DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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RICORDANDO I MISSIONARI MARTIRI

«Il più grande omaggio che le chiese possono presentare
a Cristo è la dimostrazione dell’onnipresenza
del Redentore, mediante i frutti di fede, speranza e carità, in uomini e donne di tante lingue e razze… È importante ricordare i testimoni della fede che, anche nel
nostro tempo, per essa soffrirono e vissero pienamente
nella verità del Cristo».

Giovanni Paolo II

«Questi nostri fratelli aggiungono all’albo dei vincitori
una pagina, allo stesso tempo tragica e gloriosa».

Paolo VI

Morire insieme per la fede
Mozambico: i 24 martiri di Guiúa

Dieci anni fa, un tragico fatto di sangue
nel Mozambico ancora in guerra.
Il racconto, semplice e drammatico,
di una vicenda, che ci riporta
al tempo dei primi testimoni del vangelo.

I l 24 marzo, che ricorda i missionari
martiri, diventa un’occasione
propizia per non dimenticare
anche altri martiri,
frutto del loro lavoro apostolico.
È il caso di 24 catechisti mozambicani:
hanno testimoniato la loro
fede, prima nel servizio alle comunità
e poi nel martirio, subìto la
notte del 22 marzo 1992, a Guiúa
(Inhambane), mentre si trovavano
nel Centro pastorale per un
corso di formazione.
Il loro sacrificio e quello di tanti
altri (i cui nomi sono nascosti nel
cuore di Dio) diventano per noi
segno e inizio di tempi nuovi, che
affondano le radici nei valori autentici
della cultura e del vangelo.
Questa è la loro storia…

UN CENTRO
PER «PROMUOVERE» L’UOMO

Dopo il Concilio ecumenico vaticano
II, abbiamo assistito ad un
rinnovamento profondo della chiesa
e della sua presenza nel mondo
d’oggi.
In questo rinnovamento, che ha
scosso anche il Mozambico, si colloca
la creazione di tre Centri catechistici:
il Centro «Paolo VI» ad Anchilo
(Nampula) per le diocesi del
nord; il Centro di formazione di Nazaré
(Beira) per le diocesi del centro;
il Centro di promozione umana
di Guiúa (Inhambane) per le diocesi
del sud.
Il Centro del Guiúa fu inaugurato
il 9 gennaio del 1972 e il primo mandato
missionario ai catechisti avvenne
il 30 dicembre 1973. Il nome
«Centro di promozione umana» fu
ispirato dall’enciclica di Paolo VI, Populorum
Progressio, dove leggiamo:
«È necessario promuovere un umanesimo
totale. E che cos’è se non lo
sviluppo integrale di tutto l’uomo e
di tutti gli uomini? Non esiste, perciò,
vero umanesimo se non aperto
all’Assoluto, riconoscendo una vocazione
che esprime l’idea esatta di ciò
che è la vita umana» (n. 42).
Il Centro comprende un insieme di
modeste strutture: 31 casette destinate
alla residenza dei catechisti e
rispettive famiglie; 10 edifici adibiti
ad aule per incontri, uffici e cap-
pella; una residenza per i formatori;
un centro sanitario, una scuola elementare
e campi agricoli. Il tutto per
accogliere varie famiglie, in un periodo
di due anni, con l’obiettivo di
un’intensa formazione sociale, culturale
e religiosa.

LA GUERRA IN CASA
Tra il 1976 e il 1992 il Mozambico
attraversò uno dei periodi più tragici
della sua storia. Il paese fu devastato
dalla guerra: una guerra civile
atroce tra il governo, guidato dal
Frelimo (Fronte di liberazione del
Mozambico), e il movimento controrivoluzionario
della Renamo (Resistenza
nazionale mozambicana).
A combattersi furono gli stessi
membri della nazione mozambicana,
i figli della medesima terra, fratelli
contro fratelli. Fu una guerra in
cui l’uomo guardava al suo prossimo
senza pietà, uccidendolo.
Alla base del conflitto c’erano due
ideologie contrapposte: rivoluzione
marxista e controrivoluzione borghese;
due modi differenti di vedere
e organizzare la vita. Gli effetti sono
stati devastanti: oltre un milione
di morti, un milione e mezzo di rifugiati
nei paesi vicini e più di nove
milioni di sfollati interni, che hanno
abbandonato o perduto casa e proprietà.
Sono stati distrutti beni e infrastrutture
essenziali alla vita e allo
sviluppo del paese: rete commerciale,
scolastica e sanitaria.
Gli spostamenti su strade erano
impossibili; i profughi affollavano le
città e cittadine più importanti, essendo
fuggiti dall’insicurezza della
campagna. L’abbandono dei campi
interruppe ogni produzione, provocando
miseria permanente e dipendenza
assoluta dai paesi stranieri.
In questo dramma la chiesa non ha
mai cessato di ammonire che la guerra
non era la soluzione dei problemi
del paese, affermando la necessità di
far tacere le armi e aprire la via del
dialogo per risolvere i conflitti… come
facevano gli antenati.
In «Un appello alla pace» (gennaio
1983), per esempio, i vescovi invitavano
la gente a prendere coscienza
della situazione di guerra, denunciavano
i belligeranti per aver scelto
la violenza come strumento per risolvere
il conflitto e indicavano la
promozione della vita e il dialogo
quali strumenti ineludibili per promuovere
il bene della nazione.
Il ruolo della chiesa fu determinante
nel processo che pose fine alla
guerra con l’Accordo generale di pace,
firmato a Roma il 4 ottobre 1992.
Fu da questo impegno per la pace,
nella fedeltà alla missione della
chiesa, che l’Assemblea diocesana
della pastorale, tenutasi a Inhambane
il 19-20 novembre 1991, denunciò
la violenza nella scuola, la
violenza per sopravvivere, la violenza
giustizialista e distruttiva di sentimenti.
Nello stesso incontro si avvertì
l’esigenza di assumere un atteggiamento
nuovo per promuovere
la riconciliazione in Mozambico, potenziando
il Centro di Guiúa.
Rivolgendosi alle comunità, dopo
il massacro del Guiúa, il vescovo di
Inhambane, Alberto Setele, scriveva:
«Dove le forze belligeranti si avvicendano,
le popolazioni non possono
contare su nessuno. Dipendono
solo dalla misericordia di coloro
che sono armati. È diabolico! Non si
rispetta nulla, tutto è paralizzato. Si
bruciano villaggi; vengono fatti deragliare
treni; si distruggono botteghe,
scuole e ambulatori; le ragazze
vengono violentate, i giovani accoltellati,
i bambini trucidati, le donne
assassinate, i vecchi decapitati…».
In una precedente dichiarazione
si leggeva: «Davanti a queste situazioni
di violenza, ci appelliamo agli
uomini di governo di qualsiasi livello,
ai responsabili della sicurezza e
a tutte le autorità, perché esercitino
con responsabilità e umanità il
ruolo che compete loro. Riflettere su
questa inaccettabile situazione e interpretarla
alla luce della fede è dovere
di ogni cristiano: bisogna aprire
occhi e coscienza».

LA PRIMA VITTIMA
L’insicurezza dominava la provincia
di Inhambane, come tutto il paese.
Anche il Centro di promozione
umana di Guiúa, in più occasioni,
ebbe a soffrire le conseguenze della
guerra. Il fatto più grave accadde il
13 settembre 1987.
Quell’anno il corso di formazione
era frequentato da 24 famiglie, 150
persone. Quando il Centro fu assalito
dai guerriglieri, molti dei presenti
riuscirono a fuggire tra pallottole
e minacce. Ma 36 persone rimasero
prigioniere degli assalitori, mentre il
catechista Manuel Peres, della diocesi
di Beira, fu ucciso con un colpo di
fucile.
Padre Luis Ferraz scrisse:
«Erano le 4.50 quando incominciai a
sentire raffiche di mitragliatrici. Pochi
minuti dopo, il Centro fu invaso
da una settantina di guerriglieri, che
saccheggiarono la casa delle suore e
le abitazioni dei catechisti e rapirono
la maggior parte delle persone del
Centro. In una casa un catechista
giaceva in un lago di sangue: era Manuel
Peres. Fu la prima morte. La costeazione
era generale.
Poi venimmo a sapere che Manuel,
avvisato dai vicini, era corso a casa
per aiutare la famiglia a fuggire. Ma
era troppo tardi: i guerriglieri si trovavano
già sul posto. Tentò di opporsi,
perché la famiglia non fosse
rapita; ma essi non usarono mezze
misure: gli spararono a bruciapelo.
Colpito alla schiena, le pallottole
uscirono dal petto e si conficcarono
in una parete della stanza. Fu sepolto
il giorno successivo, 14 settembre
1987, nel cimitero di Nhaposa».
Mons. Alberto Setele aggiunse:
«Durante la fuga, i rapitori si resero
colpevoli anche della morte di un
bimbo. La mamma fu costretta ad
abbandonarlo nella foresta, per trasportare
vettovaglie e armi dei guerriglieri.
Per convincerla a tale gesto,
le dissero che il bambino sarebbe
stato raccolto da quelli che seguivano;
essi non potevano attardarsi,
poiché dovevano fuggire per non essere
raggiunti dai soldati dell’esercito
regolare. Nei giorni seguenti, ai
cristiani furono chieste informazioni
sul bambino; ma di lui non si ebbero
più notizie. Si pensa che sia
morto di stenti».
A partire dal 1988, a causa dell’aumento
dei pericoli della guerra,
le attività del Centro di Guiúa diminuirono
drasticamente. Furono sospesi
i corsi biennali di formazione e
ne vennero organizzati di più brevi
(15 giorni o una settimana), secondo
le necessità più urgenti delle comunità
diocesane. Data la situazione,
i partecipanti non erano più famiglie,
ma singoli individui.

VOGLIA DI RICOMINCIARE
Tertulliano (160-220 d.C.) scrisse
che «il sangue dei martiri è il seme
dei cristiani». Parafrasando l’affermazione,
possiamo dire che il sangue
del martire Manuel Peres è stata
la semente che ha fatto rinascere
il Centro catechistico di Guiúa.
Nei giorni 19 e 20 novembre 1991
si tenne, a Inhambane, l’Assemblea
diocesana annuale di pastorale; il
quarto punto dell’agenda rimetteva
in discussione la «formazione dei
laici». Dopo aver valutato il lavoro
realizzato, fu costatata la necessità
di riprendere l’attività con periodi
più lunghi e furono programmati
corsi di un anno per coppie. Perduravano
insicurezza e paura. Il giorno
della pace era ancora lontano; ma
non si poteva più attendere.
Si consultarono i laici: la loro parola
sarebbe stata decisiva. Nonostante
i pericoli evidenti, la risposta
fu: «È meglio non indugiare e,
pur correndo rischi, continuare la
formazione».
L’équipe formativa si mise al lavoro
per programmare il nuovo corso di
formazione, mentre le comunità sceglievano
le famiglie da inviare. Nella
prima metà di marzo 1992 il Centro
di Guiúa accolse i partecipanti:
15 famiglie provenienti da ambienti
rurali di varie missioni, tutte fortemente
provate dalla guerra. Famiglie
laboriose e moralmente solide: godevano
la fiducia della loro comunità;
avevano più di un figlio e, tra
i bambini, c’erano anche lattanti.
Tutto era pronto. Il 23 marzo si sarebbe
aperto l’anno formativo, con
una solenne celebrazione eucaristi-
ca. Invece il vescovo Setele dovette
presiedere il funerale di 24 vittime
della violenza. Nell’omilia raccontò
il tragico evento, in controluce con
la passione e morte di Cristo.

IL MARTIRIO
«Gesù non aveva ancora finito di
parlare che arrivò Giuda con una truppa
armata di spade e bastoni, mandata
dagli alti funzionari del tempio
e dai notabili del popolo».
Sabato, 21 marzo 1992, ore 15. Si
udirono spari di armi leggere, ai quali
nessuno diede importanza; in strada,
a quell’ora, potevano esserci attacchi
a qualche auto di passaggio o
spari di militari che, divertendosi col
tiro al bersaglio, facevano sentire la
loro presenza. La vita del Centro
continuò normalmente.
«Ma essi insistevano chiedendo a
gran voce che Gesù fosse crocifisso; e
le loro grida crescevano».
Poco prima delle 24, i padri Andrea
Brevi e John Njoroge, missionari
della Consolata, e le suore francescane
Lucia, Elisa, Teresa e Lurdes,
dalle rispettive residenze, sentirono
voci concitate provenienti dalle abitazioni
dei catechisti.
Il Centro era circondato da uomini
armati che organizzavano per
saccheggiare, rapinare, massacrare:
tra essi c’erano ragazzi di 10-15 anni
con le armi in pugno. Parlavano
xitshwa, gitonga, changane e portoghese.
Uno dei comandanti si chiamava
Antonio.
«Gesù, ricordati di me quando sarai
nel tuo regno. Egli rispose: oggi sarai
con me in paradiso».
Mentre per tutta l’area del Centro
riecheggiavano spari, si udirono colpi
alle porte e finestre delle residenze
dei catechisti: «Apri! Esci!».
Furono uccisi i catechisti Faustino
Cuamba e Carlos Mukwanane, che
avevano tentato la fuga attraverso i
campi di manioca e arachidi.
Il recinto fu accerchiato e invaso.
Gli assalitori, strappate le reti dalle
finestre e rotti i vetri, entrarono nelle
case gridando: «Prendiamo questi
uomini! Togli quel fardello! Carica
questo sacco!». Minacciavano chiunque
incontravano, puntando loro le
armi alla testa.
«Vicino alla croce di Gesù stavano
la madre e la sorella di sua madre,
Maria, moglie di Cleofa, e Maria di
Magdala».
Gli assalitori si divisero in tre
gruppi, uno dei quali si diresse con
tutti gli ostaggi verso la residenza
delle suore. Abbandonarono per terra
una bimba, Candida, figlia del catechista
Armando Duzenta. La piccola
fu ritrovata più tardi, ancora viva.
Gli aggressori chiamarono per nome
due suore, minacciandole di morte.
Poi si scagliarono contro la porta
della casa, che tuttavia resistette.
Proprio in quel momento i soldati
dell’esercito regolare spararono due
colpi di mortaio dall’acquedotto di
Inhambane, poco lontano dal Centro.
I mortai fecero un rumore assordante
e le case tremarono.
«Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?
».
Il secondo gruppo di guerriglieri
rimase presso le abitazioni, mentre
il terzo attraversò il ruscello Guiúa,
alla ricerca dei soldati che avevano
sparato con l’intento di procurarsi
armi e munizioni. Non trovando nessuno,
ritornarono sui loro passi; passando
davanti all’ambulatorio, sequestrarono
Madalena, che si era rifugiata
sotto una tettornia.
«Padre, nelle tue mani affido il mio
spirito».
Dopo il saccheggio, i guerriglieri
si riunirono nel recinto della scuola
primaria; raggrupparono tutte le
persone prese prigioniere e percorsero
circa 500 metri, fermandosi vicino
ad una capanna: qui incominciarono
a torturare i rapiti.
Prima interrogarono le donne e
poi fu la volta degli uomini: volevano
sapere luogo di provenienza,
professione e finalità della loro presenza
nel Centro. Chiesero informazioni
sull’esercito regolare e sulla
strada non minata per entrare
nell’area protetta.

«TANTO MORIRAI!»
Interrogatorio al catechista superstite
Paulo Saieta Kuniane, marito
della martire Veronica Sambula.
– Da dove venite?
– Non siamo di qui. Veniamo da varie
missioni: Vilankulo, Massinga…
– Che cosa fate qua?
– Siamo catechisti. Siamo qui per
studiare la bibbia e imparare il lavoro
di animazione nelle comunità cristiane.
– Dov’è il cibo?
– Siamo poveri, come tutto il popolo.
Non abbiamo magazzini. Ci arrangiamo
ogni giorno come possiamo.
– Dov’è il comando del Frelimo? Dove
sono le mine?
– Non lo sappiamo. Non siamo di qui.
Siamo arrivati da pochi giorni e non
conosciamo il posto. Sappiamo che
è proprietà della chiesa; è una missione
cattolica e un centro di formazione
per catechisti.
– Voi siete padri missionari?
– No, siamo catechisti.
– Quanti anni resterete qui?
– Un anno intero.
– Dove sono i padri?
– Nella loro casa. L’abitazione si trova
al centro degli edifici e vicino alla
chiesa.
– Che tu abbia risposto bene o male,
poco importa. Tanto morirai!
«Chi mi interrogava – raccontò
ancora il catechista Paulo – mi diede
uno spintone. Caddi a terra e ricevetti
un calcio in testa..». È una
testimonianza degna dei martirolo-
gi romani. Come ai primi secoli della
chiesa, i catechisti confessarono
la loro fede, l’attività apostolica
e il fine altamente religioso che
li aveva spinti al Guiúa. Confessarono
e non negarono.
«Vedendo che albeggiava e innervositi
per la mancanza di collaborazione
da parte dei rapiti – continuò
il catechista -, gli aggressori decisero
di lasciare l’abitato e di inoltrarsi
nel bosco. Approfittando del trambusto
e dell’oscurità, due catechisti
si nascosero fra i cespugli e fuggirono.
Appena nel bosco, i banditi uccisero
una ragazza per spaventare gli
altri.
Quando si furono allontanati alcuni
chilometri dal Guiúa, si appartarono
per decidere il da farsi. Scelsero
dieci ragazzi: questi dovevano seguire
i guerriglieri nelle loro basi.
Verso gli altri furono di una crudeltà
bestiale. Con arroganza selvaggia ordinarono
ad un bambino di sei anni:
“Corri alla missione e di’ ai padri che
stiamo uccidendo tutti. Se vogliono,
possono venire con i soldati quanto
prima”.
I carnefici si riunirono, ciascuno
con un catechista in mezzo a loro.
Ogni guerrigliero uccise a sangue
freddo la persona che aveva in custodia.
Davanti ai primi morti, alcuni
catechisti dissero: “Preghiamo!
Ora sappiamo qual è l’intento di questi
uomini e quale sarà la fine del nostro
popolo. Preghiamo! È arrivato il
nostro giorno”. E pregammo…».

«PROCLAMIAMO
LA LORO RISURREZIONE…»

Domenica, 22 marzo, ore 8.30. Due
soldati in sosta nella comunità cristiana,
terrorizzati, accettarono di
accompagnare i cristiani che, insieme
ai missionari, si recarono a recuperare
i cadaveri. Trovarono 20 persone
uccise a colpi di baionetta.
Una ragazza di 15 anni piangeva e
due neonati feriti strillavano disperatamente
tra i cadaveri. Uno di essi
morì durante il viaggio verso l’ospedale.
L’adolescente e l’altro neonato
furono operati e si salvarono.
La ragazza aveva una profonda ferita
all’addome e aveva perduto molto
sangue.
Il bilancio totale fu di 24 morti.
Missionari, suore e alcuni cristiani
partirono dal Centro di Guiúa con tre
auto e raccolsero i cadaveri nella brughiera,
con la costante minaccia del
ritorno dei guerriglieri. Benché il luogo
del massacro fosse abbastanza vicino,
impiegarono molto tempo, perché
non c’erano strade di accesso.
Al ritorno, i corpi furono deposti
sotto la tettornia dell’ambulatorio,
dietro la chiesa: furono lavati e composti.
Nel pomeriggio un forte acquazzone
attenuò il caldo, permise
di recuperare un po’ le forze e lavò la
terra dal sangue versato… La pioggia
rovinò la farina e quant’altro i
banditi avevano rubato. «Siamo stati
castigati, perché abbiamo ucciso i
figli di Dio» dissero tra loro gli assassini.
La comunità incominciò a costruire
le bare dei martiri. Molti falegnami
prestarono generosamente la loro
opera.
Il giorno seguente, 23 marzo, alle
ore 11, nella chiesa parrocchiale di
Guiúa fu celebrata l’eucaristia. «Signore,
annunciamo la loro morte e
proclamiamo la loro risurrezione».

Francisco Lerma