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Il dono nuziale, o dote, sigilla la conclusione del matrimonio
nella società siriana. Ma le pretese sono troppo alte per tante famiglie:
sposarsi rimane un sogno irraggiungibile.

La laurea in lingue e letterature orientali e il lavoro mi hanno portata a soggioare per lunghi periodi in Medio Oriente. Soprattutto la Siria è stata una delle mie mete più frequentate. Il mondo delle donne in particolare mi ha sempre affascinata e incuriosita.
La vita di una donna in Siria, come in altri paesi musulmani, ruota attorno al matrimonio, alla procreazione e alla creazione di una famiglia, vista come pilastro della società. Mi sono dedicata molto allo studio delle tradizioni e consuetudini matrimoniali, che riguardano non solo la comunità musulmana, ma anche quella cristiana. Infatti uno dei miei approfondimenti è stato proprio quello di tracciare dei paralleli tra le due comunità.
SICUREZZA PER LA SPOSA
Per concludere un matrimonio, nei paesi di religione musulmana, occorre la stipulazione di un contratto bilaterale privato. Non è necessario solennizzarlo con un rito religioso: basta che i due futuri sposi si scambino la promessa di matrimonio alla presenza di due testimoni qualificati, solitamente due notai, abilitati a redigere atti del genere e obbligati a trasmettee copia allo stato civile.
La stipulazione del contratto viene generalmente accompagnata dalla recita della fatiha (il primo capitolo del Corano). Ma il contratto risulta valido solo se sono rispettate alcune condizioni. Una di queste è il pagamento di una dote o dono nuziale (mahar).
La dote non è un costume introdotto dall’islam; nei paesi musulmani si parla di dote molto tempo prima dell’arrivo di Maometto.
In Mesopotamia, durante la dinastia babilonese, Hammurabi (1792-1750 a.C.) compilò il primo codice legislativo, ispirandosi a vari testi giuridici più antichi. Riguardo al matrimonio, il codice prescriveva un contratto in cui il fidanzato doveva fare una donazione, in denaro o in natura, al futuro suocero; questi, in compenso, costituiva una dote alla figlia, di cui la donna avrebbe goduto personalmente i benefici.
Oggi, come all’epoca di Hammurabi, la dote è un dono, un’offerta, una concessione; non è, come si è portati a pensare, un prezzo per la donna. Non è una tariffa per poter godere della donna, ma è un segno del rispetto a lei dovuto.
La dote è un diritto legittimo della sposa; al tempo stesso è una prova di fedeltà dell’uomo. Come dice un versetto del Corano: «Date spontaneamente alle donne la dote e se a loro piace farvene partecipi, godetevela pure in pace e tranquillità (Sura iv, versetto 4).
Purtroppo, non è l’esistenza della dote in sé a creare un problema, quanto piuttosto il suo ammontare. In molti paesi musulmani l’eccessivo prezzo della dote è di ostacolo alla conclusione di matrimoni. Per alcuni, come la Siria, sta diventando addirittura un enorme problema sociale, in quanto i matrimoni diminuiscono sempre più.
Ma che cosa esattamente comprende la dote? Che cosa comporta la dote per la famiglia di uno sposo?
«Normalmente, la dote consiste nel versamento di una somma di denaro» cerca di spiegarmi il trentenne Firas, che vive a Damasco e gestisce con il padre un negozio di antichità. «Questa somma è divisa in due parti, una pagata prima della consumazione del matrimonio, generalmente durante la stipulazione del contratto, l’altra versata in caso di divorzio o al decesso del marito».
La scissione in due parti della dote è usuale nel mondo islamico. Nata inizialmente per facilitare lo sposo non ricco, questa usanza ha assunto in seguito altre due valenze. Poiché rimane nelle mani della donna, la metà della dote diventa una sorta di arma contro il pericolo del ripudio: la minaccia di un reclamo della seconda parte di dote serve infatti a dissuadere l’uomo da potenziali intenzioni di separazione.
Questa quota di dote serve inoltre ad assicurare l’assistenza della donna dopo la fine del matrimonio, sia per decesso del marito, sia per divorzio. Molte famiglie esigono una seconda parte alquanto sostanziosa, di modo che il marito sia costretto a riflettere a lungo prima di volere la separazione dalla moglie.
La sharia, la legge islamica, non fissa un limite massimo o minimo, ma lascia questo aspetto materiale allo sposo, che calcola il poco e il tanto da sborsare; soprattutto tale calcolo dipende da consuetudini e tradizioni, diverse da paese a paese; l’importante è la reciproca intesa.
SOLO SE LA SPOSA… È RICCA
«Purtroppo il prezzo della dote ha assunto delle proporzioni vertiginose – prosegue Firas – in rapporto ai nostri redditi. Per noi musulmani la dote è obbligatoria, non come per i cristiani; essa viene segnata nel contratto matrimoniale. Durante il primo incontro tra le famiglie dei due futuri sposi si stabiliscono, oltre alle date di fidanzamento e matrimonio, anche l’ammontare delle due somme. Ed è la famiglia della sposa che fissa le cifre da pagare».
«Nella forma siriana – aggiunge Firas con rammarico – vengono completamente tradite le intenzioni del profeta, che in uno dei suoi hadith (detti) aveva affermato: “Sposatevi e moltiplicatevi; io mi glorificherò di voi il giorno del giudizio universale”. Attualmente la dote è diventata un grosso ostacolo al matrimonio.
Per noi siriani la procreazione e il matrimonio sono i fattori più importanti nella vita di un uomo. È il modo di vivere al quale tutti aspirano, non esiste una vita serena al di fuori della realtà matrimoniale. Una donna per essere completa deve avere al suo fianco un uomo, che si occupi di lei, del suo futuro, che le dia una casa, dei figli. Purtroppo, per motivi economici spesso ci è impossibile aspirare a formare una famiglia.
Io ho 30 anni e vorrei tanto potermi sposare; ma al momento mi è impossibile: la mia famiglia non ha sufficiente denaro; unica soluzione è che trovi una donna ricca, che possa pagare tutto lei» conclude Firas sorridendo.
Certamente non è un caso sentire parlare di matrimoni in cui la donna, anzi la sua famiglia, paga tutto. I genitori, pur di non tenere una figlia zitella, si sobbarcano a tutte le spese, anche al pagamento della dote.
NELLE FAMIGLIE CRISTIANE
L’usanza di dare una dote alla sposa esiste anche presso i cristiani, anche se non fa parte del contratto matrimoniale. Me lo conferma Raife, una cristiana (massihiyya: da al-masyh, il messia). Non si è mai sposata, perché scelta dalla famiglia a restare nella casa patea, a Bab Tuma nel quartiere cristiano di Damasco, per accudire la madre molto anziana. In compenso si è occupata del matrimonio di tutti i suoi fratelli e parecchi nipoti.
«Mio fratello Attaf ha tre figli maschi – dice Raife preoccupata -, ma a causa dell’eccessivo prezzo della dote non riesce a sposarli tutti. La dote, considerata presso i musulmani come somma da versare al padre della sposa, esiste anche presso noi cristiani, benché essa non venga inserita nel contratto di matrimonio. È una consuetudine molto antica e ancora molto rispettata anche nelle famiglie cristiane».
Un matrimonio in Siria ha dei costi considerevoli, che superano spesso i redditi medi di una famiglia. «Sulla famiglia dello sposo pesa l’onere più alto – spiega Raife -. Oltre alla dote da versare, deve sobbarcarsi alle spese per l’organizzazione del matrimonio e della festa di fidanzamento. Tra l’altro, presso noi cristiani, vi è la consuetudine che il padre dello sposo regali alle parenti più prossime dei vestiti per festeggiare il matrimonio del figlio».
Anche per i cristiani la dote viene pagata in due volte. «La prima parte viene consegnata al padre o a un rappresentante legale della futura sposa – riprende Raife -. Ma ciò non significa assolutamente che il genitore consideri la dote come prezzo di sua figlia; ma è semplicemente indice della cultura patriarcale della famiglia. Inoltre, considerata la sua giovane età, la ragazza è spesso poco esperta e poco qualificata per fare gli acquisti per le nozze e per gestire l’ingente somma. La seconda parte viene pagata, come per i musulmani, in caso di divorzio o di decesso del marito».
«A volte in alcune famiglie cristiane della Siria – aggiunge Raife – viene pagata la dutta o ba’ina, una dote alla rovescia, in quanto è il padre della sposa a versare denaro al genitore dello sposo. Tuttavia, a parte casi rari, le spose cristiane pretendono le doti dai futuri mariti, alla maniera musulmana».
In base alla legge, la donna è libera di disporre della sua dote. Sia tra i cristiani che tra i musulmani, una parte della somma viene utilizzata per comprare il corredo, che la sposa porterà nella casa nuziale. Per tradizione, esso dovrebbe comprendere vestiti, biancheria e giornielli per la sposa, mobili e oggetti per la casa, materassi, coperte e cuscini.
Attualmente, però, buona parte della dote viene spesa per l’acquisto di vestiti e, soprattutto, giornielli. È molto importante che nel giorno del matrimonio la ragazza indossi molto oro, per valorizzare la sua avvenenza, ma anche per dimostrare il suo stato di sposa.
Anche se nel Corano l’oro non è sempre tollerato, la bramosia è tale da contagiare anche i musulmani, di tutti i livelli sociali.
PREZZI DA ABBASSARE
I giuristi musulmani contemporanei dedicano molte pagine a questo argomento. Pur confermando l’importanza della dote, essi ne contestano l’elevatezza del prezzo, sottolineano le difficoltà che essa crea per i giovani desiderosi di sposarsi e rivendicano un ridimensionamento al ribasso.
Dai loro studi è emerso che già agli inizi del ’900 in Siria vi erano dibattiti sull’eccessivo valore del dono nuziale. A Damasco, negli anni ’30, fu addirittura creato un comitato d’azione per l’abbassamento del prezzo della dote: in un bollettino vennero esposte le cause del problema, denunciati gli effetti negativi e invitate le famiglie siriane a combattere tale tradizione.
Questo bollettino fu pubblicato sui giornali; le idee furono diffuse attraverso il comitato, con l’appoggio dei capi religiosi di Damasco, ma senza portare molto frutto. Il loro appello alla riduzione della dote si scontrava con la mentalità dei siriani, che vedono la felicità di una sposa solo nella ricchezza e opulenza, con la conseguenza di dissipare il valore del dono nuziale nell’acquisto di lussuosi corredi per le spose. Anzi, molti genitori, come sottolinea il comitato, si considerano umiliati se accettano doti basse.
A quasi 80 anni di distanza la situazione in Siria non è cambiata. I matrimoni diminuiscono sempre più, soprattutto nelle città, dove il tenore di vita è più alto. Nella società siriana contemporanea la dote è forse ancora più consistente di quanto non fosse in passato. È diventato un reale problema sociale, che balza agli occhi leggendo il giornale, ascoltando la radio o guardando la televisione.
Parlando con ragazzi e ragazze, prima o poi si arrivava ad affrontare questo argomento. Il matrimonio per alcuni giovani è quasi un sogno. Impossibile per molti riuscire a racimolare almeno una piccola parte di quello richiesto dalla famiglia della ragazza.
La situazione delle ragazze non è tanto migliore; spesso si vedono proporre uno sposo molto più attempato di loro: un uomo che, per accumulare una dote, si sposa in età più che matura.

Elisabetta Bondovalli