bisogni primari (igiene, vestiario e accoglienza nottua) delle persone sprovviste di permesso di soggiorno, che non possono cercare lavoro e casa e alle quali sono negati tutti i diritti. Ci sono anche donne laureate, senza riconoscimento del titolo di studio, che fanno la fila per lavarsi, avere un pasto caldo o un vestito pulito.
Hanno bisogno di ricevere informazioni sui servizi cittadini e sulle leggi che le riguardano, ma soprattutto di socializzare, di essere considerate persone, essere ascoltate e stimolate, perché (nonostante tutto) mettano in campo le proprie risorse e non cadano in una condizione di disagio cronicizzato.
Si cerca di riempire il loro tempo vuoto con varie attività, quali un laboratorio teatrale, un esercizio culturale, un giornalino interno, corsi di italiano e computer. Allora emergono le risorse e potenzialità personali, che strada e disagi hanno intorpidito. Con l’accoglienza e le relazioni personali può avvenire quel cambiamento che porta donne (che sembravano non chiedere nulla) ad esprimere un forte bisogno di riconoscimento della propria dignità.
E questa «voce fuori del coro» ha una nota di speranza.

Silvia Perotti